Così dal sangue e dal ferino istinto
Tolser quei pochi in prima; indi lo sguardo
Di lor, che a terra ancor tenea il costume
Che del passato l'avvenir fa servo.
Levâr di nuova forza avvalorato.
E quei gli occhi giraro, e vider tutta
La compagnia degli stranier divini,
Che alle Dive fea guerra. Ove furente
Imperversar la Crudeltà solea
Orribil mostro che ferisce e ride,
Viver pietà che mollemente intorno
Ai cor fremendo, dei veduti mali
Dolor chiedea: Pietà, degl'infelici
Sorriso, amabil Dea. Feroce e stolta
Con alta fronte passeggiar l'Offesa
Vider, gl'ingegni provocando, e mite
Ovunque un Genio a quella Furia opporsi,
Lo spontaneo Perdon che con la destra
Cancella il torto e nella manca reca
Il beneficio, e l'uno e l'altro obblia.

Per virtù delle Muse nasce nell'uomo l'amor della fatica industre, il sentimento dell'onore, della fedeltà, dell'umana ospitale fratellanza,

…. che gl'ignoti astringe
Di fraterna catena; e tutta in fine
La schiera pia nell'opra affaticarsi
Videro, e nuovo di pietà, d'amore
Negli attoniti sorse animi un senso,
Che infiammando occupolli.

I poeti si destano e cantano alla turba le vedute bellezze, la terra non più squallida, ride; al discendere dell'armonia nel cuore dei mortali, l'ira tace e sii sveglia un secreto ardente desiderio di carità e di pace, onde la vita si fa bella e riposata:

L'ira
V'ammorzava quel canto, e dolce, invece,
Di carità, di pace vi destava
Ignota brama.

Dopo aver'cantato, le Muse risalgono all'Olimpo e ne ricevono le lodi di Giove, ma per tornar sollecite presso Pindaro, a que' luoghi che un gentile ricordo rende cari,

…. chè ameno
Oltre ogni loco a rivedersi è quello
Che un gentil fatto ti rimembri.

Le Muse spiegano a Pindaro che, se egli, a malgrado dell'amor delle
Muse, non potè ancora sciogliere canti immortali, ciò accade per la
vendetta d'un Nume, poich'egli, fino ad ora, negò il canto alle
Grazie; senza le quali nè pure gli Dei

…. son usi
Mover mai danza o moderar convito.
Da lor sol vien se cosa in fra i mortali
E di gentile, e sol qua giù quel canto
Vivrà che lingua dal pensier profondo
Con la fortuna delle Grazie attinga.
Queste implora coi voti, ed al perdono
Facili or piega. E la rapita lode
Più non ti dolga. A giovin quercia accanto
Talor felce orgogliosa il suolo usurpa;
E cresce in selva, e il gentil ramo eccede
Col breve onor delle digiune frondi:
Ed ecco il verno le dissipa; e intanto
Tacitamente il solidario arbusto
Gran parte abbranca di terreno, e mille
Rami nutrendo nel felice tronco
Al grato pellegrin l'ombra prepara.
Signor così degl'inni eterni, un giorno,
Solo in Olimpia regnerai
: compagna
Questa lira al tuo canto, a te sovente
Il tuo destino e l'amor mio rimembri.

Qui il Manzoni sembra certamente voler fare qualche allusione personale. È evidente ch'egli lascia rivolger la parola a Pindaro, perchè gli parrebbe cosa troppo vana ed orgogliosa obbligar le Muse a discendere dall'Olimpo per lui e augurargli di regnar solo in Olimpia. Se così è, noi dobbiamo riconoscere in questa giovine quercia olimpica, che un giorno regnerà sola, il Manzoni stesso, e domandargli chi possa nascondersi sotto la felce orgogliosa che ingombra intanto la via alla giovine quercia, ma che, in pena della sua temerità, vivrà un anno solo. Gl'indizii precisi od anco probabili ci mancano per arrischiarci a qualsiasi congettura. Osservo, invece, come una potente ragione segreta dovette determinare il Manzoni a compiere la sua prima formola poetica sentir e meditare, con un nuovo elemento che le mancava, la grazia. Il Manzoni vecchio diceva che l'arte deve aver per oggetto il vero, per fine l'utile, per mezzo l'interessante, ossia il bello. Il senso dei versi dell'Urania è il medesimo: