—Ebbene parla—comanda Alzor.

—Io parlerò! Tu sei potente, o Alzor! Osanna! Ma tu hai fallato se credi di resistere nel piano alla colleganza dei signori da Saluzzo a Susa.

—Parla.

—Io parlerò!… Tu sarai vittorioso, o Alzor!—esulta il montanaro, stringendo il suo fardelletto come se fossevi correlazione tra la sua mente e quello:—Si. Io ti apro i passi delle valli: lungo la Dora ti conduco in valle del Chiusone, là sorprendi quelle rocche che sono vassalle al sire di Susa: poi ti slanci improvviso dai monti sopra Saluzzo, senza che dalla Dora Taizzone, Agobardo, Fulberto, possano mandare aiuto ai collegati.—Poi, sfavillante orrendamente in volto, colla gioia di un profeta:—Nella valle del Po vi sono le castella di un Adalberto, di un Oberto, di un Baldo. Se vinci, come ti giuro che vincerai, mi dai que' tre prigionieri? Alzor fece circondare l'uomo dagli armati: credette sì e no: e disse:—Vuoi altri patti?.

—Hai tu ancelle?—sospirò il montanaro, quasi emettendo un alito di fuoco.

—Il sorriso dell'amore è più bello fra l'armi. Vedi le mie conquiste! Ho egiziane, numide, maure e gote, arabe, spagnuole, provenzali, serpenti contìnui di continue voluttà. Uomo, non guardarle! Ti comando. Sei tu, cristiano, che aspiri al mio paradiso? Ascolta: ho anche l'aguzzino.

—Non ascolto! Ma supplico!—gemette il montanaro:—Tu hai ancelle: cerca il seno più ardente, e, fammi somma carità, lascia che il latte sia succiato da chi muore di fame! Ho qui una bambina morente!

—Che? i vagiti fra l'armi?

Allora il montanaro, facendosi pensoso e sciogliendo il fardelletto, mostrò una creaturina già quasi paonazza, un piccolo mostro di dolore: e disse:—Su questa bambina, nata da conti illustri, c'è su copiosissima taglia ove sia consegnata ancora viva in valle di Po, a Lanciasalda. Se vuoi, là ti aspetterò, e la ventura è tua.

—Cristiano, quante castella vale?—domandò Alzor che intendeva sotto quelle poche parole nascondersi un gran mistero di fatti.