Sospira Imilda:—La valle del Pelice ov'è il castello di mia madre!—e china la testa, come pronta a subire il castigo della disubbidienza del suo Ugo.
—A Luserna. Più oltre non osai! E come un rozzo villano, indifferente, per il solo amore di un po' di pane, feci questa domanda: "O buona gente, volete braccia? Vi è un signore potente, non lontano di qui, il quale abbisogni di scuri per apparecchiare le travi alle macchine di guerra? C'è forse quel signore? E come si chiama?" Oh lo strazio di quella simulazione!
A questo punto gli accenti divengono procellosi,
—Hai saputo dunque d'Adalberto? di mio padre!
—Adalberto è vinto: Oberto è vincitore: Ildebrandino è morto.
—Morto?—così domandando, Imilda rompe in uno scoppio di pianto.
—Di altri non seppi. So che il mio tormento è grande, e tu piangi. E so che Oberto….—Ugo ripete astiosamente, quasi aizzato dalle memorie:—Oberto!
—Ebbene?
—Rizzi il capo a sentire il nome di colui? Oberto è nel mio castello…. signore potentissimo!—Ed Ugo è straziato dalle sante lagrime d'Imilda:—E la sposa? mi domandai. Non ha sposa. O Imilda, s'io non ero il tuo dimonio, tu ora saresti madonna di grande stato, moglie di Oberto, in belle sale, fra gentile corteo di damigelle. Ma sei qui, con me!… Perche ho valicato oggi il Chiusone?—e con forza gioiosa:—Ugo ritorna in me!
—Ugo!—rimprovera solennemente la donna:.—Dovevi lasciarmi nel fuoco quel giorno! Non avrei oggi ascoltato questo!… Ugo!… Mio padre!