—Gesummaria!

Tacquero, perchè vicino era il castello del loro signore, e quel discorso, spiato o frainteso, poteva far scricchiolare alla sera istessa i cavalletti di tortura.

I due, alla parola del saluzzese che era di guardia, risposero come il motto d'ordine portava quel dì: entrarono, salirono una scala, e, trovato in capo a un corritoio un paggetto, il quale sonnecchiava su un archipanco, Guidello domandò:—Filippuccio, ne attende il nostro signore?

Il fanciullo, come se d'intorno agli occhi si togliesse le ragnatele, affaccendandosi colle manine, rispose:—Io non credevo che foste per ritornare dalla guerra sì tosto…. Ero lontano assai, sulle ginocchia della madre mia… là giù…. Ah siete? Il sonno coglie, e si va, si va…. Chiedete?

—Ne attende messere Adalberto, e dove?

—Sì, Guidello araldo, e voi, maestro: nella sala della torre.—E li precedette nel corritoio fino in fondo, s'arrestò a destra, alzò un usciale, e disse:—Sono tornati: a vostra obbedienza, messere.

Al comando:—Siano messi dentro e vattene, Filippuccio—i tre atteggiarono la persona alle linee marcatissime della loro professione: l'araldo si drizzò dignitoso, come se gridasse un bando, l'altro si piegò, come se sfogliasse un messale nella cappella, il paggetto si storse, sollevando l'usciale con sforzo per verità degno di compassione. Entrarono.

La sala era triste: e, a dire quello che si poteva scorgere alla poca luce delle tozze finestre, presentava le muraglie saldissime e nude: solo ornamento una statuina di un beato protettore con lancia e pastorale, male allogata in una nicchia che pareva una balestriera; e, sotto quella, due drappi, tutti a polvere e sudiciume, forse due stendardi, forse due coltri mortuarie: v'erano dei seggioloni a masse d'ombre così nere da far richiamare alla fantasìa il frate bianco che sopra vi stesse nel coro, e un macchinoso tavolaccio, adatto a sostenere quello che sosteneva, la potentissima persona di un cavaliero.

Messer Adalberto era un uomo nel vigore pieno della età virile: mostravasi vestito di panni oscuri: volto verso la porta: e dalla sua posizione, da sedere tanto irrequieto, chiaramente può dirsene l'indole ruvida e l'attesa impaziente. Nè più, nè manco: erano quelli i tempi in cui un cavaliere noverava, come un sellaio, le fibbie e i chiodi della sua sella da battaglia e neppure sbagliava in un sopranome a quegli arnesi, e forse forse moriva senza tutto avere appreso il paternoster dalla bocca della madre o del chierico: tempi in cui, io credo, che la natura non si sarebbe messa su via fallata, se avesse ai priminati delle famiglie baronali dato a vece di cranio addirittura un elmo, a vece di lingua una lama, e per cervello qualcosa di bollente che fuori uscisse e fosse mostruoso cimiero. Io non so se anche allora i bambinelli si tormentassero colle fasce se così fosse stato, non mi sarebbe punto di maraviglia se ancora trovassi nelle cronache che la madre di Garmario saluzzese, madonna Sandra, torturasse le membra del suo figliuolo, serrandole in una bandiera insanguinata, o che il padre di Forcone da Ivrea recasse al castello per la bisogna materna della sua moglie Ageltruda la soprasberga dell'inimico bucata e ribucata a colpi di spada: l'avo Attone da Susa legò con sacramento ai nascituri dal suo Rogerio il lembo stracciato a morsi della sozza camicia che vestiva nella torre della fame. Messer Adalberto era primogenito, ed aveva avuto madre come l'ebbe Garmario, padre come quello di Forcone, ed avo della taglia di Atto. Finchè vissero i suoi, imparò che nelle sale feudali l'agnello santo del perdono ci sta figurato solo per spasso di qualche frate dipintore, il quale fa il mestiero, è pagato, e se ne va dal ponte: imparò che negli steccati dei giuochi d'arme, se le cadute da cavallo v'incarnano gli anelli di maglia nelle membra, perchè la lancia dell'avversario vi coglie, è meglio che quelli vadano fino al cuore a condensarvi dentro tutto l'odio, e questa vi avesse passato fuor fuora, senza accorgervi di provare vergogna! Imparò che le dita ci furono date da natura per contare le vendette da farsi: segnar croce colla penna è da monaco, tagliare colla spada da cavaliero: si vive collo usbergo maledetto, si muore coll'abito immacolato di qualche monistero. Insomma tanto e tanto: sicchè, quando dallo stanzone dell'armi uscì un feretro, e un altro, e un altro, all'ultimo messere Adalberto schiuse la portaccia colle sue mani stesse. Partì, per sempre suo padre, messer Brunone: ma venne dentro subito un ospite aspettato e vagheggiato: l'orgoglio del comandare! Adalberto se gli abbracciò siffattamente, che si trovò tolta la requie di giorno e il sonno di notte.

Il cavaliere, divenuto signore, sentì tutta la potenza del suo volere e s'ingagliardì tristamente ne' suoi disegni d'impero e di conquisto. Si trovò forte per un vastissimo patrimonio. Dal suo castello, sui monti di Saluzzo, poteva fino alle cime di Monviso spingere i segugi, inseguendo camozzi su terreni suoi: da oriente a Po se sorgevano torri di cavalieri, stavano a condizione di ubbidienza a lui; alzavano i pennoni degli avi a seconda della investitura dei feudi, a patto fastoso dell'omaggio, e a patto più valido di bei mucchi d'oro e di giornate d'armi. Su quello adunque che c'era non so chi osasse scuotere una lancia adorna di una banderuola di ribellione: a quei tempi le idee manco sottomesse di un valentuomo si pagavano a slogature di membra, a flagellazioni da ebrei, a carezze d'aguzzino: e dico poco; lascio le scuri, le forche, e i quattro cavalli per gli squartamenti.