—C'è tregua fino a che il sole va sotto! Dopo si possono squassare quante lance si vogliono—diceva Aginaldo.
—Vero anche questo.
—E poi che cosa è il combattere? Conseguenza di una sfida che non si poteva fare? No, è difesa—esclamava il Baldo.
Qui parlarono di regole d'armi: gridarono, sempre camminando, per togliersi fuori dalla gittata degli archi saluzzesi, che potevano essere nascosti tra merlo e merlo o alle feritoie del castello.
Alla fine Ugo concluse:—Così non si fa alcuna cosa! Unione di consiglio e d'armi: per quella vuolsi che ognuno esponga recisamente: per questa che ognuno sappia di quali e quante forze può disporre. E per l'una e l'altra richiedesi obbedire a un capo.
Tutti intesero benissimo: Ildebrandino e Aginaldo ardenti di entusiasmo:—Voi!—cominciarono a gridare:—Voi il capo! Sappiamo come avete incominciato! Pensiamo come volete finire!
Egli, a vece di rivolgersi a loro, si volse a Dio, acclamando solennemente:—L'omaggio deve essere reso a Te solo. Noi non siamo torme di ribelli, perchè non erano torme di schiavi gli avi nostri ab antico! Dunque, cavalieri,—strinse Ugo:—dove ci riuniamo?
—Dite voi.—Dite voi.
—Più atto ad esplorare i movimenti che potesse fare il conte parmi il castello di messere Ildebrandino. Assentite, cavaliero?
—Per la spada di Sichelmo mio! Quando, e' saranno venti anni, venne Guidaccio sul mio torrione, avevo tutti gli uomini appestati da un certo pellegrino che ospitai. "Suonate per me: i nostri figli, spero, ricorderanno questi squilli" dissi. Figli maschi non ho: io voglio rispondere, io stesso, e con me il mio Oberto!