E a color che fuggir l'aspra catena,
Prorompea sugli occhi e su le labbia
Impetüosa del piacer la piena,
Come augel che fuggì l'antica gabbia,
Or vola irrequieto tra le frondi,
Rade il suol, poi si sguazza ne la sabbia.

È singolare il vedere come le prime immagini della giovinezza manzoniana rifioriscono vive nella sua tarda vecchiaia. Il Manzoni, più che ottantenne, passeggiando ne' Giardini Pubblici di Milano, alla vista di uccellini chiusi in gabbia, compose alcuni eleganti distici, nei quali gli uccelli prigionieri, ai quali è contesa la vista del cielo, si lamentano per invidiare la sorte delle anitre che si diguazzano liberamente negli stagni:

Fortunatæ anates quibus æther ridet apertus,
Liberaque in lato margine stagna patent.
Nos hic intexto concludunt retia ferro
Et superum prohibent invida tecta diem.
Cernimus heu! frondes et non adeunda vireta
Et queis misceri non datur alitibus.
Si quando immemores auris expandimus alas,
Tristibus a clathris penna repulsa cadit.
Nullos ver lusus dulcesve reducit amores,
Nulli nos nidi, garrula turba, cient.
Pro latice irriguo, læto pro murmure fontis
Exhibet ignavas alveus arctus aquas.
Crudeles escæ, vestra dulcedine captae
Ducimus æternis otia carceribus.

L'Austria ricevette pure i primi colpi dal giovinetto Manzoni, nel Trionfo della Libertà:

S'alzò tre volte e tre ricadde al suolo
Spossata e vinta l'Aquila grifagna,
Che l'arse penne ricusâro il volo.
Alfin, strisciando dietro a la campagna
Le mozze ali e le tronche ugne, fuggìo
Agl'intimi recessi di Lamagna.

Non ci meravigliamo dunque che tra i Martiri dello Spielberg il conte Confalonieri sapesse a memoria e recitasse parecchie terzine del poema giovanile d'Alessandro Manzoni. L'anima gloriosa del francese Desaix caduto a Marengo combattendo contro gli Austriaci per quella che si sperava potesse divenire la libertà d'Italia, appare in una specie di Olimpo al giovine Poeta, il quale, pure imitando il noto incontro di Virgilio con Sordello, sa ancora trovare e produrre un nuovo effetto poetico:

Allor ch'egli me vide il piè ramingo
Traggere incerto per l'ignota riva,
Meditabondo, tacito e solingo,
A me corse gridando: "Anima viva,
Che qua se' giunta, u' solo per virtute,
E per amor di libertà s'arriva.
Italia mia che fa? di sue ferute
È sana alfine? è in libertate? è in calma?
O guerra ancor la strazia e servitute?
Io prodigo le fui di non vil'alma."

Dicono che il Manzoni ed il Mazzini, ritrovandosi insieme un giorno dell'anno 1860, si rallegrassero insieme d'essere stati, per lungo tempo, i soli veri unitarii d'Italia. Nel vero, entrambi misero una specie di ostinazione nel desiderare e nel predicare in tutti i modi ed in ogni occasione l'unità italiana. Anche il Monti, per dire il vero, nella Musogonia aveva collocata la seguente strofa:

E voi di tanta madre incliti figli,
Fratelli, i preghi della madre udite:
Di sentenza disgiunti e di consigli,
Che pensate, infelici, e chi tradite?
Una deh sia la patria, e ne' perigli
Uno il senno, l'ardir, l'alme, le vite.
Del discorde voler che vi scompagna,
Deh non rida, per Dio! Roma e Lamagna.

Si può anche ammettere che il Monti fosse in quel momento sincero, ed esprimesse con tali versi il proprio intimo sentimento; ma egli cantò tante volte idoli diversi, dal Braschi a Napoleone, dal Suvaroff all'Imperatore d'Austria, che una sua strofa unitaria non può far di lui un poeta unitario. Prima dell'anno 1860 gli unitarii in Italia si potevano contare; tra i liberali d'idee più avanzate prevaleva generalmente l'idea della federazione. Il professor De Benedetti racconta in questo modo il colloquio che il Mazzini avrebbe avuto col Manzoni: "Vede, Don Alessandro (avrebbe detto il Mazzini), durante un pezzo siamo stati noi due soli a credere all'unità di quest'Italia. Ora possiamo dire che avevamo ragione." Al che il Manzoni volendo mostrare che egli vi aveva avuto poco merito, perchè l'unità era inevitabile, con un malizioso sorriso avrebbe risposto: "Il padre del nostro amico Torti, che aveva sempre freddo, cominciava al primo fresco di settembre a dire: Vuol nevicare. A ottobre e novembre sentiva crescere il freddo e ripeteva: Nevica di sicuro. Finalmente, a gennaio o febbraio s'aveva una gran nevicata, e il buon Torti esclamava: L'avevo detto io che doveva nevicare." Ma, un anno innanzi, prima che il Mazzini gli facesse visita, egli, che era sempre stato un po' repubblicano e molto unitario, compiacevasi, in somma, di avere indovinato giusto giusto come il padre del Torti. "Alla fede dell'unità d'Italia (egli diceva) ho fatto il più grande dei sacrificii che un poeta potesse fare: quello di scrivere scientemente un brutto verso." Questo brutto verso si trova in un frammento di Canzone petrarchesca composta dal Manzoni nell'aprile dell'anno 1815, quando Gioachino Murat bandiva il suo famoso Proclama di Rimini, col quale chiamava alle armi gli Italiani, in nome dell'Unità italiana. Ma intanto che il Manzoni scriveva, la rotta di Tolentino, con tutti gli ambiziosi disegni del Murat, faceva cadere la penna di mano al nostro giovine Poeta, che, a mezzo della quinta strofa, si arrestava. Il frammento, più che quattro strofe finite, ci presenta un solo abbozzo, ove conviene tener molto conto de' pensieri ed usar qualche indulgenza alla inelegante povertà del verso. Nello stesso anno il giovinetto Leopardi componeva una specie di Orazione rettorica e reazionaria, della quale mi fece vedere una copia il marchese Ferrajoli di Roma. Quando verrà pubblicata, se pure a quest'ora non è già pubblica, sarà utile il riscontrare la Canzone del reazionario Manzoni con la prosa del Leopardi, il quale, per quanto intesi, era, alcuni anni dopo, col Nicolini tra quelli che si sdegnavano più forte contro il pietismo manzoniano e contro la sua teoria del perdono delle ingiurie. Il Manzoni nei versi del frammento, per la forma, classicheggia un po' pedestremente; ma ne' concetti egli si rivela moderno, e libero e coraggioso profeta d'un avvenire, intuito e sperato per l'Italia da pochi sapienti: