Lunedì 18.—Ieri a sera, vicino ad una Birreria e casa di giuoco, mentre raccontavo ad un mio amico d'infanzia i miei scoraggiamenti e le mie amarezze, udii il suono dell'orgia. Voci di donne e canti di avvinazzati…. Dio! perchè mi fai tanto soffrire?—Oggi visitai un mio amico che è felice pensando che sposerà la sua Zozò: cara famigliarità! dolci scherzi! tenere confidenze! My dear Zozò.

—Sono rimasto qui al tavolo più di tre ore. Non mi è uscita un'idea mediocre dal cervello. Come farò?

(Sera). Dottore, dottore, senti il mio martirio orrendo. Ho amato una vergine: mi ha dimenticato: e sono legato a lei. Quella vergine non la vedrò più, ma spero nel perdono di Dio.

Dottore, dottore, come si guarisce da queste malattie? È orrendo il mio tormento! Che cosa ho fatto per meritarmi tanto castigo? Mio Dio, la mia fede era tanto gentile e l'anima mia era sì pura!

Martedì 19.—Io non reggo più. Ho dormito affannosamente con una smania terribile.

Sono l'ultime righe che scrivo. E come se morissi e ricevessi il pane dell'amore di Dio, parlo a tutti dal profondo dell'anima mia.—Perdonatemi tutti: sii felice, tu prima di tutti e di tutte, o Carlo. Sii felice, Tu, povero Peppino, e ricordati di me che ti ho amato tanto e ti ho sempre ispirato gentili sensi di affetto e salde parole di dovere: cresci buono e studioso e fidente nella vita. Perdonami, o R., il mio Tintoretto, il mio Giuliano!… E Tu, Lidia, povero cuore, Tu, gentile mia illusione, ricordami, se puoi, ricordami come si ricorda un fratello. Ma non odiarmi! E perchè? perchè odiarmi? Dio ti conceda le dolcezze che a me vennero dal tuo ricordo, quelle sante paci, quelle soavi e purissime religioni. Non ti affligga Dio coi miei martirii. A te ripeto: Sii felice! sii felice, sii felice! come quattro anni fa. E ricordo che anche tu mi avevi fatto questo augurio: Soyez heureux comme vous méritez de l'être.—O Lidia, il mio pensiero era di darti mia madre, di darti il mio cuore, di farti contenta, ed io avrei lavorato, forse avrei acquistato un nome, e Tu dovevi essere la mia pace. Perdonami e sii felice!—E a Te, mia mamma, che dico? Quante volte mi sarei ucciso, ma sempre ho pensato a Te. Eccoli, o mio amore sincero, costante, vigila, eccoti il mio cuore.—Non spaventarti dei miei martirii e delle mie bestemmie. Ho avuto dei momenti di fede così gentile, che Dio mi salva.

—Credevo fossero l'ultime righe! Ancora aggiungo:—O mia madre, o mia Lidia, perdonatemi, ricordatevi di me. Ancora una volta perdonatemi, perdonatemi.

5 maggio 1882. Venerdì.—È passato più d'un anno: ed apro il mio mobiletto: e noto questa data….

Come sono invecchiato! Non ho più fede! Non ho più speranza! Non ho più coraggio! Ho aperto questo mobiletto per vedere se c'erano nascoste certe mie annotazioni di cose antiche militari.—Da Lipsia, Sacher-Masoch mi invita a scrivergli un articolo…. È questa la gloria sognata? Il mio articolo sarà tradotto in tedesco.

Chiudo ancora il mobiletto: e non l'aprirò più fino a un altro anno. E poi?