Di tutte le figure mitiche che l'Olimpo vedico ci presenta, la più simpatica è, senza dubbio, quella degli Açvin; se i nostri primi padri ariani non avessero creati altri miti, questo solo basterebbe a persuaderci com'essi siansi nella più remota antichità affacciati alla storia con un ideale poetico. Qualunque sia stata l'origine fisica del mito, la sola facoltà di creare due persone mitiche cavalleresche come gli Açvin, è già prova di una singolare eccellenza morale nella nostra razza. Chi attribuisce al Cristianesimo tutto il merito della cavalleria, dovrebbe soltanto meditare sopra la mitologia vedica e la ellenica, e sopra le epopee che ne derivarono naturalmente, per avvedersi del proprio errore. L'uomo ariano apparve nella vita storica con un sentimento cavalleresco, e però creò pure sollecito nel suo olimpo l'eroe cavaliere. Già nelle figure d'Indra e dei Marutas, e in quella dell'eroina aurora, ravvisammo numi cavallereschi, protettori dell'innocenza, della virtù perseguitata. Ma il protettore, per eccellenza, il perfetto cavaliere è l'Açvin: anzi la parola açvin venne a significar precisamente il cavaliere, e, come due sono gli ellenici Dioskuri, così due sono i cavalieri vedici od Açvin. Ma, poichè non ci è bastato fin qui l'indicare come gli Dei vedici siano rappresentati, ma tentammo pur sempre, quando ci fu possibile, d'esaminare com'essi siano nati; così, innanzi di descrivere la figura e le opere degli Açvin, indugieremo per poco a ricercarne la natura specifica originaria. Abbiamo, dunque, nel cielo due Açvin, che interpretiamo per due cavalieri; ma ho già accennato nella Introduzione di queste letture, come la parola açvin significhi propriamente il fornito di açva, e la parola açva valga il rapido (e al neutro forse la rapidità); i due divenuti cavalieri, furono, dunque, in origine, i rapidi, i solleciti, al pari dell'aurora, che vedemmo esser la prima ad arrivare: un primo equivoco di linguaggio trasformò il rapido in un cavallo;[51] un secondo equivoco, il fornito di rapido, in un fornito di cavallo e in un cavaliere. Ma, perchè due rapidi celesti? quali fenomeni, quali esseri celesti si raffigurano in que' due rapidi? Come l'aurora mattutina è la prima a vincere la corsa al mattino, così il sole è il rapido che appare primo sull'orizzonte. Ma vi è un altro rapido nel cielo, l'astro che primo arriva sull'orizzonte alla sera, la luna; il sole e la luna sono i due rapidi celesti, i due fratelli rapidi, i due fratelli cavalieri, i quali si scambiano, si aiutano l'un l'altro, e soccorrono coi loro aiuti potenti i mortali bisognosi. E perchè la luna è preceduta dal crepuscolo della sera, e il sole dal crepuscolo del mattino, i crepuscoli annunziano pure i due fratelli Açvin, che s'identificano anzi, spesso, con essi; e poichè la luna, oltre la notte, regge specialmente la stagione fredda dell'anno, e il sole, oltre il giorno, regge specialmente la stagione calda dell'anno, gli equinozii d'autunno e di primavera ebbero pure il loro crepuscolo lunare e solare, dominati dai due fratelli Açvin. Di più, come il giorno è preceduto da due fenomeni luminosi, l'uno biancheggiante, l'alba, l'altro rosseggiante, l'aurora, gli Açvin furono pure particolarmente considerati in relazione con questi due fenomeni, ossia con questi due crepuscoli mattutini: l'uno passa dal nero al grigio, o al bianco pallido dell'alba; l'altro dal grigio al roseo od aureo dell'aurora. Il grigio o biancastro che appare nella sera, fra l'aurora vespertina e la tenebra, e, al mattino, fra la tenebra e l'aurora mattutina, corrisponde a quel tempo che i Francesi chiamano entre chien et loup, cioè, di sera, quando non è più giorno e non è ancora notte; di mattino, quando non è più notte e non ancora giorno: questo Açvin è in particolare relazione con la luna, e l'altro più luminoso in particolare relazione col sole: nessuna meraviglia quindi se troviamo identificati i due Açvin con la luna e col sole, e strettamente congiunti con l'aurora, ora loro protetta, ora loro compagna, ora loro amica, ora loro sorella; ond'essi vengono al pari di lei, della divo duhitar, chiamati figli del cielo (divo napâtâ), e, quando essa appare o sta per apparire, vengono invocati ed adorati, poichè in quel tempo si compiono pure le loro imprese eroiche.

L'antico commentatore vedico Yâska sembra ancora avere alcuna coscienza del primo valore etimologico della voce açvin, ossia rapido, sollecito, quando dice: Açvinâu yad vy açnuvâte sarvam rasena anyo, g'yotishâ anyah (Açvin, son così detti, poichè penetrano tutto, l'uno con l'umore, l'altro con la luce). Qui abbiamo evidentemente indicato un açvin lunare ambrosiaco, ed un açvin solare rifulgente. L'açvin, «penetrante,» ci appare parente dell'aurora Urvâçî, «la vasta penetrante.» Il crepuscolo penetra, si distende, pervade il cielo come l'aurora; ma poichè il penetrare è un andar innanzi, un arrivar prima, l'açva, «il penetrante,» riuscì pure un rapido, un corsiero, un cavallo.

Perciò il commentatore vedico Aurnabhâva, citato da Yâska, deriva già il nome degli Açvin dai cavalli (Açvair açvinav ity Aurnabhâvah). Quindi Yâska si domanda: «Che sono i due Açvin?» E risponde: «Secondo gli uni, i due Dyu o le due Prithivî (oppure Dyu e Prithivî); secondo altri, il giorno e la notte; secondo altri, il sole e la luna; secondo i narratori di leggende (aitihâsikâh), furono due santi re. Il loro tempo è prima e dopo la notte, prossimo al manifestarsi della luce; il tempo che sta in mezzo a loro è tenebroso; il tempo luminoso appartiene al sole; il loro tempo è al levarsi e al tramontare del sole.»[52] Secondo questa interpretazione, dovremmo cercare gli Açvin così nel crepuscolo vespertino, come nel mattutino, ossia sempre congiunto con un fenomeno luminoso, sia che lo presenti il sole nascente, sia che lo produca il sole moribondo. Tuttavia conviene avvertire come la più costante rappresentazione de' due fratelli Açvin, presso gli Inni vedici, appare nel cielo mattutino, ove arrivano quali forieri della luce. L'uno di essi è il forte che combatte e vince (g'ishnuh), onde fu paragonato ad Indra, l'altro è il ricco (subhagah; inno 181º del primo libro del Rigv.), e fu identificato col sole luminoso che trionfa. Da questa nozione elementare di due fratelli celesti, de' quali l'uno forte, l'altro ricco, si svolsero poi numerosi miti ed ampie leggende. Il fratello ricco divien superbo, e viene punito tornando povero, mentre il fratello forte e sapiente, ossia virtuoso, ha sempre con sè il mezzo di procurarsi, se l'ambisca, la ricchezza. Ecco un aspetto. Il fratello glorioso diviene infelice; il fratello forte ne piglia pietà e affronta ogni pericolo per liberarlo; va per esso all'inferno, sostiene ogni maniera di fatiche per amore di esso. Ecco un altro aspetto più simpatico che il mito assume. I due fratelli si mostrano gelosi l'uno dell'altro e disputano pel possesso d'una donna; ecco un terzo aspetto frequente con cui si mostrano i due fratelli mitici. Ma non è qui luogo di svolgere le numerose forme che il mito de' due fratelli assunse nella tradizione indo-europea, sì bene soltanto di mostrare come essi ci appaiano negl'Inni vedici.

Ripeto dunque che l'aspetto vedico degli Açvin è sempre simpatico. I due fratelli non solo vanno sempre insieme, ma si mostrano pur sempre concordi nel volere il bene.

Come la loro sorella, quantunque antica, è cantata negl'Inni vedici come sempre giovine, ossia come una vergine immortale, così gli Açvin vengono, quantunque antichi (pratnâ), salutati come i più giovani degli Dei. Essi hanno la giovinezza, essi sono giovani (yuvânâ); uno de' loro miracoli più belli sarà quello di ridare la giovinezza ai vecchi: essi sono belli (valgû); un altro loro splendido miracolo sarà quello di ridare la bellezza a chi non l'ha; sono agili, rapidi, arrivano con la rapidità d'un giovine falcone; essi hanno quindi pure il potere di fare arrivar presto i loro protetti, o col dar loro altre gambe, o un celere cavallo, o col pigliarli sul loro proprio carro; sono forti, e assistono nelle pugne i combattenti, assicurando loro la vittoria; sono ricchi, e il loro vasto carro, luminoso ed alato, porta seco e spande l'abbondanza; essi amano, e però assistono gli amanti, servendo loro come amabili mediatori e come paraninfi; sono sani e restituiscono la salute agl'infermi; sono sapienti e danno la sapienza agli stolti; benefattori instancabili degli umani e de' celesti.

La più beneficata delle Dee è la figlia del sole, senza dubbio, l'aurora, alla quale gli Açvin, nell'importante inno 117º del primo libro del Rigveda, fanno vincere la corsa, col permetterle di salire sopra il loro carro. Il commentatore Sâyana reca una variante notevole a questo mito. Non è, in essa, la figlia del sole che corre, ma sì essa appare quale premio che il sole ha destinato al vincitore della corsa, ossia a quelli che arriveranno più presto presso di lei: primi ad arrivare, col loro carro volante, sono gli Açvin, i quali perciò ottengono come sposa conquistata la figlia del sole, e la fanno perciò salire sopra il loro carro. Di queste corse d'eroi per conquistare la mano della figlia del re sono piene le novelline popolari indo-europee. Ma, nell'inno nuziale vedico, gli Açvin appaiono soltanto come i paraninfi della bella sposa celeste, i quali portano la sposa allo sposo. Così, negli inni 116º e 117º del primo libro del Rigveda, essi portano sopra il loro carro la sposa Kamadyû al giovine sposo Vimada. Nell'inno 117º dello stesso libro gli Açvin danno uno sposo a Ghoshâ che invecchiava nella casa paterna, e probabilmente, prima di sposarla, la ringiovanirono, ossia la liberarono dalla lebbra, la vecchiaia essendo appunto la lebbra incurabile, quando non s'abbia il potere di far ringiovanire; perciò, ne' racconti e misteri popolari medievali, i medici, con scellerato consiglio, ai re affetti di lebbra, ossia di vecchiaia, raccomandano di pigliare un bagno nel sangue di fanciullo; nè mancavano medici infami ed ingordi che facessero rapire fanciulli per adoperarli al mostruoso ufficio. Il commentatore Sâyana ci fa sapere che la invecchiante Ghoshâ ringiovanita e fatta sposare dagli Açvin era appunto affetta dalla lebbra; il qual particolare ci permette d'avvicinarla alla fanciulla Apalâ dalla brutta pelle oscurata, cui, per la pietà di lei, il Dio Indra rese bella, dandole una pelle color del sole. È evidente che questo miracolo fatto da Indra e dagli Açvin si riferisce sempre all'aurora che la sera si oscura o divien brutta e vecchia nella notte, per schiarirsi, ringiovanirsi, rimbellirsi di nuovo al mattino, aiutata dagli Açvin crepuscolari. Negli inni 112º e 116º del primo libro del Rigveda, si ricorda che gli Açvin diedero una gamba di ferro a Viçpalâ, a cui in battaglia era stata tagliata la propria; l'aurora amazzone abbiamo già veduto, e udimmo pure come Indra ne abbia fatto in pezzi il carro; gli Açvin che pigliano sul loro carro l'aurora perchè possa, correndo, vincere la corsa, fanno un miracolo simile a quello ch'essi compiono con Viçpalâ, alle gambe della quale sostituiscono gambe ferrate, ossia le proprie, o le ruote del proprio carro. La parola viçpalâ vale propriamente protettrice delle genti, appellativo convenientissimo all'aurora, a quel modo stesso con cui nell'inno 182º del primo libro del Rigveda sono chiamati Viçpalâvasû i due Açvin (ossia i due esseri protettori delle genti viçpalâu-asû).[53] Un miracolo conforme a quello che essi fecero con Viçpalâ lo rinnovano gli Açvin con Vadhrimatî, propriamente la fornita di un moncherino,[54] invece del quale le regalano una mano d'oro, ossia hiranyahasta, di cui si fa quindi un figlio di Vadhrimatî, un figlio avente mani d'oro.

Ma qui non finiscono le opere benefiche degli Açvin celebrate negli Inni vedici. La vacca di Çayu che non dava più latte, essi resero nuovamente lattifera; al privo di cavalli essi diedero un cavallo; a Pedu procacciarono un tale cavallo così forte, così rapido, che, con l'aiuto di esso, egli potè vincere tutti i suoi nemici ed arricchirsi delle loro spoglie; fecero andare e vedere Parâvrig' ch'era zoppo e cieco; restituirono gli occhi a Rig'raçva (ossia quello dal cavallo rosso, o il cavallo rosso), a cui il padre feroce li aveva tolti; ad Atri Saptavadhri, chiuso nella fornace ardente, temprarono il calore e gli recarono nutrimento, alfine lo liberarono; trovarono a Viçvaka il figlio perduto Vishnâpû; diedero la sapienza a Kakshîvant; salvarono Vandana dalla vecchiaia; ringiovanirono il vecchio C'yavana e gli diedero una giovine sposa. Ed eccoci al mito ellenico di Titone. Compiuto dai medici celesti, dagli Açvin, il miracolo, anche la medicina umana s'affannò in cerca di rimedii, di acque di lunga vita, di acque della giovinezza, che potessero richiamare la freschezza e le forze della gioventù sul volto e nelle membra de' vecchi decrepiti; e, non potendosi nella realtà riprodurre il miracolo, si volle almeno riempirne con la immaginazione i racconti popolari, ne' quali la ricerca dell'acqua dell'immortalità ritorna come uno de' motivi favoriti. Ma noi sappiamo che cosa significano i miracoli celesti, e quando il taumaturgo è un vero Dio, ossia una vera persona celeste, noi siamo dispostissimi ad accettare e ad ammirare il miracolo. Ogni sera il cavallo solare, l'eroe solare celeste, s'accieca o s'azzoppa; e quando esso s'accieca e s'azzoppa, non solo non brilla più, non solo non cammina più, ma impedisce anche a noi di vedere e di andare; noi diventiamo, al pari di esso, ciechi e zoppi. Ma, per fortuna sua e nostra, v'è nel cielo un salvatore, un taumaturgo, che dà la vista ai ciechi e fa camminare gli zoppi; al mattino il sole, o mercè sua, o per aiuti celesti, ritorna a splendere ed a correre le vie del cielo, e noi torniamo sulla terra a brillare ed a muoverci con esso; il sole risorto ha ridonato la vista ai ciechi, e rimette in moto la gente zoppa. Il cieco e lo zoppo compagni nella notte, fra le tenebre, s'aiutano e ritrovano nell'orizzonte la loro antica dimora. Il cielo piglia nella sera e nel mattino l'aspetto di una fornace ardente; spira la brezza vespertina e mattutina e ne tempra l'ardore; il sole si libera dalla fornace che minacciava consumarlo, e ritorna a splendere libero e puro per l'orizzonte. Il sole ogni sera invecchia, e diviene impotente a nuove nozze; nella notte si rinvigorisce, e riappare, al mattino, come un giovine sposo, ripieno di vigore. Non ci dicono gli Inni vedici che gli Açvin abbiano pure risuscitato de' Lazzari, ma il sole moribondo è l'eterno Lazzaro celeste, che ogni giorno ed ogni anno muore e risuscita. Chè, se il miracolo celeste si suppose poi rinnovato da migliaia di taumaturghi sopra la terra, ciò non può recar meraviglia, quando si pensi come lo stesso bel mito vedico di C'yavana, indubbiamente celeste, si fosse già umiliato sopra la terra, nel tempo della redazione del Çatapatha Brâhmana, il che vorrà dir sempre oltre quattro secoli innanzi l'êra volgare. Gli Açvin vi appaiono già incarnati sopra la terra, per esercitarvi la medicina fra gli uomini; s'abbattono in Sukanyâ, propriamente la bella fanciulla, e se ne innamorano; ma essa è già sposa del vecchio C'yavana, al quale vuole serbarsi fedele; essa narra anzi al marito che gli Açvin voleano sedurla, ed egli: «Se ti rivolgono ancora una simile domanda, tu devi dir loro: Voi non siete nè completi nè perfetti (parole con le quali sembra indicarsi la natura incerta e quasi amorfa dei crepuscoli); e se essi vorranno sapere in che cosa siano incompleti ed imperfetti, allora soggiungi: Fate ritornar giovine mio marito, ed io ve lo dirò.» Nel vero, gli Açvin, per la curiosità di sapere in che cosa fossero incompleti ed imperfetti, indicarono a C'yavana uno stagno, dal quale egli avrebbe potuto uscire con quell'età che gli fosse meglio piaciuto, e quindi tornarono ad interrogare Sukanyâ. Allora C'yavana rispose per lei: «Gli altri Dei stanno celebrando nel Kurukshetra un sacrificio, e vi escludono da esso: ecco dunque perchè siete incompleti ed imperfetti.» Gli Açvin s'affrettano al sacrificio, e domandano di farne parte; ma gli Dei rispondono: «Noi non vogliamo invitarvi, poichè voi avete errato confidentemente fra gli uomini, in qualità di medici.» Allora gli Açvin osservano che il sacrificio non è completo, perchè vi manca la testa del sacrificio, ossia la testa di Makha, che gli Açvin ritrovano, a patto di essere ammessi al sacrificio. Gli Dei consentono. Nella Tâittiriya Samhitâ[55] si dice che avendo gli Dei qualificati come impuri gli Açvin, perchè aveano frequentati gli uomini in qualità di medici, per questa ragione nessun Brâhmano deve esercitare la medicina, poichè chi esercita la medicina è impuro e però non adatto a celebrare il sacrificio. Ecco in qual modo la superstizione religiosa può di uno stupendo e poetico mito celeste fare una meschina e volgare parodia. Il salvatore del mondo diviene un medico degli uomini, ed il medico un essere impuro, a cui il cielo si chiude. A questo punto si chiude pure l'Olimpo, ed il mito deturpato svanisce nelle aberrazioni di maliziosi commentatori. Indra pluvio primaverile, apportatore del bel tempo, l'Aurora e gli Açvin arrecanti la luce diurna, quando il culto della natura e della famiglia era l'unica religione e l'unica poesia della vita, avevano invocazioni non solo frequenti, ma tènere ed affettuose. Gli Dei amavano gli uomini, perchè gli uomini amavano gli Dei; e gli uomini amavano i loro Iddii, perchè li vedevano, li seguivano, sentivano il beneficio della luce che pioveva dal cielo, ed il terrore malefico della tenebra e del verno che portavano la morte nella natura. I ridestatori quotidiani della vita erano pertanto benedetti ogni giorno; il crepuscolo era atteso con impazienza, poichè annunziava l'aurora, e l'aurora salendo sul carro degli Açvin, ossia de' solleciti, de' primi ad arrivare, risplendeva a rianimare d'un tratto il mondo. Quando il sole saliva in alto, gli uomini si trovavano già tutti intenti alle cure della vita; ma il momento solenne era quello, in cui il vecchio sole dovea risorgere ringiovanito; rinascerà esso? ecco la questione paurosa che doveano porsi ogni sera i padri nostri, nel salutare oranti il vecchio sole moribondo. Esso è passato a traverso la fornace ardente, s'è acciecato, non cammina più, è scomparso; lo ritroveremo noi ancora? Noi abbiamo veduto come gli Açvin ridonassero la vista al cieco, l'andare spedito allo zoppo, il figlio perduto (e forse prodigo) al padre, lo sposo alla fanciulla, la gioventù al vecchio, e beneficassero ancora in altre forme l'eroe celeste; ma vi è ancora un'altra impresa degli Açvin, che merita d'essere distintamente esaminata per la sua importanza. L'eroe solare scompare la sera, in più modi, secondo la immaginazione popolare. Ho già detto come la tenebra sia spesso stata paragonata ad un mare; il sole vespertino che si perde nella tenebra s'immaginò pure caduto nell'acqua, ed è da quest'acqua che gli Açvin verranno invocati a liberare il loro divino protetto.

Nel discorrere dell'acqua mitica, accennammo come le antiche cosmogonie si mostrassero quasi concordi nell'ammettere che il mondo fosse nato dalle acque. L'uovo cosmico, il fuoco ed il vento, nell'India, si figuravano usciti dalle acque, e l'afflato divino biblico, come avvertimmo, vien portato anch'esso sopra le acque, nel principio della creazione. Il signor Francesco Lenormant, in uno studio largo ed originale da lui fatto sopra la leggenda babilonese del Diluvio,[56] vi ha scoperto un Nuah «signore delle acque, signore de' fiumi, signore del mare, re, capo, signore, reggitore delle acque (e soggiunge) come spirito che si muove sopra le acque; i monumenti dell'arte assira e babilonese lo rappresentano spesso portato sopra le onde del mare cosmico, nella forma di uomo-pesce, coperto il capo della tiara regia. Nel vero, presso il lungo Catalogo de' suoi appellativi che fornisce una delle tavolette mitologiche del Museo Britannico, noi troviamo quelli di pesce dell'abisso, pesce benefico, pesce salvatore; nello stesso documento ed in altri ancora, la Dea Davkina sua compagna si denomina la grande sposa del pesce. Così nelle tavolette astrologiche si fa spesso menzione di una costellazione chiamata il pesce di Nuah. Non vi è dubbio che non sia l'intiera costellazione de' pesci, od almeno quella de' due pesci collocata esattamente nella fascia dello Zodiaco; poichè, nella singolare tavoletta che registra i dodici nomi dati al pianeta Mercurio ne' singoli mesi dell'anno, noi vediamo quest'astro prendere il nome di pesce di Nuah, nel mese di adar, l'ultimo dell'anno (febbraio), cioè nel tempo preciso, in cui Mercurio, accompagnando sempre molto dappresso il sole, si trova con esso nel segno de' pesci, o, come dicono gli Astronomi babilonesi, nella costellazione del pesce di Nuah

Ho voluto recare questo intiero passo del Lenormant, poichè mi pare assai importante la nozione che ne deriva, cioè della natura conforme di due tradizioni che si sono quindi distinte, la cosmogonica e quella del diluvio. Nella tradizione cosmogonica, il mondo vien fuori dall'oceano acquoso; nella tradizione del diluvio, le acque minaccerebbero distruggere il mondo, ma un uomo si salva miracolosamente che ripopola il mondo; il diluvio ci presenta una seconda cosmogonia. Il Nuah babilonese, nel riscontrarsi col Noè, presenta pure l'aspetto d'un primo Dio che s'agita sopra le acque. Io ho già avvertito come le recenti scoperte delle scienze naturali concordino perfettamente con la nozione cosmogonica d'un mondo venuto fuori delle acque; e la priorità della fauna acquatica sulla fauna terrestre ci mostra pure come potesse conservarsi la tradizione di un primo creatore acquatico, di un Dio creatore in forma di pesce. Quando la terra non era ancora scoperta, quando le acque ravvolgevano ancora, il pesce esisteva già; il pesce ha preceduto l'uomo. Quando s'immagina, nella leggenda del diluvio, una seconda sommersione della terra, il pesce non solo sopravvive, ma, amico dell'uomo, lo salva dalla inondazione. Amore ed Afrodite, prese forme mitiche mattutine e primaverili, si tuffano nel mare in forma di pesci e rinnovano l'anno; il nuovo anno solare si apre in febbraio ed in aprile coi pesci; e coi pesci rinasce la vita nella natura; il pesce generatore, che rinnova la vita, è un salvatore; nella bocca del pesce evangelico si trova la moneta d'oro (e in altre leggende indo-europee l'anello fatato, ossia il disco solare, il Cristo, il crestato); gli Apostoli del Cristo dovevano perciò essere naturalmente pescatori. Per virtù del pesce, il Cristo ha il potere di camminare sopra le acque senza annegarsi; e Cristo stesso fa il miracolo di moltiplicare i due pesci alla folla affamata, e di riempire di pesci la rete de' pescatori che pescavano invano. Perciò, tra le rappresentazioni simboliche del Cristo, ne' primi secoli della Chiesa cristiana, ossia prima di Costantino, la più frequente è quella del pesce, la quale raffìguravasi specialmente sopra le tombe e sopra gli anelli. La parola greca ἴχθυς, pesce, divenuta simbolica del Cristo, i Padri della Chiesa, volendo poi interpretarla al volgo, trovarono composta delle parole greche Ιησοῦς, Χριστός, Φεου υιὸς, Σωτήρ, ossia Gesù Cristo di Dio figlio Salvatore. Apparso nella tradizione il Cristo come pesce, ossia con una delle forme zoologiche più umili, tentarono gli esegeti trarne profitto per celebrare l'umiltà divina del Cristo; onde Gregorio Magno scriveva: Ipse enim latere dignatus est in aquis generis humani; ed Origene avverte che Cristo ha voluto che la moneta si trovasse nella bocca del pesce, poichè egli stesso era pesce, e chiamavasi propriamente il pesce (tropice piscis appellatur). I primi Commentatori, non volendo dare un significato mitico al Cristo, e, per altra parte, trovando nella leggenda di esso particolari che offendevano il loro buon gusto e la loro pietà, si sforzarono d'interpretarli per via d'allegorie; ma queste allegorie tradiscono solamente il loro imbarazzo: così, quando il Cristo, presso il mare di Tiberiade, offre pesci fritti a' suoi discepoli, San Gregorio, assimilandolo a pesce fritto, dichiara che lo stesso Cristo fu quasi tribulatione assatus tempore passionis suae. E Sant'Agostino: piscis assus Christus est; e il venerabile Beda: piscis assus, Christus est passus. Ma, per accostarci al nostro proprio argomento, giova ricordare un'antica pietra anulare cristiana già posseduta dal Foggini, nella quale «sarebbe rappresentata la promessa di un Salvatore fatta ad Adamo ed Eva dopo il loro peccato. Il serpente seduttore si mostra col fatale pomo nella bocca, e i nostri primi parenti stanno inginocchiati in umile atto. Un personaggio molto inclinato stende verso di essi le proprie mani, come per rialzarli. Questo personaggio sembra essere il Verbo divino, e riposando i suoi piedi sopra un pesce, indica in tal forma la natura ch'esso piglierà nella pienezza de' tempi. E poichè la sua incarnazione doveva portare la salvezza al mondo sommerso nell'errore e nel peccato, gli si collocò presso l'arca di Noè con la colomba ed un'àncora, indicante la sicurezza che sarebbe data in tal modo a quelli che navigano nel mare tempestoso del mondo.» Questa descrizione non è mia; me la offre invece uno scrittore ortodosso, l'abate Martigny nel suo Dictionnaire des antiquités chrétiennes. Io metterò qui di mio una sola domanda: Vi sembra egli lecito, dopo tutto ciò, l'avvertire come la leggenda evangelica non è altro se non una nuova forma dell'antica leggenda del diluvio, nella quale il Salvatore appare in forma di pesce, come nella leggenda babilonese e nella indiana? E poichè il Christus passus combina col pesce afrodisiaco d'aprile, ed il sole incomincia in aprile ad ardere, ossia il pesce a friggere, qual meraviglia che il Christus passus e il piscis assus siansi identificati; qual meraviglia se, come la colomba (negli Inni vedici, i due Açvin sono talora rappresentati in forma di due Cigni[57]) è nella leggenda di Noè (cui Filone ebreo[58] chiama l'autore e il principio della rigenerazione degli uomini e salvatore) la messaggiera del bel tempo rigenerato, lo Spirito Santo in forma di colomba annunzii il Redentore e la colombina di Casa Pazzi accenda in Firenze i fuochi d'artifizio, a mezzogiorno del Sabato santo, ed annunzii il Cristo (che dopo essere stato pesce risorge), il rinato sole primaverile uscito dalle acque invernali? Il pesce allora si frigge, si sacrifica, poichè il sole venuto fuori delle acque s'infuoca, e le acque sono scomparse; il Cristo sale al cielo; il sole ascende l'orizzonte, e manda poi verso il giugno dal cielo le sue lingue di fuoco, con le quali il mondo s'illumina; il grasso del pesce trovato dal giovine Tobiolo ridona la vista al vecchio Tobia. Io non posso qui darvi se non un accenno del mito biblico evangelico. Ma io prego quelli de' miei uditori, ai quali la ricerca del vero non mette sgomento, di approfondire questa ricerca, nella fiducia che tutti gli studii, fatti col corredo di un'ampia erudizione, alla dimostrazione della tèsi mitica che si svolge dal Vangelo, confermeranno nelle sue parti essenziali la interpretazione ch'io vi propongo, per quanto essa possa apparirvi insolita e, a primo aspetto, disgustosa. In ogni modo deve rimanere per voi accertato che esiste nelle prime tradizioni cristiane la nozione di un pesce salvatore, presso il quale appare un'àncora; questo pesce (talora, invece di un pesce, se ne rappresentano due) e quest'àncora ci conducono naturalmente a cercar notizia del diluvio indiano e del vedico, il quale ci occupa ora in modo speciale.

Ma, innanzi di passare alla descrizione del mito vedico, giova osservare ancora qual sia propriamente il pesce o animale acquatico che nelle antiche rappresentazioni cristiane figura più spesso come salvatore, e specialmente come salvatore d'un fanciullo. Non è senza una viva meraviglia, che, come nelle antiche tradizioni elleniche, il salvatore di fanciulli è il delfino (onde Solino scriveva: «exempla narrantur delphini puerum ardenti amore depereuntis, colludentis et dorso suo medio mari gestantis, ac fideliter referentis ad litus»), nei più antichi anelli cristiani il Salvatore appare in forma di delfino congiunto con un'àncora. Sulla tomba d'una cristiana chiamata Redenta appare un delfino, congiunto con una colomba, celebrata, com'è noto, per la sua rapidità, affrettantesi verso un'anfora, ch'è il segno zodiacale del mese di gennaio, come i pesci corrispondono al mese di febbraio, e ritornano all'aprile. Così del delfino i Naturalisti sopra tutte le altre qualità celebrano la prestezza;[59] presso i Romani rappresentavansi delfini sopra colonne, e se ne pigliava augurio per future nozze; il che si rileva da quel verso della sesta satira di Giovenale: