quantunque la notizia che abbiamo ora di una Canzone antinapoleonica, non codarda certamente e non oltraggiosa, ma pure scritta dal Manzoni, quando il colosso napoleonico non lo poteva più ferire, scemi una parte dell'efficacia potente che avevano que' due mirabili versi.[4]
[1] Mi giova qui pertanto rimetterla sotto gli occhi de' lettori nella sua integrità:
MARZO 1821
—
ALL'ILLUSTRE MEMORIA
DI TEODORO KOERNER
POETA E SOLDATO
DELLA INDIPENDENZA GERMANICA,
MORTO SUL CAMPO DI LIPSIA
IL GIORNO XVIII D'OTTOBRE MDCCCXIII
NOME CARO A TUTTI I POPOLI
CHE COMBATTONO PER DIFENDERE O PER RICONQUISTARE
UNA PATRIA
————-
ODE
Soffermati sull'arida sponda,
Volti i guardi al varcato Ticino,
Tulti assorti nel novo destino,
Certi in cor dell'antica virtù,
Han giurato: non fia che quest'onda
Scorra più tra due rive straniere;
Non fia loco, ove sorgan barriere
Tra l'Italia e l'Italia, mai più!
L'han giurato; altri forti a quel giuro
Rispondean da fraterne contrade,
Affilando nell'ombra le spade
Che or levate scintillano al Sol.
Già le destre hanno strette le destre;
Già le sacre parole son porte:
O compagni sul letto di morte,
O fratelli su libero suol!
Chi potrà della gemina Dora,
Della Bormida al Tanaro sposa,
Del Ticino e dell'Orba selvosa
Scerner l'onde confuse nel Po;
Chi stornargli del rapido Mella,
E dell'Oglio le miste correnti,
Chi ritogliergli i mille torrenti
Che la foce dell'Adda versò;
Quello ancora una gente risorta
Potrà scindere in volghi spregiati,
E a ritroso degli anni e dei fati
Risospingerla ai prischi dolor:
Una gente che libera tutta,
O fia serva tra l'Alpe ed il mare,
Una d'arme, di lingua, d'altare,
Di memorie, di sangue e di cor.
Con quel volto sfidato e dimesso,
Con quel guardo atterrato ed incerto,
Con che stassi un mendìco sofferto
Per mercede nel suolo stranier,
Star doveva in sua terra il Lombardo;
L'altrui voglia era legge per lui;
Il suo fato un segreto d'altrui;
La sua parte servire e tacer.
O stranieri, nel proprio retaggio
Torna Italia, e il suo suolo riprende;
O stranieri, strappate le tende
Da una terra che madre non v'è.
Non vedete che tutta si scote
Dal Cenisio alla balza di Scilla?
Non sentite che infida vacilla
Sotto il peso de' barbari piè?
O stranieri! sui vostri stendardi
Sta l'obbrobrio d'un giuro tradito:
Un giudizio da voi proferito
V'accompagna all'iniqua tenzon:
Voi che a stormo gridaste in quei giorni:
"Dio rigetta la forza straniera;
Ogni gente sia libera, e pêra
Della spada l'iniqua ragion."
Se la terra, ove oppressi gemeste,
Preme i corpi de' vostri oppressori,
Se la faccia d'estranei signori
Tanto amara vi parve in quei dì;
Chi v'ha detto, che sterile, eterno
Sarìa il lutto dell'itale genti?
Chi v'ha detto che ai nostri lamenti
Sarìa sordo quel Dio che v'udì?
Sì, quel Dio, che nell'onda vermiglia
Chiuse il rio che inseguiva Israele,
Quel che in pugno alla maschia Giaele
Pose il maglio ed il colpo guidò;
Quel che è Padre di tutte le genti,
Che non disse al Germano giammai:
"Va, raccogli ove arato non hai;
Spiega l'ugne, l'Italia ti do."
Cara Italia! dovunque il dolente
Grido uscì del tuo lungo servaggio,
Dove ancor dell'umano lignaggio
Ogni speme deserta non è;
Dove già libertade è fiorita,
Dove ancor col segreto matura,
Dove ha lagrime un'alta sventura,
Non c'è cor che non batta per te.
Quante volte sull'Alpi spiasti
L'apparir d'un amico stendardo!
Quante volte intendesti lo sguardo
Ne' deserti del duplice mar!
Ecco alfin dal tuo seno sboccati,
Stretti intorno a' tuoi santi colori,
Forti, armati de' propri dolori,
I tuoi figli son sorti a pugnar.
Oggi, o forti, sui volti baleni
Il furor delle menti segrete;
Per l'Italia si pugna, vincete!
Il suo fato sui brandi vi sta.
O risorta per voi la vedremo
Al convito de' popoli assisa,
O più serva, più vil, più derisa
Sotto l'orrida verga starà.
O giornate del nostro riscatto!
O dolente per sempre colui
Che da lunge, dal labbro d'altrui,
Come un uomo straniero le udrà!
Che a' suoi figli narrandolo un giorno
Dovrà dir, sospirando: "Io non v'era;"
Che la santa vittrice bandiera
Salutata in quel dì non avrà.
Notiamo, tuttavia, come ci sembri molto probabile che l'ultima strofa sia stuta composta dal Manzoni tra il poetico furore delle Cinque gloriose Giornate di Milano.
[2] Un opuscolo tedesco intitolato: Interesse di Goethe per Manzoni fu tradotto per cura dell'Ugoni in italiano. Ma alle notizie contenute in quell'opuscolo conviene premettere le poche parole che si trovano negli Annalen del Goethe, le quali non mi ricordo che siansi finqui citate dai biografi del Manzoni, neppure del Sauer. Raccogliendo dunque il Goethe nella memoria i casi principali della sua vita, nell'anno 1820, scriveva: "Quanto alla letteratura straniera, io m'occupai del Conte di Carmagnola. L'amabilissimo autore Alessandro Manzoni, un poeta nato, per avere infranta la legge di unità di luogo, fu da' suoi concittadini accusato di romanticismo, sebbene de' vizii di questo non se ne sia appigliato alcuno a lui. Egli s'attenne al procedimento storico; la sua poesia prese un carattere interamente umano; e sebbene egli indugi poco nelle metafore, i suoi voli lirici divennero gloriosi come gli stessi critici malevoli furono costretti a riconoscere. I nostri buoni giovani tedeschi potrebbero vedere in lui un esempio per mantenersi naturalmente in una semplice grandezza; ciò servirebbe forse a trattenerli da ogni falso trascendentalismo." L'anno seguente, negli stessi Annalen, il Goethe scriveva che dall'Italia aveva ricevuta l'Ildegonda del Grossi, ove doveva ammirare molte cose, senza essersi tuttavia potuto formare un concetto pieno e preciso del lavoro; e soggiungeva: "Perciò tanto più gradito mi riesce il Conte di Carmagnola, tragedia del Manzoni, un vero e schietto poeta, che concepisce chiaramente, che va a fondo delle cose, e che sente umanamente." L'articolo del Goethe nel giornale: Ueber Kunst und Alterthum, si compendiava in queste parole: "Noi non abbiamo trovato nel suo dramma un solo passo, ove avremmo desiderata una parola di più o di meno. La semplicità, la forza e la chiarezza sono nel suo stile fuse indissolubilmente, e, per questo riguardo, non ci periteremo di definire come classico il suo lavoro."
[3] Dopo aver letto il Cinque Maggio, il Lamartine ne aveva scritto così al suo amico De Virieu: "J'ai été bien plus satisfait que je ne m'y attendais de l'ode de Manzoni; je faisais peu de cas de sa tragédie (Il Conte di Carmagnola); son ode est parfaite. Il n'y manque rien de tous ce qui est pensée, style et sentiment; il n'y manque qu'une plume plus riche et plus éclatante en poésie. Car, remarque une chose, c'est qu'elle est tout aussi belle en prose et peut-être plus; mais n'importe; je voudrais l'avoir faite." Quest'ultima confessione, in bocca del Lamartine, vale quanto il più splendido elogio.
[4] In un articolo intitolato: Storia dei maneggi letterarii in tempo del dominio di Buonaparte, inserito, alla caduta del primo Impero, nel secondo numero del giornale Lo Spettatore, leggiamo che parecchi del così detto partito filosofico che manteneva idee repubblicane e però avverse a qualsiasi tirannide, finirono con far la corte al primo Console e poi all'Imperatore. Il poeta Lebrun riguardava come soverchia degnazione, come una discesa, il sedersi del Buonaparte sul trono dei re:
Et l'heureux Bonaparte est trop grand pour descendre
Jusqu'au trône des rois.
Il poeta Chènier, pel suo Ciro, riceveva una pensione di seimila franchi. Non mancarono i poeti genealogisti. L'Esmenard, per esempio, faceva discendere il Buonaparte da un Baldus re degli Ostrogoti, e lo fingeva parente del re di Svezia Gustavo IV. "Il padrone disgradò la ridicola adulazione, non fece alcun caso di quell'ostrogoto lignaggio, e nobilmente dichiarò che la famiglia Buonaparte incominciava dal 18 brumaio, êra di salute per la Francia. Pure il poeta genealogista, sulle prime fischiato, dopo due o tre anni ricavò frutto dalla sua cortigianeria." Nell'elogio del Viennet proferito all'Accademia francese dal conte di Haussonville, troviamo che il Viennet repubblicano avea risposto all'Esmenard con un'Epistola, ov'era questa strofa: