—Messere, no: lo strumento suonasse come quelli, dicono, del dì del finimondo.

—E le mura di quella rôcca fossero come quelle di Jerico, per virtù soprannaturale, che noi possiamo chiedere colla preghiera.

—Così fosse!

—L'altro dubitò, e riprese:—Ed io avrei voluto che la pergamena parlasse come la condanna che appiccammo alla porta di Lamberto, il ribello a messere il vescovo di Saluzzo. Vi ricordate?

—Voi non ci eravate.

—C'era Gausprando; ma so. A Gambazza sulla destra del Po.

—Chi ci appose il vidit e dichiarò bandita la pergamena? Il nostro signore Adalberto istesso, piantando poderosamente un pugnale al luogo del suggello. Quella la fu impresa! Di lì a un mese, del castello non rimase in piedi che un arco e quello per dire:—Di qui passarono i prigionieri!—So che il padre mio ghignava burlescamente e fieramente, e so che mi disse:—Figliuolo, quando suoni, ricordati che hai in mano tutt'altra cosa che un'azza. Guarda che, stringendo troppo, il rame si ammacca, e le ammaccature tra noi soldati le cerchiamo soltanto sul petto nudo e non sull'arme e sui bagagli—mi disse. Tant'altre cose mi raccomandò, finchè s'ebbe quella seconda impegolata a scuoiargli la faccia, e allora mi fece cenno che le labbra arsicce erano buone all'avemaria e ai paternostri, lasciò il castello e cercò un monistero.

—Se lo conobbi, quel valente Guidaccio!

—E Guidaccio anche lui suonò su quella scalea di Ugo, quando c'era ancora, più arcigno di questi, il suo padre Oldrado, che fu quello, sapete, il quale aizzò i suoi servi contro l'araldo che bandiva le giornate d'armi, sì che quelli a vespero spalancarono usci e finestre, e mostrarono scuri da boscaiuoli fra certe manacce rabbiose!

—Rammentate la storia di Guidinga.