—Il mio signore.
—Il nostro signore è potentissimo—e Ildebrandino, amarissimo, fece una reverenza di sommessione, e aggiunse:—È ventura l'essere sotto le bandiere del signore, quando si hanno sproni d'oro e fortuna nemica, ma anima sempre libera. Suonate la tromba per noi: i nostri figli, ove Dio li conceda, spero ricorderanno questi squilli!
Così s'arrese Ildebrandino. Messere Adalberto, quando Guidaccio gli ricomparve innanzi, per poco non gli dette la mazza sul capo. Egli desiderava l'araldo insultato o peggio, le lance catturate, il ponte levatoio alzato a precipizio, inalberato sulle torri lo stendardo, tumultuosamente bandita l'oste: invece l'impresa si racconciava, come una briga da' frati, con un inchino e un—Fiat voluntas tua.
Con tempestoso desiderio Adalberto si fece capo della vanguardia delle lance, e, mandato Guidaccio in coda alla torma a fare compagnìa all'arnese più disutile, l'astrologo, corse al castello di Oldrado…. In quello c'era madonna Guidinga!… Ad Adalberto scoppiava il cuore al fragorosissimo segno dell'arme! Fu calato il ponte, s'aperse il portone, e venne innanzi un garzonotto tutto in bianco, con un bastoncello alzato, il quale proclamò:—Quelle non essere le regole delle castella, doversi procedere come l'uso fra onorati cavalieri comporta. Passate tre ore da questa dichiarazione, mandate pure l'araldo, e noi risponderemo, e mandatelo suonando le campanelle dalle torri di legno, noi risponderemo suonando i pifferi dalle torri di sasso.—E il garzonotto tanto tenne levato il bastoncello bianco, a segno di inviolabilità, sicchè nessuno potè coglierlo in fallo, e nessuno per tema di essere tacciato misleale alzò la mano su di lui. Ch'ei fosse venuto, insultando, non c'era dubbio: ch'ei si partisse sano e salvo, era stizza di tutti, ma norma di guerra, la quale tanto più feriva messer Adalberto che aveva voluto solo procedere colla forza e senza lealtà.—O Guidinga! o schiava di messer Oldrado!—smaniava, tormentandosi, Adalberto…. Ma per consiglio dei capitani aspettò… Tre ore sulle brage dell'inferno, tre eternità!
Si schiuse tutto il portone, segno d'arresa, e comparve il garzonotto in nero, e lesse il bando, per cui—al molto glorioso signore di Auriate si calavano le bandiere.—Messere Adalberto galoppò dritto nella rôcca, e ambiziosissimo s'impose:—Prima regoliamo la bisogna del marito! Venga Oldrado, ed oggi stesso riceverò da lui l'omaggio. Questo suo vitupero sarà la più bella gioia per Guidinga!—E, scavalcato, passando per la porticina stretta che da un corritoio dava nella chiesa solitaria, udì dietro le spalle sbattersi irremissibilmente l'antaccia di quercia, si trovò a un tratto separato da' suoi capitani, si volse all'indietro e scorse tutto buio, si volse all'innanzi, ed ecco in capo al corritoio il paggio nero, il quale recava un cuscino nero e s'inchinava rispettoso, dicendo:—Messere Oldrado è pronto a prestarvi l'omaggio.—Adalberto si contorse molto iroso, irosissimo più che del pericolo, d'avere avuto per un momento paura, s'avanzò, e, sotto l'usciale sollevato dal paggio, entrò nella chiesa. Quivi trovò Oldrado solo e ritto, in aria così beffarda che pareva gli dicesse:—Sono il marito di Guidinga: lasciate fare a me! Avete saputo fare voi?—Che in quei tempi non si trovasse neppure schermo alle vendette ai piedi degli altari, si sa, e si sa che gli accorgimenti per condurre allo scopo i giuochi insidiosissimi avevano tutto lo studio delle faccende scrupolose. Adalberto doveva ascoltare quell'araldo bianco, vipera forse del tradimento? Doveva sgozzarlo! Doveva aspettare le tre ore? E rivederlo ancora? Doveva sgozzarlo! E il pronte s'era messo giù, il secondo portone spalancato, i porticati apparivano deserti. I traditori tutti! Ed egli si era lasciato cogliere! Oh il suo furioso amore per Guidinga era di quelli che si spaventano dei mezzi? Ma se lo scopo era già per sè stesso tremendo e ineluttabile!… E quell'arcone che menava al corritoio, e il coirritoio che menata alla chiesa! Che c'era nel corritoio? Una porta inchiovata che valse una muraglia: i suoi cavalieri al di là forse erano scannati: egli al di qua forse con tutta la irrisione di una vendetta pensata e ripensata era tratto all'inganno, e dall'inganno alla morte! O Guidinga! Guidinga!
Messere Oldrado era là nella chiesa solo e ritto. Aveva faccia di quelle che anche nel sonno mostrano aggrottate le sopraciglia, rugosa tenacemente la fronte, aperta la bocca al grido di battaglia, collo da far disperare quelli che, per amore di qualche taglia bandita da alcuno prepotentaccio vicino, dessero ascolto all'inferno, e arrotassero la coltellazza e già preparassero il sacco, come Giuditta la gagliarda; torace che portava tre usberghi e poi chiedeva anche il quarto, braccia da armaiuolo milanese, gambe le quali se inforcavano gli arcioni vi si serravano con tanta saldezza, sì che non ci fosse lancia da cavaliero poderoso da allentarle o farle staffeggiare.
—O conte,—disse per il primo Oldrado:—mi accorgo che la cerimonia poco soddisfa il vostro amor proprio.
E l'altro:—Messere neppure è da scudiero la insidia.
—Voi sbagliate: non sono armato e mi dichiaro vassallo vostro.
—Consento—con questa risoluzione Adalberto richiamò tutto il suo odio;