—Meglio che se posasse in culla d'oro. Non dici il tuo scherzo d'ogni sera?

—Sì….—Ugo sorride, beato e tormentato da quella soave violenza:—Lascia ch'io la baci, la mia castellanina.

—Messere, non siate scortese colle belle. Voi la svegliereste a bacioni….—dice Imilda col tono di una gran dama, regina di venti damigelle e cento paggetti, sporgendo il labbro inferiore, facendo un inchino alla culla di legno e porgendo al cavaliero, perchè lo baci, un lembo della sua gonna di pelli cucite: gioca fanciullescamente e amorosissamente deridendo il passato: ma poi, fissando Ugo che non l'asseconda, o l'asseconda come smemorato, poi con dispiacere e quasi offesa:—A bacioni? No: è lo scherzo d'ogni sera, ma non l'abbiamo detto…. Tu non l'hai detto celiando, come sempre….—Infine incertissima:—Che cos'hai, Ugo?

Ugo con voce addolorata:—Baciala tu per me!

—Ugo?

—Imilda, prega il tuo angiolo che nel sonno dica a Dio una parola per me!—Ugo, pentito di quel lamento che gli è prorotto, piomba in un silenzio desolato.

E Imilda meravigliata e trepidante:—Ugo, che c'è? Tu guardi la cuna e non sorridi? Tu sei pensieroso? Tu m'hai stretto a te, celandomi un dolore—E con stringicore ineffabile, quasi a scongiurare un pericolo:—Non sono la tua sposa? E perché l'angiolo nostro preghi per noi, forse vuoi dire che le nostre orazioni non sono più quelle?

Ed Ugo affannato, ma sempre più facendosi forza, quasi per non tradire un segreto:—Le tue sì, le mie….

—Che vuoi nascondermi?

—Lo sai…. Da un pezzo…. Sempre: c'è nelle mie orazioni un rimorso!