—E per la impresa, tu dici? Ugo ha pugnato, come un forte, e l'amo!
Ma Dio ci maledisse.

—Perchè c'era lui!

—Oberto, che hai? La tua ira mi piace! Contro chi?—si accese
Ildebrandino.

—Contro di voi—ardì Oberto.

—Ti sono amare queste parole?

—Zio!—rispose Oberto ad un tratto:—Voglio sposare Imilda, anche oggi!

—Quando Ildebrandino consenta—rimproverò lo zio. Allora Oberto con astio e con ironìa:—Ah volete combattere voi? Ugo sarà con noi?—E, meditando una offesa verso Ildebrandino e una vendetta contro Ugo, domandò tra sè stesso:—Venti anni fa, quando Adalberto mosse qui, come combattè lo zio?… Che gloria!… E voi, messer Ugo, perchè avete spezzato l'uscio della cappella sacra? Era meglio che Imilda morisse, là, sola! Volete ch'io parli al vescovo di Saluzzo?—E Oberto, dopo un silenzio beffardo collo zio, si espresse così:—Fate che, morendo voi, io abbia un castello, o la memoria di un castello: e voi le esequie da cristiano.

—Duri la guerra un mese, duri un anno!—rispose Ildebrandino, offeso più che mai e più che mai dignitoso:—Perchè mio nipote parla così? Ch'io non sappia combattere? Ch'io non conosca i valenti? Ebbene, senza messer Ugo io sfiderò Adalberto.

Oberto fu contento.

—Senza Ugo, sì: e mio nipote ascolti:—Ildebrandino andò al fondo di torre dove sapeva che era stato chiuso Guidello: lo trovò rabbioso di fame, lo trasse su, lo fece rifocillare, poi lo accommiatò così:—Va, araldo del malanno, tromba di vergogna. Io ti lascio e ti comando questo: torna al tuo signore e digli che con Ildebrandino c'è Oberto. Digli che Oberto vuole un castello per sè e per i suoi: il castello può essere quello di Adalberto. Madonna Marzia, Manfredo e Bello domandano vendetta. Che pensi Baldo non so: so che i vili e i traditori non sono più sotto il suo tetto. Io ti lascio e ti ho comandato.