—Chi siete?—una e due volte domandò Imilda ad Ugo.

—Sono il figlio di Guidinga.

Imilda lo interrogò con un lungo sguardo. Ed Ugo nuovamente pensando:—Com'è il mare?—si rispose:—Dovrebb'esser come l'anima quando è in tempesta! Come l'anima quando sorge il sole!

E veramente per la prima volta sorrise….

CAPITOLO V.

L'indomani mattina Ugo era capo di un drappelletto di lance in vanguardia, moveva al castello di Adalberto, e così parlava ad Aroldo, un capitano di Gisalberto, che gli era accosto:—Io vi dico che la sorpresa deve riuscire benissimo. Sentite: lo spione che inviammo colà all'alba ne tornò dicendo essere il portone guardato bensì, ma pure aperto per dare accesso ai carri che vanno e vengono da' vassalli per le provvisioni, perocché il messere teme l'assedio. Dunque i pochi balestrieri di Aginaldo girano per di qua e si presentano sotto le torri, alla facciata secondaria; là l'offesa, là pure si concentrerà la difesa, e intanto non vorranno cessare i carri e le carrette di passare col necessario, tanto più che essendo debole l'investimento non darà luogo a soverchie precauzioni. Si penserà, state sicuro, al pericolo avvenire; quello della fame. Quando noi lance avremo il segno di sbucare dalla selvetta, di rovinare giù al portone…

—Sentite o non sentite?—l'interruppe Aroldo:—St, st. Fermate i cavalli. Sentite?

—Per l'anima di Oldrado, se è tromba! E i balestrieri non sono ancora a posto!—meravigliò Ugo.

S'udì ancora uno squillo venire dalla banda del castello, ed ecco poco dopo, alla svolta della strada, di lontano, comparire un gruppo di cavalieri, coi pennoncelli spiegati.

Ugo si drizzò sulle staffe e disse a Aroldo:—Guardate che colori sono quelli.