—Azzurro e bianco.
—Colori amici. I pennoncelli d'Ildebrandino. Ma come…?
—Tre cavalieri e due paggi da piede… cioè tre cavalli e quattro cavalieri. Oh come ci sta a disagio quel messere! Su un animale due cavalcatori! Che quella fosse fuga?
—Ma chi diede ordini così? A chi si obbedisce? Suonò forse il mio trombetto?—e Ugo tormentavasi e già malediva i nomi degli altri capitani.
Avvicinandosi la compagnia, poterono meglio vedere. Aroldo notava e riferiva:—Conosco il cavaliero: è Oberto.
—Oberto?—e Ugo diede una rabbiosa strappata di redini al cavallo: poi, per non farsi scorgere, accarezzò la criniera dell'animale, dicendo:—Con questa furia atterreresti un portone!
—È Oberto con Bonifacio ed Eustachio.
Venivano, venivano: erano a pochi passi: s'arrestarono. Oberto trionfalmente scosse la lancia, dicendo ad Ugo:—S'incomincia bene. Facciamo suonare la vittoria nostra dalla bocca del nemico! Bonifacio, mostrate che caccia si è fatta.
Il nominato saltò d'arcioni, e fece grandi sforzi per trascinare giù dalla groppa del suo cavallo quel secondo cavalcatore, un uomo a sarcotta discinta, a capo scoperto, il quale colle braccia piegate dinnanzi si celava la faccia per vergogna, ed aveva al collo una tromba. E dalli e dalli, pesta e ricevi, a conti fatti, il prigioniero rotolò giù e fu messo tra due cavalli, intanto che Eustachio dal sacco della sella apparecchiava una fune gagliarda… Era Guidello l'araldo!
—Messere,—disse, Oberto ad Ugo coll'aria di chi finalmente parla da pari a pari:—lo zio voleva ch'io mi rimanessi alla scorta degli artífici militari. I trabuchi e le manganelle li ho anch'io!—e diedesi a muovere le braccia, come se rotasse uno spadone.—Mettete i tardi e i vecchi alla guardia, i giovani alla battaglia! Dunque mi cacciai giù al castello con due cavalieri, venni al ponte: il portone era spalancato, e mi spinsi dentro! Trovo l'araldo che voleva dare l'avviso dell'agguato: eh!