Ugo non lo lasciò finire è domandò:—Dov'è vostro zio?
—Dunque, Guidello lo afferro alla gola…
—Andate da vostro zio e ditegli che, facendo come fate voi, non si guadagnano più gli speroni d'oro. Croce di Dio! chi diede ordini così? A chi si obbedisce?
Oberto sbuffò tra i denti:—E messere Ildebrandino non sapeva e non doveva essere capo?—e in cuor suo diede tante bestemmie ad Ugo che a volersi questi redimere non bastavano le limosine di tutta cristianità al santo sepolcro. L'irrequietudine dell'età, la baldanza di affrettare quel giorno in cui comandasse a vece d'Ildebrandino, la brama di cose nuove, l'inferiorità sua in confronto di Ugo, erano dardi fitti nell'anima di Oberto. E l'amore! Messeri sì, l'amore per Imilda! E ad Imilda doveva comparire innanzi come uno scudiere frustato! allo zio come un traditore dell'impresa! ai duci come indegno di cavallerìa! Oh messere Ugo! Ma Ildebrandino non sapeva e non doveva essere capo!
—Conducete il prigioniero a Rupemala—aggiunse Ugo:—e fatelo guardare.
Il quale Ugo, dopo che ebbe detto ad Aroldo e alle lance che lo seguivano:—Corriamo ad avvisare i balestrieri—stringendosi fieramente sul cavallo, alla tempesta della corsa per la montagna associò una furia di pensieri giù per il precipizio della gelosìa. Se un indovino gli avesse detto:—Messere, c'è una donna!—Ugo avrebbe risposto:—Quante tratte di corda vuoi per metterti a luogo la testaccia?—Eppure! Così bolliva sordamente:—E dire, o giovinettino, ch'io ti facevo solo buono a toccare il salterio e a startene sul cuscino ai piedi del seggiolone! E mi giuochi di quelle imprese arrischiate! Rompi i comandi, ti cacci a dirotta sul terreno nemico, con due lance!… Eh se t'avessero chiuso dentro al castello e squartato come un traditore? Il tuo coraggio deve piacere! Con due lance? E non ti acconci ad ungere le ruote delle manganelle? Altro che leuto! Ma sei bello, e suonavi bene lo strumento e t'atteggiavi ai piedi del seggiolone! Morte dell'anima mia!—Fremeva Ugo, sentendosi addoppiare il cuore da un nuovo tormento:—Madonna Imilda ti guarda e canta al tuo suono…. Galoppa, galoppa, o mio morello: stringetemi a sangue, o maglie! Perché non si combatte?… Che voglio dirmi? Che voglio scoprire in me? Ugo non deve saperlo!… Padre, Guidinga, supplicate voi ch'io sia ferito a morte! Suona, Aimone!… Ci sarà fragore, pugna, sangue, ma in me sempre una colpa, un rimorso, un tristo serpente!… Ugo non deve saperlo! O solo quando Ugo ne rida!
L'audacia di Oberto danneggiò le operazioni militari divisate. I balestrieri, i quali con Guelardo s'incamminavano a disporsi, vedute le lance con Ugo che movevano verso di loro, credendo che quelle avessero dei nemici alle spalle, si diedero alla fuga, precedendole nella direzione che quelle avevano preso nel corso, e così oltrepassarono la facciata secondaria del castello, poi, trovato il terreno scosceso, mutarono cammino e presero a salire la montagna per nascondersi nelle macchie, e per quanto le lance gridassero ad avvertire Guelardo di ritornare, continuarono scompigliati. Dal rumore delle trombe e dalla voce tremenda di Ugo avvisati gli arcieri di Adalberto, salirono sulle torri o incominciarono un formidabile saettamento.
—È così!—diceva Ugo:—A chi dobbiamo gratitudine per questo cominciamento di pessimo augurio?—E fu contento di rispondersi:—Vituperato le mille volte quell'Oberto!
CAPITOLO VI.
Due dì dopo, di buonissima ora, era incominciato il combattimento sotto le mura di Adalberto. Si erano mandati innanzi i balestrieri, i valentissimi di messer Aginaldo, con Irnando, coll'ordine di principiare l'offesa su un lato per ingannare il nemico, facendogli su quello concentrare la difesa: poi venivano le torri e le macchine balistiche con robuste travi, e queste dovevano investire dai fianchi più deboli: poi cento saluzzesi, forniti di scale e armati di scuri, con Eleardo, i quali avevano comando di starsi appiattati nelle boscaglie per correre ad un segnale al ponte e al portone: poi i cavalli e i fanti: c'erano Ildebrandino con Oberto, Ugo, Aginaldo, Gisalberto, Baldo.