ALLA DILETTA E VENERATA SUA MOGLIE ENRICHETTA LUIGIA BLONDEL LA QUALE INSIEME CON LE AFFEZIONI CONIUGALI E CON LA SAPIENZA MATERNA POTÈ SERBARE UN ANIMO VERGINALE CONSACRA QUESTO ADELCHI L'AUTORE DOLENTE DI NON POTERE A PIÙ SPLENDIDO E A PIÙ DUREVOLE MONUMENTO RACCOMANDARE IL CARO NOME E LA MEMORIA DI TANTE VIRTÙ.[3]
[1] Poichè il professor Giovanni Rizzi, dalla cortesia del quale io l'ho ricevuta, mi permette di valermene, io me ne valgo nel solo modo che mi sembri conveniente, cioè stampandola tutta:
"Parigi, 7 febbraio 1820. Cariss. e Pregiat. Amico,
Sarei impacciato a ringraziarvi degnamente non solo dell'amabile pensiero che avete avuto di scrivermi, ma anche della pazienza che avete posta a regolare la vostra penna in modo che nulla per me fosse perduto dei preziosi sentimenti vostri, se non sapessi da lungo tempo quanto sia facile saldare con voi questi conti, e che voi vi tenete pagato d'ogni cosa, quando sappiate che con essa abbiate fatto piacere altrui. Sappiate dunque che la vostra lettera me ne ha cagionato uno dei più vivi e durevoli che per me si potessero provare, e che letta e riletta fra noi ha fatto una specie di festa di famiglia. Io non dubitava della continuazione della preziosa vostra amicizia, sapendo che è questo un dono che voi non prodigate nè ritirate leggermente, all'uso del mondo; ma le assicurazioni e le espressioni di essa, nutrendo le più care memorie dell'animo mio, l'hanno giocondamente e profondamente occupato. Già sufficentemente stabiliti in questa peregrinazione provvisoria, noi ci siamo ormai avvezzati alla nostra nuova situazione, ed io principalmente mi trovo in uno stato di quiete d'animo, e talvolta direi quasi di contentezza, della quale non saprei forse dare le ragioni io stesso; ma una mancanza, alla quale nulla può supplire, uno spazio che null'altra cosa può occupare, è sempre per me l'assenza di alcuni pochi amici, e quella singolarmente di uno, il quale mi ama, come merita egli d'esser amato. Non saprei altrimenti esprimere l'idea che ho dell'amicizia vostra, e se il riconoscere la mia fortuna può darmi taccia d'orgoglio, preferisco quest'accusa a quella d'ingratitudine. La venerazione e l'affetto ch'io nutro per voi, sarà, spero, un sentimento ereditario nella mia famiglia, e Giulietta, che ha più memoria nel cuore che nella mente, me ne ha già dato un segno, contandomi di essersi più volte rallegrata qui alla domenica dal pensiero che si andrebbe in casa Giudici: nè l'interruzione, nè la mutazione degli oggetti hanno potuto impedire che nascesse in lei questo pensiero così dissociato da tutte le sue attuali abitudini. Serbando la legge del silenzio così ragionevolmente imposta agli scrittori in ciò che riguarda i loro parti, io non vi avrei certo fatto parola di quel povero Carmagnola; ma voi mi avete aperto un adito, e addio silenzio! Lasciate adunque che io vi ringrazii dell'avermi voi dato il più bel premio, e nello stesso tempo la più utile scuola che un manufatturiere di poesie possa desiderare, cioè la cognizione dell'impressione che un suo lavoro ha prodotta su un animo elevato e su un ingegno grande ed esercitato. Benchè voi abbiate alla fine ritirate le prime vostre obbiezioni, non vi maravigliate se io mi tengo pienamente assoluto da una seconda sentenza, che posso forse attribuire alla vittoria dell'amicizia sull'imparzialità. Vi esporrò quindi brevemente i motivi che mi hanno condotto nei passi che vi urtarono dapprima, acciocchè voi giudichiate anche la mie intenzioni, e mi sia il giudizio vostro una norma per l'avvenire. Io aveva sentito che le circostanze e le azioni del Carmagnola non erano in proporzione coll'animo suo e coi suoi disegni, ma questa dissonanza appunto è quella che io ho voluto rappresentare. V'erano due difficoltà, una di diritto per così dire. Un uomo di animo forte ed elevato e desideroso di grandi imprese, che si dibatte colla debolezza e colla perfidia dei suoi tempi, e con istituzioni misere, improvvide, irragionevoli, ma astute e già fortificate dall'abitudine e dal rispetto, e dagli interessi di quelli che hanno l'iniziativa della forza, è egli un personaggio drammatico? Su questa quistione che può spiegare tutto un sistema drammatico, io aspetto da voi, quando vi piacerà occuparvene, la soluzione la più ragionata ed autorevole. L'altra difficoltà era per me il ridurre questa idea, quando sia plausibile" ad una lodevole pratica; ma in questo il vostro giudizio non mi sarà tanto sicuro, poichè si esercita sopra un amico. Il Coro era fatto certamente coll'intenzione di avvilire quelle stesse guerre, a cui io voleva pure interessare il lettore: vi è contradizione fra questi due intenti? Io non saprei certo affermare nè il sì nè il no—ma vi sottometto brevemente i motivi che mi hanno fatto credere possibile di eccitare questi due sentimenti. Mi sembra che lo spettatore o il lettore possa portare ad un dramma la disposizione a due generi d'interesse. Il primo è quello che nasce dal vedere rappresentati gli uomini e le cose in un modo conforme a quel tipo di perfezione e di desiderio che tutti abbiamo in noi: e questo è con infiniti gradi di mezzo, l'interesse ammirativo che eccitano molti personaggi di Corneille—di Metastasio—e d'infiniti romanzi. L'altro interesse è creato dalla rappresentazione più vicina al vero di quel misto di grande e di meschino, di ragionevole e di pazzo, che si vede negli avvenimenti di grandi e piccioli di questo mondo: e questo interesse tiene ad una parte importante ed eterna dell'animo umano, il desiderio di conoscere quello che è realmente, di vedere più che si può in noi e nel nostro destino su questa terra. Di questi due generi d'interesse io credo che il più profondo, ed il più utile ad eccitarsi, sia il secondo; credo che si possano anche riunire in un'azione e in un personaggio, purchè si trovino uniti spesso nel fatto, e tengo poi fermamente che sia metodo vizioso quello di trasportare negli avvenimenti la perfezione che non è che nell'idea, e che quando sia rappresentata in idea o veramente poetica e morale.—Voi vedete che ho voluto tentare di conservare entrambi questi mezzi di commozione e di riflessione, impiegandone uno nella tragedia e l'altro nel Coro.—A persuadermi di non aver riuscito ci vuol poco, perchè sento anch'io quanto l'esecuzione sia lontana dall'idea: ma a provarmi la falsità dell'idea sarebbero necessario molte ragioni, che spero di non sentire da voi, perchè amo credere che penserete in questo com'io.—Ben inteso che voi supplirete a questi cenni confusi e scritti alla sciamannata. La carta mi manca, e quel che è peggio il tempo. Non voglio ritardare a domani questa lettera per ridarla in più ragionevole figura intrinseca ed estrinseca. Dacchè ho perduta la speranza di divenire un giorno Accademico della Crusca, mi sono lasciato andare agli eccessi i più straordinarii della licenza: il peggio si è che la più parte di queste mie ciarle peccano contro il senso, ma a questo supplirà il vostro e a tutto l'indulgente vostra amicizia. Vorrei arrabbiarmi contro Torti che non mi scrive, ma con che diritto? Non tocca a me di negare! privilegi della pigrizia; ma se voi lo spingete, chi sa che non sia generoso! Ricordatemi alla Domenica e al Venerdì, ringraziate Mario dei cari saluti che gli rendo ben cordialmente. Alla degnissima vostra famiglia poi presentate l'espressioni della mia stima e della riconoscente mia amicizia coi più affettuosi complimenti di mia madre, di Enrichetta e di Giulietta. Chi sa che il signor Castillia non mi porti qualche altra vostra lettera! Questo pensiero mi tiene allegro. Scriverò al Canonico fra pochi giorni; intanto vi prego di fargli i miei più teneri e rispettosi saluti. E voi accogliete le assicurazioni della profonda stima e della inalterabile affezione del vostro
Amico vero A. MANZONI"
[2] Sopra la lentezza relativa del Manzoni nel preparare le sue tragedie il Sainte-Beuve ci diede questi schiarimenti: "Il Manzoni, tutti lo sanno, lavorava le sue tragedie lentissimamente. Questa lentezza, che può dipendere da diverse cagioni, come per esempio dalla delicatezza di un'organizzazione nervosa, la quale si può trovare impedita a tener sempre dietro alla fantasia e all'intelletto, questa lentezza considerata in sè stessa non sarà forse cosa lodevole. Ma ciò che sicuramente merita lode, e vuolsi anzi proporre ad esempio, è la coscienza adoperata da lui nel preparare i materiali, e nello studiare gli argomenti delle sue composizioni. Sarebbe difficile il dire quel ch'abbia fatto per l'Adelchi, di cui cominciò ad occuparsi sul serio, dopo il suo ritorno da Parigi a Milano, negli ultimi mesi del 1820. Egli si accinse a studiare da storico, emulando gli uomini, coi quali aveva fin'allora conferito, tutto ciò che potè trovare nelle cronache sulle circostanze della dominazione e dello stato de' Lombardi in Italia. Non leggeva superficialmente tanto da poter riuscire a dare un qualche colore locale, una tinta qualsiasi del Medio Evo ad un'opera di fantasia. No davvero, egli volle vedervi il fondo; si seppellì nella collezione Rerum Italicarum del Muratori, e prese anche famigliarità, com'egli dicea sorridendo, con qualcuno dei 49 grossi complici di Agostino Thierry."
[3] Il prof. Corrado Gargiolli mi fa noto che una signora, nel dividersi da un giovane che era da lei amato e che si era sposato ad un'altra donna, riaperse l'Adelchi alla scena di Ermengarda morente, e bagnandola delle sue lacrime scrisse all'amante una lettera commovente d'addio. Il Manzoni, cui venne dal Gargiolli riferito il caso, se ne compiacque soggiungendo: "Quelle erano davvero preziose postille," alludendo certamente alle lacrime, e al commento vivo che ne faceva il dolore di quell'abbandonata.
XVI.
Il Manzoni unitario.
Noi abbiamo fin qui toccato del Manzoni come riformatore dello stile poetico italiano, come scrittore religioso e come autore di tragedie storiche ed autobiografiche. Vediamo direttamente e particolarmente lo scrittore politico. Le opinioni politiche espresse in verso da un giovinetto di quindici anni non sembrano doversi pigliare molto sul serio. Quella spontaneità che appare, per lo più, nella manifestazione de' sentimenti di un giovine, è solo apparente; il giovine prima dei trent'anni sposa con ardore e difende con impetuosa eloquenza quelli che crede i suoi principii inviolabili e santi; ma egli non gli ha, gl'impara, li sposa, li riceve, gli accetta; rado accade che essi siano il prodotto di un intimo proprio convincimento. Il giovine, con tutta la sua furia simpatica che lo spinge a concepire i disegni più arditi e più vasti, a intraprendere le opere più pericolose, e con la felice illusione in cui vive che tutto il mondo sia suo, è meno libero assai dell'uomo maturo, tanto più composto e regolato nel suo modo di pensare, di sentire e di operare. Il giovine si crede libero, quando segue tutti i suoi istinti più diversi; l'uomo invece sente la libertà solamente dal punto, in cui egli incomincia a governare questa tumultuosa varietà d'istinti, a reggere la propria volontà, a dominare sè stesso. Non è quindi da chiedersi ad un giovine conto troppo severo di quel ch'egli abbia pensato politicamente fra i quindici ed i trent'anni; ma è poi tanto più mirabile il caso, in cui, come avvenne nella vita del Manzoni, si abbia a notare fra la giovinezza, la virilità e la vecchiaia d'un uomo una continuità progressiva di quei pensieri, che sono il fondamento e la regola della sua condotta civile. Del Manzoni si può dire che egli temperò con l'età il modo di manifestare i proprii pensieri; ma la somma di questi rimase costante e si confermò con la vita. Incominciò, come già sappiamo, a cantare il trionfo della libertà a quindici anni. Nel primo Canto del Trionfo incontriamo l'immagine dell'uccello che esce di gabbia e gode della sua libertà, adoprata a significare la gioia del prigioniero italiano ritornato libero: