—E a petto di quello che dicono questi maestri nessuno sa schermirsi?
—Ai nostri tempi, no certo. Nell'abbadìa io sentii dire da frate Giocondo che noi siamo più rozzi degli ungari, e so che cinque frati altro non facevano tutto l'anno che copiare certi e certi codici sbiaditi di Cicerone che valevano un archivio e mezzo: e tanto mi raccontò l'abbate, che appresi l'arte della lettura per desiderio, poi quella della scrittura, ed ora vi dico che mi lagno d'avere soli due occhi che bastano a leggere poco, e vorrei che ci fosse un inchiostro d'oro fino stemperato per potere con quello scrivere certe sentenze antiche, le quali sono la magnificenza istessa di Salomone.
—L'astrologo non sa suggerirmi…. Ingo, dite, e i greci?
—I greci furono popolo artistico e coltissimo.
—Avete rotoli vecchi di quelli?
—Messere, se vorrei averne! Ci fu Platone che scrisse degli Dei, come se li vedesse, ci fu Aristotele che disse tanto dell'anima, quanto un dottore di santa madre chiesa, ci fu Socrate che morì, bevendo il veleno con tanta filosofia….
—E non sapeva farlo bere agli altri?—interruppe Adalberto, così mostrando la sua intenzione.
—Socrate era filosofo stupendo. Se vorrei averne di quei rotoli! Ho solo un discorso che è un pozzo di sapienza! Se lo vedeste! Un manoscritto che mi costò un anno di lavoro nella cella, ma riuscì così nitido, così corretto, a facciuole di santi e di beati, che sono cose da mettere su un altare, se quel sommo non fosse pagano, e l'anima dannata, com'è!
—Non sapevano farlo bere agli altri!—risolse Adalberto:—Ingo, io vorrei un greco, un latino, o un dimonio che fosse diverso da quel vostro filosofo stupendo.
—Ho capito.