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All'alba le vie popolari della città sembravano sfondare giù giù in un sonno cenerugiolo: chiuse le botteghe, chiuse le porte, chiuse le finestre: le gronde, le altane, i comignoli perduti in una nebbia torpidiccia; il selciato sudicissimo: i lampioni dormigliosi: il cielo d'un colore di gesso annacquato. E va, e va, e va, non c'era in volta anima nata. In qualche luogo, in certi bugigattoli alti, sotto i poggiuoli o le scale, si gonfiava a un venticello di scirocco qualche lurido saccone di Pierrot o dondolava qualche giubba verde di Beltrame: e su certe portine affumicate girava una cassetta colle quattro faccie di carta inoliata, e, spento quel po' di moccoluccio, non vi si leggevano più gli sconci caratteri del cuciniere: davanti a qualche topaia di cantina fuggiva qualche gattone foderato di velluto e di mistero.
Nelle vie larghe e aristocratiche le facciate di granito impallidivano a un certo albore che si spiegava giù dai fastigii delle chiese: tutto chiuso: su dai tetti allineati torreggiava qualche campanile: il selciato aridissimo: rade le fiammelle del gas: il cielo con una luce d'acquario marino. Non una persona viva. I portoni colle maschere delle lionesse, le finestre coi cappelli del Vignola, qualche balconata colle vesti doriche delle cariatidi, accennavano nell'immobilità del sonno e della pietra che anche lì era finito un grande carnevale, quello dei classici: nessuna cassetta spenta che dicesse che li s'erano mangiati i tortelli, ma certe piastre lucide di bronzo a segnare dove si cucinavano bancariamente i milioni: gli stessi gatti che fuggivano coi topi o che cercavano gli amori.
Erano terminati i veglioni: i vetturali avevano frustato i ronzini: gli ubbriachi si sorreggevano l'un l'altro per cadere insieme: le mascherine si erano dileguate….
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O mia lettrice, oggi io vi brontolo nel quarto d'oretta della vostra insidiosissima e stanchissima noia, quando voi, sotto le coltri e il baldacchino e magari la protezione di una Madonna su fondo d'oro, vi provate ad aprire gli occhi per rivedere lì intorno, nella camera da letto, nel disordine d'una battaglia stizzosa, e sul tappeto e sulle seggiole e sui tavoli, la vostra gonna affiorata, una nuvola antica di luci temporalesche, e il vostro busto a cordelle, tutto a schiume di trine, e un vostro guanto a bracciale, ancora colla pienezza rotonda delle vostre polpe, e le calze rosate in avvolgimenti serpentini, e le scarpette Montespan coi tacconi fiaccati dalla danza perversa…. Vi ricordate tutto? Vi ricordate il dono che avete fatto a un povero poeta? Vi ricordate come la vostra mano, sguantata, fosse più flessuosa e confidente e olezzante di muschio?
Siete tornata a casa stamattina alle sette, in una carrozza coi vetri appannati, con una pelliccia di tigre, sui coltroncini imbottiti, con una amica che ciarlava e col marito che taceva: avete fatto una dormitona fino a mezzogiorno, sognando baffi neri e baffi biondi: avete sonnecchiato sino alle due, decisa pei baffi neri: e sino alle quattro, convinta invece pei biondi: e covate sotto, obliqua, come una liopardessa, aspettando caldamente che i botoletti di scuderia abbaino dietro agli staffieri che faranno dondolare sulle dodici molle, trascinandolo fuori dalla rimessa, il gran cocchione pel corso di gala.
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Gli ubbriachi erano stramazzati per la ventesima volta: e le mascherine si erano messe strillare, dileguandosi agli angoli delle vie.
Quaresima! quaresima!—sembrava intonasse il primo campanone del Duomo al di sopra del colpevole silenzio dell'alba; e la sua voce pareva il rimbrotto cadenzato di un nonno certosino che sta allineando una processione che si sbranca e non vuol andare verso le tombe: e le campanelle pettegole di cento campanili sopra i solai deserti si sbatacchiavano ossesse colle ciarle dottoresche delle matrine incuffiate che tormentano i bimbi per l'esame di coscienza.