Consulit ante phalas delphinorumque columnas

An saga vendenti nubat caupone relicto.

Sopra una pietra anulare cristiana descritta da Montfauçon appare inciso un delfino col motto: Pignus amoris habes; così nelle tombe cristiane si rappresentano i delfini al pari delle colombe, come simboli d'amore. Ma v'è di più: come la colomba vien fuori dalle acque, messaggiera del bel tempo; come il delfino salva il fanciullo dalle acque nel mito ellenico, e si riproduce con l'àncora come una forma del Cristo salvatore, e che salva pure sè stesso; come le antiche rappresentazioni elleniche ci offrono il fanciullo sopra un delfino; così il Martigny ricorda un geroglifico battesimale cristiano, nel quale appare un fanciullo seduto sopra un pesce. E Orientius vescovo del quinto secolo afferma: Piscis natus aquis, auctor baptismatis ipse est. Quindi l'uso di rappresentare de' pesci ne' battisteri e ne' battezzatoi. Tertulliano paragona i Cristiani a pesciolini, poichè nascono nell'acqua come il pesce Gesù Cristo; e soggiunge che, come per il pesce fuori dell'acqua non vi è salute, così non vi può essere pel cristiano fuori dell'acqua battesimale. A Parenzo, nell'Istria, si osserva ancora una vasca di marmo del sesto secolo, già appartenente al Battistero della città, la quale presenta una croce scolpita fra due colombe e fra due pesci. Come poi troviamo il delfino pesce salvatore cristiano congiunto con l'àncora, così ne' battisteri, tra le figure simboliche del Salvatore, appare pure il cervo,[60] il quale va a specchiarsi nel fonte, desideroso dell'acqua come il catecumeno, onde San Girolamo, paragonando ne' Salmi il catecumeno al cervo, soggiunge: «Desiderat venire ad Christum in quo est fons luminis; ut ablutus baptismo, accipiat donum remissionis.» Da questi esempi e da altri infiniti che si potrebbero addurre, par lecito il conchiudere: la leggenda cristiana non essere nata altrimenti che pel foggiarsi di una magnifica allegoria morale sopra un'antica ricchissima mitologia ellenico-orientale.

Riassumendo ora quello che riguarda il mito del diluvio nella tradizione biblico-cristiana, vi troviamo nelle acque il pesce-delfino, rapido, sollecito salvatore del fanciullo, ossia rigeneratore della vita nelle acque; ai pesci quaresimali di febbraio, congiunti con la colomba messaggiera come a zefiri di marzo della primavera, succedono nello Zodiaco il montone ed il toro (due versatori, due fecondatori mitici per eccellenza); al pesce d'aprile della tradizione popolare, il piscis assus, succedono i due gemelli di maggio. Vedremo ora come siansi pure scambiati nella tradizione indiana i due gemelli Açvin con forme animali identiche a quelle che appaiono nel mito ellenico, e nella tradizione biblico-cristiana.

È nota la leggenda epica del diluvio indiano. Il Dio Brahman si fa piccolo pesce, e prega il Dio Manu di salvarlo dai pesci grossi; Manu lo depone in un vaso che risplende come la luna; il pesce cresce: Manu, pregato dal pesce, lo trasporta in un ampio stagno, poi di là nel Gange, infine nel mare; il pesce, contento, prenunzia che l'oceano un giorno salirà ad inondare tutta la terra, lo invita a costrurre una nave e a munirla d'una fune; quando il diluvio arriverà, pensi al pesce da lui beneficato, ed il pesce accorrerà prontamente munito d'un corno, al quale si legherà la fune della nave; così Manu, insieme con sette sapienti e con ogni maniera di semi, entrato nella nave tirata dal pesce, salva sè stesso e salva o rigenera, a traverso le acque, il mondo.

La conoscenza della sola tradizione epica e puranica del diluvio indiano aveva indotto l'illustre Eugenio Burnouf ad ammettere che la tradizione indiana fosse derivata dalla biblica; ma, come il Weber ha, nel primo volume de' suoi Indische Studien, illustrato fin dall'anno 1850 la tradizione vedica del diluvio contenuta nel Çatapatha Brâhmana, io spererei aver trovato negli stessi Inni del Rigveda la prova che la tradizione del diluvio appartenne non solo al periodo, nel quale i popoli della stirpe aria non erano ancora divisi, ma sì ancora a quello, in cui se la razza semitica e la turanica non formavano più una razza sola con l'ariana, erano, per lo meno, ancora intimamente congiunte con essa. Secondo la tradizione raccolta nel Çatapatha Brâhmana, ossia in un'opera, la cui redazione rimonta sicuramente oltre il quarto secolo innanzi l'êra volgare, si racconta che Manu si lavava, quando gli apparve un pesce e gli disse: «Salvami, io ti salverò;» Manu piglia la stessa cura di lui che ci viene descritta nel racconto epico; quando il diluvio arriva, al corno del pesce si lega la fune della nave, e la nave viene tirata sulla cima d'un monte e legata sovr'esso ad un albero. Cessato il diluvio, Manu, per mezzo del sacrificio, della penitenza e della preghiera, crea una figlia, e con essa rigenera quindi il mondo de' viventi. La figlia di Manu si chiama Idâ, e la parola idâ vale la libazione, la preghiera, la parola sacra, che ci richiama al verbo rigeneratore, al logos che era nel principio, e da cui furono fatte tutte le cose, secondo il Vangelo di San Giovanni. La leggenda cosmogonica, la leggenda del diluvio e la leggenda del sacro battesimo rigeneratore presentano fra loro una strettissima analogia.

Ma è tempo oramai che stringiamo più dappresso il mito vedico. Nell'inno 116º del primo libro del Rigveda ci si rappresenta il giovinetto Bhug'yu, figlio di Tugra,[61] smarrito nella nuvola acquosa (udameghe), nell'oceano (samudre); intervengono i due Açvin, i quali sopra una nave dai cento remi lo portano alla riva açvinâ yad ûhathur Bhug'yum astam çatâritrâm nâvam âtasthivân'sam. Questa nave, in altro versetto, figura al plurale; e le navi alla loro volta si trasformano in tre carri volanti, dai cento piedi, ossia dalle cento ruote, tirati da sei cavalli, in tre giorni e in tre notti; ma qui evidentemente vuolsi ritenere la variante come prodotta per solo amore del numero tre; i sei cavalli in tre notti formano due cavalli per notte; i due Açvin rapidi salvatori, e i due cavalli tiratori del carro, in cui si salva l'eroe Bhug'yu dalle acque, s'identificano perfettamente. Nell'inno 117º ritorna lo stesso motivo mitico; il figlio di Tugra, dal mare inondante (arnasah samudrâd), avendo invocato gli Açvin, viene salvato, per mezzo di volanti cavalli, sopra un carro rapido come il pensiero. Nell'inno 182º lo stesso figlio di Tugra, tuffato nelle acque, nella profonda tenebra, vien liberato dagli Açvin sopra navi. L'inno 68º del settimo libro ci mostra finalmente la stretta relazione della storia dell'eroe rimasto nel pozzo, per l'invidia de' suoi compagni, con la leggenda dell'eroe che minaccia di perdersi in una inondazione universale; dicendoci esso come Bhug'yu sia stato abbandonato nel mezzo del mare, non più dal padre, il perverso Tugra, ma da' suoi malvagi compagni.

Ma in altri inni (Rigv., I, 112, 116, 117, 118, 119) egli, invece di Bhug'yu, piglia il nome di Rebha e chiuso nelle acque in un pozzo, per l'opera di maligni, invocando gli Açvin, viene liberato; io ho già mostrato altrove[62] l'identità di questo Rebha col Trita acquoso, il terzo fratello valente e perseguitato, e la sua probabile parentela con uno dei tre fratelli R'ibhavas, de' quali il più giovane si mostra il più esperto. In ogni modo, qui il mito ci offre chiaramente un eroe fanciullo che si salva dalle acque, per mezzo di una nave miracolosa, volante, dai cento remi; e dalla leggenda del Çatapatha Brâhmana ed epica apprendiamo come Manu si salva dall'inondazione sopra una nave legata al corno d'un pesce. Questo pesce salvatore, cornuto, attaccato alla nave (che ci ricorda la nave con l'àncora, il pesce o i pesci con l'àncora della rappresentazione cristiana), occorre pure presso gli Inni vedici, ove gli Açvin appaiono ora in forma di nave dai cento remi, ora in forma di carro dalle cento ruote, ora in forma di cavalli volanti tiranti il carro, ora in forma di cigni, ora in forma di pesci rapidissimi tiranti la nave.

Nella leggenda puranica il Dio salvatore, invece di Brahman, appare Vishnu in forma di pesce. Questo pesce, in cui Vishnu s'incarna, ora appare una çaphari (il cyprinus sophore), ora un çiçumâras o çinçumâras. Çiçumâras è il nome dato, in lingua indiana, ora al riccio di mare, ora al delfino. L'inno 116º del primo libro del Rigveda ci fa sapere che il carro ripieno di ricchezze degli Açvin è tirato da un Vrishabhas o toro, e da un çinçumâras, che vale tanto il riccio di mare quanto il delfino. Dicemmo che la nave degli Açvin, nella quale è salvato dall'inondazione il giovine Bhug'yu,[63] è chiamata dai cento remi, ed è interessante l'apprendere ciò che dalla Sicilia mi scrive Giuseppe Pitrè, cioè che i fanciulli siciliani, dopo aver pescato il riccio di mare, spandono sopra di esso un po' di sale, e lo invitano a navigare, chiamandolo quello dai cento remi.

Ma il Çiçumâra non è solo, in lingua indiana, il riccio di mare, il Delphinus Gangeticus, ma il vero delfino, e poi il delfino celeste, che si colloca nella parte più stellata del cielo. Dei due Açvin, adunque, che accorrono a liberare il figlio del mostro Tugra, ossia il giovine Bhug'yu dalle onde, l'uno si fa pesce, l'altro toro, come il pesce apre il mese d'aprile, ossia il mese del pluvio toro fecondatore, e, cadute le pioggie d'aprile, fritto il pesce, il sole primaverile, il celeste fanciullo s'avanza vigoroso e potente per le vie del cielo, dopo essersi battezzato nelle acque, che gli diedero forza, e dalle quali scampò per aiuto del pesce, e specialmente del delfino, che la grossolana scienza popolare ha sempre figurato come pesce. Da questi esempi ch'io ho accostati parmi non resti dubbio intorno ad alcuni fatti essenziali: 1º che una forma elementare della leggenda del diluvio è già contenuta negl'inni vedici; 2º che la leggenda vedica presenta riuniti in germe i caratteri che si trovano sparsi e divisi nella leggenda biblica e nelle tradizioni cristiane; 3º che il delfino è il pesce liberatore del fanciullo divino, come il pesce cristiano porta figurato sopra di sè un fanciullo, come il fanciullo Eros ellenico è figurato sopra un delfino, l'amico dei fanciulli, come il delfino Cristo, il pesce Cristo lascia venire a sè i fanciulli. Ma, per qual ragione, fra tutti gli animali acquatici fu preferito il delfino, come salvatore dal diluvio, destinato a purgare, come le onde battesimali, il mondo dal peccato, ossia a liberare dal male, a salvare l'innocente? In Grecia il delfino era sacro ad Apollo, per averne salvato dal naufragio il figlio Icadio, il quale giunto a terra edificò, per riconoscenza, un tempio dedicato ad Apollo, per memoria del delfino, chiamato Delfo. Noi siamo qui in piena mitologia solare; il delfino salva il giovine figlio del sole, ossia il nuovo sole dalle acque. La Grecia ricordava numerose varianti di questo racconto; e sempre, in esso, il naufrago salvato è un fanciullo, e il salvatore è un delfino.