CAPITOLO XI.

L'indomani mattina era tempo assai sinistro. Nelle valli di Fenestrelle stagnava un morto nebbione: i torrenti scrosciavano colle note basse della loro più tetra solitudine, direcciando dai picchi squallidissimi, o tra le rupi invetrate di gelo rotando colla schiuma cinericcia: pendevano secchi e scarmigliati dai ciglioni a squarci gli arbusti selvatici: gli abeti davano le loro tinte fosche a quell'immenso cimitero della natura: cadevano foglie e cortecce e rami e poveri uccelli migranti che non vedevano più cielo: il cielo era una caligine sola e le montagne, che v'immergevano le cime, mostravano le loro ossature di macigni profilate di nevi, disegnandosi come bigi carcami raccosciati o caduti. Era forse il dì de' morti…. La notte prima era dirupata la valanga? dove? come? Chi l'ha detto? Alla luce scialba di questa tristissima mattina si sono fugate le imaginose poesie del giullare della notte…. Dov'è Guidinga? Chi attende?… I lividi pinnacoli del Monviso, del Meidassa, del Glaisa, del Genèvre, del Chalierton, dell'Assietta, non conoscono donna alcuna!

Qual freddo deserto! Eppure non è deserto per Ugo e per Imilda, che lentamente aprono la porta della loro capanna: quello curvo sotto un fascio di povere robe, con pochissimi cibi, colla sua scure pesante: la donna rimbaccuccata in dieci pelli di agnello, non a proteggere lei, ma la creaturina, che amorosissimamente si aveva al petto.

Imilda trepidante guarda giù al sentiero per la valle, e, stringendosi ad Ugo, mostra il viso affannato da una veglia tormentosa, come quella che, cogli apparecchi non mai decisi, coi dubbi, coi rimpianti, precedette il tristo giorno di un viaggio verso l'ignoto. Quale veglia!—Ma è proprio vero che fuggiamo? Che mio padre è morto? Quante cose con noi si dovrebbero portare! Quali? Ma il fardello sempre cresce! Questa veste è necessaria? proprio? Se il freddo, se la bimba…. Eravamo tanto tranquilli! Non si può pensare! Che succederà? Abbiamo preso tutto. Tutto? Quell'oggetto qualunque è lì nella casetta: non c'è fatica a staccarlo, aumenta di poco il peso al fardello, lo porterò io, e potrebbe divenirci il più necessario: lo portiamo sì o no? Lo abbiamo lasciato! Torniamo: si va: si ritorna…. Quell'oggetto è forse inutile. Se si potesse avere una culla! Dove andremo, o Dio? Che abbiamo fatto?… Quale figlia fui rispetto a mio padre?… Uno spavento grandissimo stringe sempre d'attorno la casetta: i nemici, i pugnali, il tradimento! O Dio Signore! Passerà la notte. Ma che non passi! Qui l'ore un giorno erano felici: di qui dobbiamo esulare! Non passi e sia l'ultima in pace!—Fra l'angoscia, i dolori dell'amore e l'amore dei dolori, è passata! E bisogna fuggire. Imilda ha la mano tremante sulla porta, la tocca, e, come se quella fosse di legno benedetto, la bacia, si fa segno di croce: esce, e guarda giù. Sospira quasi liberata da un gran dubbio, il peggiore, dicendo:—Bonello non viene!

Ugo tace. Ugo stette per tutta la notte senza pronunciare una parola.

La capanna aveva al suo lato posteriore l'orticello e una stalletta con un finestrino a terra. Ugo e Imilda, uscendo per la porta dinnanzi, senza nulla più vedere, incominciarono a salire il monte…. Si udì un belato…. La capra della massaia sporgeva dal finestrino sull'erba il muso gemmato di brina, cogli occhioni sbarrati, col campanaccio che suonava con grave lamento: levò la testa…. Addio!

I fuggitivi sentirono quel belato: ma nessuno ebbe tanta forza da aprir bocca…. Addio, santa e tranquilla casetta dell'amore! Da te ancora esce una voce per noi! E noi ritorneremo?… O travi, cui recise e inchiodò la mano del boscaiuolo nelle lucenti mattine di primavera, o travi, quanti ricordi ci sorridono nell'anima!… Due anni prima, dopo il tormentoso esulare di giorni e di notti, dopo la benedizione del romito di Malandaggio, dopo mille paure e troppe gioie, al primo giungere su quelle cime sicure, Imilda era caduta affannosissimamente nelle braccia di Ugo, aveva avuto da lui tanti baci, quant'erano stelle nel cielo, a salutarli felici, ed aveva incominciato a susurrare:—Ti ricordi com'erano fiacche le corde del mio liuto?… Sai, non sento più suoni, nè più vedo…. Eppure la mia mamma Adelasia anche lei mi diceva di volermi bene!… Ugo, che cosa sono le stelle? Fuochi o anime che si adorano? Bisogna proprio morire per diventar stelle? Quei fuochi palpitano, quell'anime baciano, ma non hanno braccia per stringere forte forte…. Stringi!… L'edera e la quercia sono cose di questa terra, e come sono felici!… Ugo, che cosa dirà la Madonna santissima? Ma io l'ho sempre pregata: e, pregandola, non sapevo che lei, una notte, la dovesse arrossire!… La Madonna è su, su, su, lontana! Tu sei qui! Stelle, Madonne, baci, fiori, sorrisi…. tutto io sogno. Tu non sei un sogno?… Un giorno ti sognai bello, arcangelo mio, e coll'ali fiammanti e colla lancia del trionfo…. Ora ti sento mio: e ti strapperei l'ali, per paura che tu mi fuggissi! Ed ora sei vinto!… Ieri, l'altrieri, mi pareva di morire nell'imaginarmi le gioie del tuo amore, ora vivo di vita addoppiata!… Tu mi credi moribonda perchè ho il seno discinto e ansante?… Voglio dirti…! Ricominciamo… il pellegrinaggio dove vuoi, per giungere ancora qui, alla prima notte di nozze, per non veder più stelle, nè cielo, nè sante protezioni, per cadere ancora qui, e dirti ancora che sei mio!… Ricominciamo il pellegrinaggio…. Su, su…. Eppure! mi alzo, dò un passo, non ho più forza e ripiombo!—Aveva finito a susurrare così, e aveva dormito sotto un padiglione di frasche, avvinta alla persona del suo cavaliero, odorando l'effluvio dell'erbe aromatiche su cui posavano l'api: la luna l'aveva vestita come d'una coltre di serico bianco, e, fra i mille bisbigli del vastissimo silenzio, lì vicino il gemitìo d'un ruscelletto le preparava nella schiuma iridescente le fuggitive perle alle sue nozze. S'era svegliata, più stanca, soffogandosi gli occhi leziosamente e domandando:—Dove sono?—per sentirsi rispondere:—Sei ancora sul mio petto!—E sul petto di Ugo ella, che nel castello d'Ildebrandino aveva vissuto dei giorni solitari e freddi come una monaca, ella ad ora diveniva poetessa gentile, ad ora fremente, come una sibilla, insaziata di baci e audace nelle profezie, ad ora bambina, ingenua, tranquillissima, secondo i sonni della notte. Quando Ugo, felice e infelice, le aveva detto:—O Imilda, qui su queste rupi è morto tutto il mondo per noi! Qui siamo soli, e possiamo esser soli per un secolo! Io scenderò giù giù coi boscaiuoli al lavoro….—No, no!—ella aveva supplicato:—Rimani sempre con me!—poi aveva sorriso sprezzantemente al cofanetto dei gioielli, soggiungendo:—Sì, tu lavorerai e avremo il pane de' montanari, e lavorerò anch'io.—Ti grava la solitudine? Monti e monti, e cielo e silenzi e voli d'aquile superbe: intorno a te è il deserto.—Il deserto? Ugo, facciamo un mondo, siamo creatori: monti e monti, e cielo e silenzi e Dio sparso dappertutto: tra questo mistero facciamoci una casetta; vuoi nominarla castello, romitorio, reggia, monistero, o mondo? Sia come vuoi: da questi picchi noi pregheremo e regneremo…. Che? Ameremo! ecco la idea della divinità.—Imilda aveva scelto il luogo per la casetta, con grande importanza ciarlando della maggiore o minore probabilità dei venti molesti, prevedendo l'inverno col caldo dell'amore (ma non l'inverno vero!), occupandosi della comunicazione col ruscello, con un prato fiorito per la preghiera del mattino, e col sentiero che conducesse giù alla prima vallicella, e giù ancora e giù e giù a qualche lontana capanna d'anima viva: e pel luogo aveva tratto placido augurio da un sogno che aveva fatto…. Era sposa da tre o quattro giorni e già amava le cose piccine, i fiorelli, le erbucce, simulava la vocina capricciosa e la pronuncia ingenua, temeva le api; poi riposava molto, cantava un'antica canzone, tutt'altro che cavalleresca, lenta, sempre a ritornello, affrettava sempre più l'opera della casetta, senza più chiamarla colle voci poetiche ma volendola sicura e bella e pulita, desiderava una capretta da mungere, con tanto latte e tanto pelo, pregava a notte, arrossiva dinnanzi a Ugo. Spesso, quand'egli lavorava a tagliare, ad inchiodare, a connettere, ella sedeva silenziosa, e finiva con un rimorso castissimo:—Mi spiace ch'io non possa aiutarti!—e temeva l'inverno…. Con scrupolo delicato si toglieva di collo la medaglia della madre, dicendo:—Tu assisterai al battesimo…. Ma che? l'acqua che ne manda Iddio nei ruscelli è tutta benedetta!—In quei primi mesi dell'idillio il cielo era azzurro con cento azzurri, splendido, diafano, e colla vita del suo sole, colla poesia della luna e delle stelle, pioveva smeraldi alle selve, porpore alle rupi d'occidente, diamanti all'acque, paci alle vallee, e amore a tutta la natura: tutto bisbigliava, tutto si incoloriva, tutto scaldava, tutto fremeva…. Ugo calava giù alle capanne dei boscaiuoli a lavorare, a guadagnarsi le provvisioni, mostrava la crocetta che gli aveva dato il romito di Malandaggio, si spacciava come uno che fosse tornato a' propri monti dopo avere lavorato in Francia, senza parenti, solo, solissimo: giù l'aria gli pareva più greve: i pochi aspetti degli uomini lo conturbavano: quando risaliva alla sua donna non si volgeva più a fissare la direzione delle sue terre, del suo castello, de' suoi nemici. Dopo tanta passione, la pace sola aveva padroneggiata l'anima sua desiosissima! Ugo si ricordava d'avere visto nascere il sole da un'alta vetta, quando si sentiva rozzo, villano, cattivo, crudele, fortissimo, libero: ma Ugo non rammentava più quello che aveva operato.—Ho fatto il mio dovere, ed ecco la mia pace!—si diceva, non cercando l'eccelse cime per indovinare coll'anima cupida di mistero, per indovinare affannosamente il vasto sogno de' suoi deliri, l'infinito! Egli, nato da un Oldrado che era precipitato nel nulla e sempre aveva taciuto all'evocazione del figliuolo spronato, e da una Guidinga che, colla potenza dei mali spiriti, aveva centuplicato l'anima perversa dopo morte, una madonna perduta che aveva ascoltato, ascoltava, e doveva ascoltare fino al dì dell'universale giudizio le supplicazioni dei montanari:—Non rotolate la valanga!—Ascoltava, ma non esaudiva. E doveva essere castigata, dopo quel giorno ultimo dell'uman genere, nei secoli dei secoli dei secoli! Che cos'è la morte? Come si posa? Come si rivive? Oldrado aveva finito? Perché Guidinga sghignazzava sempre? Cos'è l'anima? il mistero? la condanna in vita e nell'avello? l'occulto delitto che si sconta? Ma pure vi sono i gaudenti, i tripudianti, gli epuloni?—Ugo non sapeva leggere, e poi allora c'erano pochi libri che sapessero persuadere alle belle cose. Ugo parlava male, pensava male, senza legame, senza logica, e soffriva peggio; di questo si accorgeva. Aveva patito e patito! Che importava a lui dei grammatici e dei logici paffuti? Ugo aveva avuto poca vita per la sua anima procellosa: eppure era già stanco: amava ed odiava!—In questa prima parte del nostro racconto il carattere d'Ugo l'abbiamo tracciato sconnesso, a sbalzi, tristamente indecifrato, come i foglietti dell'archivio di Saluzzo volevano, riferendo quelli unicamente le date e poche parole di quegli avvenimenti descritti da noi: la colpa non fu nostra: l'analisi ci avrebbe ghiacciato la penna fra le mani: né il romito di Malandaggio fu più felice di noi: confessiamo che, seguendolo passo passo e colorendo il nostro Ugo sul suo, dovemmo gettare il calamaio e la carta. Nella seconda parte del nostro racconto, dopo di averci ben pensato, speriamo di accontentare quei pochi che a ragione ci domandano:—Chi è questo Ugo?—Ugo non cercava più l'eccelse cime per indovinare il mare, ma si chinava dimesso alla sua donna per sentirsi replicare:—Ho bisogno…. Abbiamo bisogno di poco: tanto così! Guarda: una casettina!—e Imilda diceva cose che uscivano da una bocca, si ascoltavano da un orecchio, e domandava altre cose che si misuravano colle mani, si toccavano, si mangiavano…. La vita reale!—Nell'infinito sognato nelle notti temporalesche dell'anima, o Dio o il mare o il mistero, c'è lo squallore del silenzio e sempre nel povero cuore l'insoddisfatto bisogno dell'ali: ma invece, sotto quattro travi lontane da tutti, se c'è Imilda che dica:—Ti amo!—c'è nell'uomo, che anche creda Imilda immortale, il dovere sacrosanto di domandarle:—Siamo soli. Hai fame? hai sete? Dimmi che vuoi! Il mio amore starà nel risparmiarti, più che mi sarà dato, i sacrifici. Tu devi vivere! Ti darò da mangiare, da bere, da difenderti dal freddo; io sarò il tuo servo.—Alla poetica baldanza, solitaria, indagatrice, spossatrice, per la vita del pensiero, succede per la vita del cuore, per cagione della donna, una catena di obblighi concreti, santi, prosaici e poetici, legata alla terra: una catena che avvince due amanti di carne ed ossa, ma pure amantissimi. Vedendo lei che morde un frutto procuratole da noi, noi esultiamo di pienissima gioia. Dio-mistero ha troppo inghiottito l'anima nostra: troppo la disperse il mare: noi non siamo più noi…. Ma Imilda voleva una casetta. E fu fatta…. O travi, sì ripeto, o travi cui recise e inchiodò la mano del boscaiuolo nelle lucenti mattine di primavera! O finestretta, che parevi fatta apposta per la castellanina nascitura! Panca di bianco abete, su cui gli sposi sedendo, ai loro desideri avevano per calendario i fiori del pratello e per gnomone i fusti eretti dei pini! Addio! O porta, che sì ti chiudevi gelosamente anche in certe ore di giorno, e contro cui veniva importunissima a battere la testa la capretta: o porta, che eri aperta da una manina fattasi tremante! Addio!… E tu, scure, che spaccavi i tronchi, che carezzasti le assicelle a connettere la culla, che là alla parete di legno baciavi l'ulivo della pace! Voi, pietre del focolare, su cui posava a tradimento quel piedino, liscio come cigno! Voi, misteri divinissimi di gaudi, di tripudi, d'amore, di baldanze, di sfinimenti! Addio!… Imilda voleva una creaturina, a cui rendere placidissimi i baci, ch'ella, roventi, riceveva da Ugo. Imilda fu beata: sentì il dolce peso, i cari sussulti, la vita addoppiata da una vita arcana, il rigoglio del seno, i santi dolori e il premio di gioie: Imilda fu superba…. O capretta, capretta pezzata di bianco e di nero, che al vagito della bimba rispondesti col belato tremulo e insistente! Addio!

I fuggitivi mossero pochi passi e si rivolsero…. O bambinella, là dentro alla capanna tu saresti cresciuta la figlia di Maria la montanara e di Silverio il boscaiuolo. Ugo e Imilda avevano presi questi nomi. Senti, bella innocente, sì, saresti cresciuta e il massimo tesoro sarebbe stato l'oro de' tuoi capegli, baciati da mamma e da babbo. Senti, bellissima ritrosa: un dì, col grembiale della festa, col viso sorridente di tutti i giorni, tu saresti andata giù alla chiesuola della valle. Oh qual pace!… Ti colori in volto? Dillo alla mamma che non lo vedi quel giovinetto che cantava, cantava nei boschi, e non canta più!… Ma sì! sì, n'è vero che canterete insieme? La ninnananna accanto ad una culla…. Chi è nato? Se è un maschietto mettetegli in nome Silverio: s'è una piccina, Maria…. E con voi la famiglia dei boscaiuoli si continua nella casetta che fece il nonno di sue mani, davanti al focolare che segnò la nonna colla croce… Il nonno? la nonna? Non ci son più. Dio li abbia in pace. Sì, ma è un pezzo che son morti…. I nonni diventano bisnonni, e i bisnonni gli arcavoli, e…. Passarono gli anni, gli anni, gli anni, eh! Non passò l'acqua del torrente? Non le nevi sulle cime? Passarono le gioie e i dolori…. E poi?… Noi poveri morti preghiamo Dio che ci lasci tornare un minuto ai nostri cari: e torniamo alla capanna, che ci pare quella sì e no, e domandiamo alla gente che c'è:—Chi siete?—Boscaiuoli.—Lui come si chiama?—Enzo si chiama.—Lei?—Agnese.—Non si chiamano Silverio e Maria?—No.—….Oh come? Anche il nome si è perduto! E noi vogliamo raccontare di noi, e incominciamo a raccontare, ma siamo interrotti: così:—O buona gente, voi non sapete l'istoria? C'era una volta in questa casetta….—Le si è rifatto ancora il tetto l'anno scorso.—C'era una massaia che aveva in nome Maria….—L'uscio vecchio schiodato dall'uragano s'è messo nuovo con tavole robuste.—E un boscaiuolo c'era chiamato mastro Silverio, e una piccina. E dovete sapere che lui…. Vi dico l'istoria di un conte, di un capitano, di un famoso che ha patito tanto e….—Quanti anni sono passati? Che ci importa?… O buoni vecchietti che veniste su a cantare le vecchie storie, volete le limosine? Chi siete?

Quanti anni sono passati? È venuto l'oblìo!… Io non so quanti anni, ma sono passati in pace, in pace, in pace!… O bimba, saluta la nostra casetta! Noi fuggiamo! Addio!,.. Addio!…

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