O delle imprese alla più degna accinto,
Signor, che la parola hai proferita,
Che tante etadi indarno Italia attese;
Ah! quando un braccio le teneano avvinto
Genti che non vorrìan toccarla unita,
E da lor scissa la pascean d'offese;
E l'ingorde udivam lunghe contese
Dei re tutti anelanti a farle oltraggio;
In te sol uno un raggio
Di nostra speme ancor vivea, pensando
Ch'era in Italia un suol senza servaggio,
Ch'ivi slegato ancor vegliava un brando.
Sonava intanto d'ogni parte un grido,
Libertà delle genti e gloria e pace,
Ed aperto d'Europa era il convito;
E questa donna di cotanto lido,
Questa antica, gentil, donna pugnace,
Degna non la tenean dell'alto invito;
Essa in disparte, e posto al labbro il dito,
Dovea il fato aspettar dal suo nemico,
Come siede il mendìco
Alla porta del ricco in sulla via;
Alcun non passa che lo chiami amico,
E non gli far dispetto è cortesia.
Forse infecondo di tal madre or langue
Il glorïoso fianco? o forse ch'ella
Del latte antico oggi le vene ha scarse?
O figli or nutre, a cui per essa il sangue
Donar sia grave? o tali, a cui più bella
Pugna sembri tra lor ingiuria forse?
Stolta bestemmia! eran le forze sparse,
E non le voglie; e quasi in ogni petto
Vivea questo concetto:
Liberi non sarem se non siamo uni;
Ai men forti di noi gregge dispetto,
Fin che non sorga un uom che ci raduni.
Egli è sorto per Dio! Sì, per Colui
Che un dì trascelse il giovinetto ebreo
Che del fratello il percussor percosse;
E fattol duce e salvator de' sui,
Degli avari ladron sul capo reo
L'ardua furia soffiò dell'onde rosse;
Per quel Dio che talora a stranie posse,
Certo in pena, il valor d'un popol trade;
Ma che l'inique spade
Frange una volta, e gli oppressor confonde,
E all'uom che pugna per le sue contrade
L'ira e la gioia de' perigli infonde.
Con Lui, signor, dell'itala fortuna
Le sparse verghe raccorrai da terra,
E un fascio ne farai nella tua mano…

I versi non belli, in questo frammento, sono parecchi; ma il Manzoni alludeva, nel suo discorso, a questo:

Liberi non sarem se non siamo uni.

Per questa unità da lui voluta, sperata, predicata, fin da giovinetto, il Manzoni aveva il coraggio di combattere apertamente, quantunque così devoto al Capo spirituale della Chiesa, il potere temporale de' Papi. Per questo riguardo, il Manzoni s'accordava perfettamente con l'antico e col nuovo poeta Ghibellino, con l'Alighieri e col Niccolini; il Poeta quindicenne, nel Trionfo della Libertà, e però prima della sua pretesa conversione, mentrechè egli mostra come Dio, ossia la religione, insegni soltanto l'amore:

Ei, con la voce di natura, chiama
Tutti ad armarsi, e gli uomini accompagna
E va d'ognuno al cor ripetendo: ama!

si rivolge dantescamente a Roma:

Ahi! de la libertà l'ampia ruina
Tutto si trasse ne la notte eterna,
Ed or serva sei fatta di reina.
Che il celibe Levita ti governa
Con le venali chiavi, ond'ei si vanta
Chiuder la porta e disserrar superna.
E i Druidi porporati, oh casta, oh santa
Turba di lupi mansüeti in mostra
Che de la spoglia de l'agnel s'ammanta,
E il popol riverente a lor si prostra
In vile atto sommesso, e quasi Dei
Gli adora e cole, oh sua vergogna e nostra!

Si offendeva il giovinetto Manzoni nel vedere che in Italia molto più che Cristo si adorasse il suo Vicario; egli presentiva già il giorno, in cui il Papa avrebbe finito per dichiararsi infallibile; perciò arditamente cantava:

Infallibil divino a le devote
Genti s'infinse, che a la putta astuta
Prestâro omaggio e le fornîr la dote.

Si dirà facilmente da alcuno di que' devoti che si preparavano alla beatificazione di Alessandro Manzoni, che non è da tenersi conto del linguaggio intemperante di un giovine studente traviato; ma il guaio è che il Manzoni, quantunque ossequente alla Chiesa, in tutto ciò che riguarda la materia dommatica del Cattolicismo, non s'immaginava mai che verrebbe un giorno, in cui l'infallibilità e il potere temporale de' Papi diventerebbero due nuovi dommi, due nuovi articoli del Credo cattolico! Nell'Adelchi, lo stesso Desiderio re de' Longobardi, a cui l'Autore impresta pure i suoi proprii sentimenti religiosi, tanto da fargli dire vinto da Carlo Magno queste parole di sommissione, per le quali si riconosce nel vincitore la potenza del dito divino: