Difatto, nell'inno 40º del II libro del Rigveda, Soma e Pûshan si trovano cantati insieme, come generatori delle ricchezze, generatori del Dyu, generatori della Prithivî, come signori di tutto il mondo, come fonte dell'ambrosia immortale, che abbiamo già finqui trovata nella Pr'ithivî e nell'aurora, ed ora ritroviamo in Pûshan, il sole moribondo che si fa guidatore delle anime, in Soma, il Dio Luno sede di beati immortali. Pûshan risiede particolarmente nel Dyu, Soma nella Prithivî e nell'aria; Soma genera le creature, Pûshan le protegge.

Ma di generatori nel cielo ve ne sono due: Soma, la luna, nella notte; Savitar, il sole, nel giorno; perciò Pûshan si congiunge pure strettamente con Savitar, il sole generatore, il sole nel suo più vago splendore: esso è quello dagli occhi d'oro (hiranydksha), dalle mani d'oro (hiranyapâni, hiranyahasta), dalle belle e grandi mani (supâni, prithupâni), dai capelli biondi (harikeça), dalla bella e dolce lingua (sug'ihva, mandrag'ihva); ha carro d'oro, cavalli biondi od aurei, e veste una tunica color d'oro rosseggiante, e nasce, secondo l'Atharvaveda, in acque tinte del color dell'oro (le acque dell'aurora mattutina); manda innanzi a sè il bel carro degli Açvin, e poi egli stesso si manifesta; sale e scende; il suo carro percorrendo le vie celesti non fa polvere, egli illumina l'universo, seguito dagli altri Dei che per lui sono immortali, dominatore delle acque e dei venti, signore benefico, libera dal male e fa muovere tutti i viventi. Da queste qualità caratteristiche di Savitar riesce evidente che, sebbene egli, sul fine del giorno, si ricongiunga con Pûshan per collocare nella sede dei beati le anime dei virtuosi defunti, il suo dominio speciale è il cielo nello splendore mattutino e diurno. Egli è detto nel Yag'urveda bianco (citato dal Muir) risplendere sopra la via dell'aurora. L'inno 139º del X libro del Rigveda ci fa sapere ch'ei si parte dall'Oriente. Come Savitar o generatore, egli feconda e accresce sulla terra la generazione, e fornisce i mortali di cibi e di ricchezze; i devoti ne invocano specialmente la potenza generatrice. All'infuori di questi caratteri generali, Savitar nel Rigveda non ne ha altri; la sua personificazione si limita pertanto alla sua manifestazione sopra un carro d'oro tirato da aurei cavalli, vestito d'oro, con capelli, occhi e mani d'oro; a cui si aggiunge la sua qualità di onniveggente, onnisapiente (viçvaveda), e di contenente in sè tutti gli Dei (viçvadeva). Come generatore per eccellenza, egli genera tutti gli Dei, e genera quindi pure sè stesso, col nome comune di Sûrya o sole. Savitar genera Sûrya, ossia il generatore produce il luminoso celeste. Perciò, sebbene Savitar rappresenti il sole, esso rappresenta poi in modo particolare il sole del mattino, anzi, secondo i commentatori indiani, il sole prima d'apparire, cioè quando si vedono soltanto i suoi raggi e non ancora il suo disco, i suoi capelli, i suoi occhi, le sue mani, i suoi cavalli, il suo carro d'oro e non ancora il sole stesso. Tale essendo Savitar al mattino, è probabile che quando il sole tramonta, e s'è già nascosto col suo disco, ma lancia ancora nel cielo i suoi raggi, ritorni ad essere Savitar, per collocar le anime raccomandategli da Pûshan nel regno de' beati; e come collocatore delle anime nelle sedi della beatitudine, Savitar s'identifica probabilmente con Dhâtar, che significa il collocatore, l'ordinatore, ec. Officio particolare di Dhâtar è quello di porre il germe della nuova vita. Si congiunge egli pertanto coi genii femminini che presiedono alla fecondazione della donna; si considera come fondatore del matrimonio e della famiglia, e si associa volentieri con Aryaman promotore di matrimonii, con Tvashtar artefice di tutte le forme, con Prag'âpati il signor della progenitura, con Savitar. Così finora abbiamo veduto gli Âdityâs divisi secondo le varie funzioni che essi hanno, come soli, nel giorno; ci resta ora a considerare il sole stesso nella sua più generale comprensione ed attività celeste, sotto il suo nome di Sûrya.

Sûrya, ch'è uno degli Âdityâs, ossia uno dei figli della Aditi come vôlta celeste, è pure chiamato figlio di Dyu, ossia del cielo (Divas putra), come l'aurora è chiamata duhitar Divas, ossia figlia del cielo. Evidentemente dunque Sûrya è fratello dell'aurora, come abbiamo già veduto esserle fratello Bhagas. Ma, come abbiamo già osservato, l'aurora non appare soltanto qual sorella del sole, sì ancora quale sposa (nessuna meraviglia adunque che il sole Pûshan essendole fratello desideri farla sua sposa nel cielo vespertino) e qual madre. Sûrya è guidato su carro d'oro da sette aurati cavalli, o cavalle che si congiungono da sè; altri Âdityâs lo precedono; e Pûshan col suo stimolo d'oro gli serve da messaggiero. Come abbiamo veduto Savitar il sole mattutino riapparire la sera, così qui vediamo lo stimolatore Pûshan vespertino riapparire col suo stimolo al mattino, prima che Sûrya appaia.

Tra Savitar e Pûshan vi è qui dunque una lieve differenza, appena percettibile. È un minuto appena che li separa: Pûshan apre la via a Sûrya; Savitar lo fa passare. Pûshan il raggio allungato del sole fu rassomigliato ad uno stimolo d'oro; e Savitar prithupâni, ossia dalle mani larghe, porta fuori Sûrya, ossia lo genera nel suo pieno disco. E il disco rassomigliato ad un occhio ciclopico fece chiamare Sûrya, l'occhio di Mitra e di Varuna, equivalente all'occhio del cielo, all'occhio di Dyu, all'occhio divino. Come Savitar contiene e precede gli Dei, così Sûrya è celebrato qual divino preposto degli Dei, fornito di tutte le qualità divine (viçvadevyavant) e in ispecie della potenza di creare ogni cosa, di artefice universale, di viçvakarman, che appartiene pure ad Indra e a Tvashtar. Ma, poichè Sûrya non arrivò mai, con quel nome, a pigliare una persona mitica importante, la sua gloria fu spesso oscurata nell'Olimpo vedico, e quasi tutti gli Dei si diedero il merito d'averlo creato, anzi che ammettere di essere stati creati da esso; anzi tutti insieme si vantano d'averlo collocato nel cielo, di averlo scoperto, mentre era nascosto. Ma vi ha di più. Vi rammenterete come l'Aurora, la poetica fanciulla celeste, divenuta guidatrice di carri abbia provocato gli sdegni del Dio Indra, il quale, per somma sua prodezza, si compiace d'averle fatto in pezzi il carro. Un simile cattivo servigio rese pure il Dio Indra a Sûrya, un vedico Fetonte, vincendogli e rompendogli una delle ruote del suo carro.

Ho cercato spiegare la ragione, per cui Indra pluvio non vuole più lasciar vincere la corsa all'aurora, e le rompe col fulmine il carro; l'aurora luminosa promette giorni ardenti, e, dove la terra ha uopo di pioggie, appare malefica. Così il sole nella canicola sembra, all'uomo, sinistro, come apportatore di siccità, dove i pascoli han uopo di pioggie; Indra pluvio interviene, rallenta col fulmine il corso del sole, rompendogli una ruota del carro.

Altre distinte personificazioni del sole propriamente detto non ci offrono gl'Inni vedici; e quelle che abbiamo riferite non sono evidentemente abbastanza vive, perchè possa esserci lecito, dagli Inni vedici al sole, disegnare i caratteri principali della mitologia vedica. Conchiudiamo adunque che, se il sole ha fatto germogliare alcuni miti vedici, molto più importanti sono i miti che si riferiscono all'aurora, ne' quali s'incomincia a disegnare un principio d'epopea.

Il sole come sole, nel suo massimo splendore diurno, il sole di mezzogiorno non creò verun mito importante; la poesia lo canta solamente, quando nasce misteriosamente, quando misteriosamente muore, quando le nuvole di giorno o le tenebre della notte lo nascondono, quando esso viaggia dalla sera al mattino, dall'Occidente all'Oriente i mondi sotterranei ignoti; nel mistero il Dio piglia molte nuove forme fantastiche, diviene Vivasvant, Yama, Tvashtar; il Dio si raddoppia e una parte di esso assume aspetto demoniaco; il paradiso e l'inferno si toccano, e in quel contrasto nasce la battaglia. Il ritorno del sole luminoso nel cielo orientale lo fa rassomigliare ad un trionfatore, e si festeggia però nel sole mattutino il vincitore dei mostri notturni, il liberatore del male. Ma poichè egli sale nell'alto e non trova più nella sua via celeste nessun ostacolo, il mito s'arresta, finchè non si muove il Dio Indra a suscitare nel cielo il dramma delle tempeste, a compiere nel cielo la sua battaglia, velando il sole. Allora il sole si rianima col mito, ripiglia persona ora come nemico d'Indra che lo avvolge di nuvole, ora come una vittima che le nuvole minacciano di oscurare per sempre, sinchè non arriva Indra a squarciarle e liberare il suo protetto. Il mito si crea certamente nella natura fisica, ma esso ha bisogno per prodursi della illusione. Il sole che è alzato nel cielo, che accompagna in silenzio l'uomo nei suoi lavori quotidiani, è trattato dall'uomo con piena confidenza, è chiamato col nome di Mitra od amico; chè, se il Mithra iranico prese proporzioni solenni come nume, ciò avvenne per aver egli servito specialmente a determinare il sole nascente e il sole moribondo: il mistero del nascimento e quello della morte ci fanno pensare: quanto alla vita medesima, essa si vive; ma non si saluta se non quando essa arriva e quando si teme di perderla. Il possesso della vita, l'ordine della vita rappresenta l'ordinario continuo, e il mito per balzar fuori splendido ha d'uopo dello straordinario istantaneo; legandosi, combinandosi poi tra loro i miti nascono la leggenda mitica, l'epopea e la novellina popolare; ma il mito per sè, nella sua prima origine, nella prima sua forma, esprime una sola impressione rapida e fuggitiva. Quando noi studiamo il Dio nella sua natura complessa, non abbiamo un solo mito, ma parecchi miti che si sono ordinati ad una certa unità personale. L'arte greca ha rappresentato con forme estetiche, perfette, queste unità; ma ogni unità che forma il Dio armonico è preceduta dalle varie note mitiche primitive, senza le quali non si costituisce alcun'armonia divina. Gl'Inni vedici, ove abbiamo più spesso i miti isolati e dispersi, che la persona divina in cui si confondono, non ci lasciano alcun dubbio sopra l'origine primitiva degli Dei, nessuno dei quali è balzato fuori completo in tutto il suo splendore; tutti invece si composero per il successivo aggregarsi di molecole luminose fra loro simpatiche. Ogni mito è per sè stesso una di queste molecole luminose.

LETTURA QUINTA. LA LUNA.

Nelle lingue di tipo greco e latino l'astro lunare divenne un femminino; perciò le sue forme divine riuscirono Dee, secondo i varii loro aspetti diversamente appellate, Selene, Artemis, Persefone, Cinzia, Diana, Lucina, Proserpina. Tuttavia, presso il femminino Luna si conosce pure il mascolino Lunus. Nella lingua vedica come nelle lingue di tipo slavo e germanico, la luna si rappresentò invece specialmente come un mascolino, coi nomi di Soma, di Indu e di Candra e forse pure di Angiras e di Manu. Tuttavia, anche negli Inni vedici, come dipoi frequentemente negli scritti sanscriti, incontrasi esplicitamente la luna come un essere femminino. Questi nomi sono Anumati, la propizia, una specie di Madonna delle Grazie, la luna nella vigilia del plenilunio; Râkâ, la splendida, la luna nel plenilunio; Sinîvalî, forse la cieca da un occhio, la luna nella vigilia del novilunio, e Kuhû o Guñgu d'oscura etimologia (quando non stia per un ipotetico kubâhû, al quale mi fa pensare l'appellativo Subâhû che trovo dato alla Sinîvalî nel Rigveda; come dubito che guñgûr ya sia da correggersi nell'inno 32º del II libro, anzi tutto in gunguriryâ, e gunguris in svañguris da confrontarsi con svañguris della strofa settima dell'inno citato). A questi quattro femminini rappresentanti la luna è possibile che debba pure aggiungersi l'appellativo Aranyânî, ossia la silvestre, la Dea silvestre, che viene cantata nell'inno 146º del X libro del Rigveda, e nella quale, ove l'identificazione reggesse, riuscirebbe facile il riconoscere la Diana cacciatrice. La notte è la selva scura del mito, piena di bestie feroci, che la luna deve con la sua luce cacciare. L'inno vedico suona così: «O Aranyânî, o Aranyânî, che ti nascondi, perchè non vieni nella tua dimora, poichè tu non temi? Aranyânî, quando, al muggito del toro, il c'ic'c'ika (il gufo?) risponde, come allo strepito di timballi, correndo si avanza. Le vacche mangiano, la casa s'illumina; nella sera Aranyânî scarica (ossia aiuta col suo splendore a scaricare) i carri. Ecco l'uno chiama la sua vacca, ecco l'altro spezza le legna; si crede che alcun essere abitante in Aranyânî abbia chiamato. Aranyânî non uccide, se altri non si muova contro di essa; dopo che s'è cibato del dolce frutto, ciascuno quindi si riposa a suo piacere; io celebrai Aranyânî la madre delle belve, l'unica, profumata, apportatrice di molti cibi, senza che essa abbia uopo di arare.»

Quando questa Aranyânî madre delle belve (mr'igânâm mâtar) non sia la notte selvosa, nella quale le belve si producono, essa non può essere se non la luna, la quale in sanscrito trovasi pure chiamata col nome di mr'igapiplu, ossia bestia rossa, ed anche mr'igarâg'a, o il Re degli animali, il biondo leone, e ancora mr'igarâg'adhârin e mrigarâg'alakshman, ossia portante per insegna il leone, o semplicemente mrigânka, ossia segnato con la belva. Questi e somiglianti appellativi sanscriti della luna ci rappresenterebbero la luna come signora della selva notturna e delle fiere che la popolano, e giustificherebbero il riscontro da noi fatto fra essa e l'invocata Dea silvestre o Aranyânî vedica, la quale tuttavia, lo ripeto, potrebbe aver pure rappresentato la notte scura.