Ugo, non sapendosi persuadere che fosse desto, così com'era senza l'elmo, si tormentò fortemente la faccia, poi si rotolò davanti a una pozza d'acqua, e in essa tuffò il capo per averne refrigerio.

Accorrevano in quella Oberto ed Ildebrandino, e venivano dall'altro lato del castello, investito dalle petriere e dai trabuchi, a portare la trista notizia che troppo deboli erano le macchine, nulla si era potuto fare, dalla porta deretana avevano dato il passo ad una banda di nemici, combattendoli sì, ma non sperdendoli. Tutti credevano che questa masnada fosse venuta alle spalle di Ugo per distruggere le torri di legno.

Oberto incominciò a meravigliare:—Come? Qui non ci sono i nemici?—e vedendo, alla lontana, Ugo disteso bocconi:—Messere,—disse allo zio:—è morto!

—Chi?

—Ugo. Si storce nell'agonìa. Guardate!

Ildebrandino per dolore volse via la faccia esclamando:—Oh la libertà delle nostre castella!—e vivamente:—Ma i nemici non sono venuti per di qua?

—Tutto non è perduto, messere. Fate lavorare le scuri al ponte!

—Ugo è morto!

—Fate in vostro nome!

E tutti e due galopparono oltre, per un pezzo, verso le macchie: ad un tratto ecco sul cammino loro incontro il trombetto di Ugo.