—C'è nelle mie una dolcezza ineffabile!

—Imilda, rammenti quel giorno, dopo quello in cui ci sposò il romito?

—E non ci vedeva Iddio?

—Senti: quel giorno io spiai i tuoi piedi insanguinati nella corsa ruinosa, il delicatissimo petto ansante di fatica, gli occhi spossati, più che d'amore, di travaglio! Io ero vinto, vituperato, scomunicato, fuggente, e potevo io dirti mia? Ecco il mio rimorso!

—E sapevo io resistere? Ecco la mia gioia!

Ed Ugo, titubando:—Ahi da quel giorno ad oggi!—e combattuto:—Non posso dirti, e come! Mi tormento!—Poi ad una stretta di lei:—T'ho detto…. il mio rimorso!

Ma Imilda:—No, no! Tu mi celi qualcosa! È un altro il segreto. E lo so: stamane sei partito più presto, con un pensiero….—e pregando:—Dimmi! Fu tanta la pace, che anche il dolore ci giunge benedetto!

Ed Ugo risoluto e tremante:—Ebbene ti dirò. Sì, stamane sono partito prestissimo, sì con un pensiero, una febbre, che mi tormentavano da due notti. In questi mesi ho obliato, lo sai, ma l'anima talora mi rigurgitava in petto, e volevo sapere qualcosa! Ressi a lungo, penai, penai, poi non ressi più. Stamane, scendendo giù per le valli coi boscaiuoli, boscaiuolo io pure, volli richiedere novelle di coloro che abbiamo lasciato giù… Dopo due anni!

—Ah! perchè?—freme Imilda con rimprovero grave:—Perchè? Non ti bastava il mio amore?

—O mia donna! passai il Chiusone, venni a Inverso, a san Germano, a
Torre di Luserna.—Ed Ugo rimane, palpitando dolorosamente.