Ildebrandino e Oberto stavano colle macchine da un lato verso la valle. Ugo dal lato seguente, in direzione del castello d'Ildebrandino, e con lui c'erano Gisalberto e Aginaldo. Baldo doveva guidare le lance e i fanti.

Ugo, legato il cavallo a un troncone delle moltissime piante, tenevasi dietro ad una torre di legno, e badava a rotolare i massi che si spaccavano dalla montagna sotto la tempesta di certe azze montanare: li rotolava verso la maggiore petriera, e dava loro l'augurio:—Tu pari fatto apposta per piombare sull'elmo di Adalberto. Tu se colpisci come so io, vali tant'oro quanto pesi!—E via, e via, aiutava, più come fante, gli armati d'Ildebrandino, che come capitano della spedizione, faceva cuore ad essi:—Da valenti, assestate la trave, tirate la fune! Da valenti, giù, giù, giù!—E il colpo partiva. Dopo messere levava il volto su ai battifredi, si toglieva l'elmo e lo buttava a terra, dicendo:—Sbalestrate anche questo, chè io non temo le frecciate!—rialzava la faccia e chiamava:—Vedeste? Più a dritta o più a mancina? Quando siamo a tempo! Voglio balzare con voi sul battuto! Dite, Aginaldo!

E quelli dall'alto:—La muraglia cede. Dalle balestriere vien giù l'inferno, ma i nostri arcieri non indietreggiano di un passo. Santa Maria! Seguitate! Su una torre è sbucato Adalberto! Fate avanzare le macchine!—E gli armati che erano sul battifredo, si precipitarono giù dalle interne scale di esso, perchè fosse più leggiero; e, attaccatigli cavalli dai lati, e dietro spinto da Ugo, Aginaldo, Gisalberto e da molti fanti, quello si avanzò, tentennando maestosamente, fino a dieci passi dal fossato. Arrestatosi, gli armati s'incalzarono per salirlo, gridando:-Calate il ponte!—Era il ponte una lunghissima tavola, sostenuta da catenoni, la quale si abbassava, precisamente come i levatoi, a mettere in comunicazione la piattaforma del battifredo colle mura nemiche.

—Calate il ponte!—gridavano ancora Gisalberto e Aginaldo, correndo sulle strette scale.

—Maestro Sega, mettete i contrappesi!—comandava Ugo con poderosa voce:—Girate le ruote e tendete le corde!—Ma non vedeva il maestro.

Gli armati nell'ardore dell'assalto udirono quel comando, e credendo fosse ubbidito, o, a meglio dire, fremendo unicamente per menare le mani, erano giunti all'alto. Aginaldo liberò un catenone, poi l'altro, nè tenne la fune del ponte perché abbassasse a poco a poco, ma lasciò andare. Gisalberto esultava:—Investiamo con impeto!

Al basso Ugo ancora affannosamente minacciava:—I contrappesi o la dannazione eterna!—ed ecco ficcando intorno gli occhi, gli venne veduto il maestro orrendamente schiacciato nel terreno e dimezzato il corpo da una rotaia sanguinosa: una freccia gli era confitta al petto.

—Cavalieri!—ebbe ancora cuore di urlare Ugo:—tenete i catenoni!—ma non aveva ancora detto, che ecco la torre barcollò verso la fossa…. Egli che si stava attaccato ai congegni delle ruote posteriori fu balzato a cinque passi sul terreno: la torre con fragore di ruina schiantò il ponte contro le mura nemiche, e precipitò nel fossato Gisalberto, Aginaldo e quanti armati v'aveva. Nel castello suonarono i pifferi a scorno e dalle feritoie i balestrieri levarono grida di vittoria… Si scosse Ugo, dolorosissimo, e ancora incerto di quanto era accaduto, ancora imprecava:—Maestro, v'hanno pagato per tradirci?—Si volse su un fianco e vide gli uomini che, abbandonate le petriere e le manganelle, accorrevano animosissimi, giungevano alla torre, vi s'arrampicavano come gatti, tentavano di unghiarsi alla muraglia: ma la muraglia restava troppo alta e non dava appicco; piovevano gli olii e la pece, guizzavano d'alto in basso le punte: e chi degli assalitori rifaceva il cammino: chi era incalzato: chi incontrato: e chi piombava nella fossa: e chi, avvinghiato al legname, si spenzolava!… Intanto sopraggiunsero i fanti e i cavalli che erano indietro.

—Avanzate le manganelle! Se il ponte c'è, per Dio! fate la breccia!—tuonava Ugo, tentando di rizzarsi dal terreno sul quale lo inchiodavano le doglie.

Cominciarono poco più di dodici uomini, incontro alle frecce nemiche, a trascinare le macchine e a caricarle di sassi, e a porle da assestare i colpi. Presero a farle giuocare: un proietto percuoteva nelle mura, l'altro nella torre, sconquassandola e facendola sempre più piegare, e i nemici ridacchiavano e ululavano i troppo presti assalitori così sfracellati dagli amici.