J'estime tes aïeux, mais j'aime mieux te voir
Être grand par toi-même, et ne leur rien devoir.
La France, en t'elevant au trône de ses maîtres,
A compté tes hauts faits, et non pas tes ancêtres.

Dicono che l'Imperatore, pur ignorandone l'autore, abbia molto gradito l'Epistola, e siasi esso stesso preso la briga di divulgarla. Quanti fatti consimili avrà avuto occasione di notare e però di ricordare il giovine Manzoni in Francia ed in Italia, e quanto disgusto deve egli aver provato alla caduta di quel Grande, nel vederlo indegnamente insultato da quegli stessi che l'avevano maggiormente esaltato! Il Rosini, ne' suoi Cenni di Storia contemporanea (Pisa, 1851), dice del Buonaparte console com'egli "nelle sue prime campagne in Italia onorò gl'ingegni dei viventi e dei trapassati, come una festa solenne celebrar fece per Virgilio, come un'altra egli ne promosse pel trasporto delle Ceneri dell'Ariosto, come una Iscrizione ordinò d'apporre sulla porta della casa, dove abitò Corilla in Firenze, come fondar fece una cattedra di Letteratura dalla Nazione israelitica, per farne grazia al loro poeta (Salomone Fiorentino), e come finalmente, volendo conoscer di persona l'Alfieri, e ributtato da lui, gli rispondesse non già come appare dalla Vita di quello (anno 1800, cap. 28), ma, per quanto allor se ne disse, precisamente così:—Aveva letto le vostre opere, e aveva desiderato di conoscervi; ho letto il vostro biglietto e me n'è passata la voglia.—" Ma il Buonaparte fece destituire il Cicognara, consigliere di Stato in Milano, per aver accettata la dedicazione de' versi del poeta Ceroni Mantovano, il quale sotto il nome di Timone Cimbro lamentava la caduta e il destino della Repubblica di Venezia. Secondo il Cantù (Cronistoria dell'Indipendenza italiana) deve attribuirsi al Ceroni il Sonetto che incomincia:

Tinse nel sangue de' Capeti il dito
Il ladron Franco; e, di sue fraudi forte,
Vincitor scese nell'ausonio lito,
Ebbro gridando: Libertade o morte.

E finisce:

Che più? fra noi seder dee un Gallo in trono?
Ahi! se cangiar tiranno e libertade,
O terra, ingoia il donatore e il dono.

In un breve scritto di Giovanni Rosini: Sugli Epistolari del Cesarotti e del Monti, trovo intorno al Cicognara questa notizia: "Tornato in questo tempo in Milano e creato Consigliere di Stato, co' nobili suoi modi e col suo bell'ingegno a sè attirava gli sguardi dell'universale il conte Leopoldo Cicognara, e insieme con lui, anzi, come è più naturale, al disopra di lui, la bella, colta ed animosa sua consorte. Col cuore sempre vòlto a compiangere la caduta e il destino della veneta Repubblica, sua cara patria, ella fece gran plauso a certi versi del poeta Ceroni Mantovano, che trattavano quell'argomento e che furon letti, per quanto mi venne riferito, tra un gran numero di convitati, a pranzo da lei. Per l'arditezza dei sentimenti levaron grido, e mentre alcuni se ne ripetevano imparati a memoria, pochi giorni appresso comparvero stampati colla intitolazione: Versi di Timone Cimbro a Cicognara. Colui che comandava in Milano le armi francesi, partir fece un giandarme, che, cambiatosi di brigata in brigata, recò velocissimamente i Versi a Napoleone, il quale colla stessa sollecitudine ordinò la destituzione del Cicognara, e la sua cacciata da Milano. Allora fu che riparossi in Toscana, dove si diede a continuar lo studio delle Belle Arti, che gli affari politici gli avevano fatto interrompere. Ma la Contessa rimase in Milano." Il Monti, invece, del primo Console cantava:

L'anima altera,
Che nel gran cor di Bonaparte brilla,
Fu dell'italo Sole una scintilla;

poi volgendosi al Console stesso per rappresentargli le miserie
d'Italia, aggiungeva:

Vedi che, priva
Del Creator tuo sguardo
, appena è viva.

Il poeta Lodovico Savioli, nel 1803, salutava in Napoleone "il
guerrier della vittoria alunno;" Luigi Lamberti "l'eroe dei Numi
amor," e infine esclamava: