Rada il basso terren del vostro mondo,
Non spiri aura di Pindo in sua parola;
Tutto ei deggia da l'intimo
Suo petto trarre e dal pensier profondo;

quello stesso poeta, per rappresentare gli antichi beneficii che le nove Muse recarono un giorno ai mortali, immagina che, discesa dal cielo, la stessa dea Urania gli abbia un giorno cantati al poeta Pindaro. Non sono da sperare stupendi effetti poetici da una tale intonazione mitologica, e però tutto l'Inno, nel tutt'insieme, riesce manierato e freddo. Pure qua e là la natura potente vince l'arte delle scuole, e ne vien fuori qualche verso di calore, di colore e di sapore tutto manzoniano, ove l'effetto è proprio cavato, come in molte delle immagini dantesche, dalla potenza di meditar sopra lo impressioni: questi, per esempio:

Fra il romor del plauso,
Chinò la bella gota, ove salìa
Del gaudio mista e del pudor la fiamma.

Sono versi pittoreschi; ma il Manzoni ricordava senza dubbio, nel comporli una impressione propria, essendo ben noto agli amici del Poeta, com'egli soleva, innanzi a lodi che gli facevano piacere, arrossire come fanciullo. In questi altri versi, il primo è da notare per l'equivoco della parola amanti, la quale si può riferire alla Gloria, come a tutte le donne amate in genere; ed è vero pur troppo, che di mille innamorati, i quali sognano la gloria, uno solo riesce, con pena, a conseguirla; parecchi de' versi che seguono, sentono come un soave afflato virgiliano:

V'è la Gloria, sospir di mille amanti:
Vede la schiva i mille, e ad un sorride.
Ivi il trasse la Diva. All'appressarsi,
Dell'aura sacra all'aspirar, di lieto
Orror compreso in ogni vena il sangue
Sentìa l'eletto, ed una fiamma lieve
Lambir la fronte ed occupar l'ingegno.
Poi che nell'alto della selva il pose
Non conscio passo, abbandonò l'altezza
Del solitario trono, e nel segreto
Asilo Urania il prode alunno aggiunse.
Come talvolta ad uom rassembra in sogno
Su lunga scala, o per dirupo, lieve
Scorrer col piè non alternato all'imo,
Nè mai grado calcar, nè offender sasso;
Tal su gli aerei gioghi sorvolando,
Discendea la Celeste.

L'immagine seguente ci ricorda un'analoga similitudine dantesca; quella che vien dopo ha pure per noi qualche importanza biografica, perchè, sotto la impressione provata dal poeta Pindaro, reso improvvisamente dubitoso delle sue forze, dopo aver fatto concepire di sè solenni speranze, sono da riconoscersi i sentimenti particolari che dovea provare il Manzoni divenuto quasi inerte, dopo le lodi forse più ambite che sperate, onde fu coronato il Carme per l'Imbonati; ed anco questi versi, ove l'Autore trae l'espressione dal proprio modo di sentire, riescono pieni di poetica efficacia:

Come la madre al fantolin caduto,
Mentre lieto al suo piè movea tumulto,
Che guata impaurito e già sul ciglio
Turgida appar la lagrimetta, ed ella
Nel suo trepido cor contiene il grido,
E blandamente gli sorride in volto
Per ch'ei non pianga; un tal divino riso
Con questi detti a lui la Musa aperse:
"A confortarti io vegno. Onde sì ratto
L'anima tua è da viltade offesa?
Non senza il nume delle Muse, o figlio,
Di te tant'alto io promettea."—"Deh! come,
Pindaro rispondea, cura dei vati
Aver le Muse io crederò? Se culto
Placabil mai degl'Immortali alcuno
Rendesse all'uom, chi mai d'ostie e di lodi,
Chi più di me, di pregi e di cor puro,
Venerò le Camene?[4] Or, se del mio
Dolor ti duoli, proseguir, deh! vogli
L'egro mio spirto consolar col canto"
Tacque il labbro, ma il volto ancor pregava,
Qual d'uom che d'udir arda, e fra sè tema
Di far, parlando, alla risposta indugio.
Allor su l'erba s'adagiàro, il plettro
Urania prese; e gli accordò quest'inno
Che, in minor suono, il canto mio ripete.

Ma spogliando il Carme del suo apparato mitologico, noi troviamo in esso i sentimenti particolari del poeta e però un nuovo elemento biografico, del quale ci giova tener conto. Il poeta Pindaro, dopo aver dato prove del suo valore poetico ed onorate le Muse, riesce improvvisamente dubitoso delle proprie forze; onde la Musa discende a rimproverarlo insieme ed aggiungergli coraggio. Il Manzoni, quantunque vago di riposo, quando s'accingeva all'opera non s'arrestava facilmente innanzi alle cose difficili; anzi, metteva più forte impegno per riuscire; il modo con cui tormentò sè stesso negli Inni Sacri, lo sforzo giovanile per frenare i versi volubili e ribelli, il lungo, ostinato studio ch'egli, lombardo, pose nella parlata fiorentina, possono servire di commento a questi versi dell'Urania:

…. Baldanza a quel voler non tolse
Difficoltà, che all'impotente è freno,
Stimolo al forte.

Le Muse e le Grazie discendono sulla terra e recano i loro benefici ai mortali, cioè la pace, la concordia, la pietà. I versi seguenti del Manzoni, non ancora cattolico, concordano perfettamente col fine dell'Inno sulla Pentecoste, e col precetto evangelico che la mano sinistra non deve sapere quello che fa la destra, e ci dimostrano insomma ch'è una poco pia menzogna il miracolo della conversione dall'ateismo, dal materialismo e dal cinismo del Manzoni, che non fu mai nè ateo, nè materialista, nè cinico. Ma su questo argomento avremo occasione di ritornare; intanto, spogliando della loro veste classico-mitologica i versi che seguono, compiacciamoci di veder già vivo sotto di essa un Manzoni cristiano. Scrivendo nel 1805 al Monti, il giovine Manzoni gli ricordava già che le lettere non sono buone a nulla, se non servono a ringentilire i costumi; nell'Urania, le Muse devono fare qualche cosa di più, insegnarci la pietà ed il perdono delle offese, e la carità benefica e modesta: