Quando il mare minaccia tempesta, i delfini si mostrano alla superficie del mare, e così avvertono i naviganti, nel tempo stesso che offrono aspetto di una nave galleggiante. Ma, per qual ragione, essi danno la loro preferenza ai fanciulli? Nel cielo mitico, il delfino, il pesce rostrato, il pesce dalla testa grossa, il pesce cornuto, il pesce con l'àncora, o la nave dai cento remi, il riccio dai cento remi che tira fuori l'eroe solare perduto nelle acque, è, per lo più, l'astro cornuto lunare, il quale domina particolarmente la stagione notturna invernale e pluvia, che nell'oceano notturno ed invernale emerge solo dai flutti, e cede quindi il posto al mattino ed alla primavera, al giovine sole, al sole fanciullo. Ma di questa sua predilezione per i fanciulli vi è pure una ragione ne' suoi appellativi. Solino ci fa sapere che simones amavano essere chiamati dai pescatori i delfini, a motivo del loro muso depresso, e che chiamati in tal modo accorrevano subito, non meno obbedienti dell'apostolo Simone, il più sollecito seguace del Cristo, il crestato salvatore del mondo, che salva primo sè stesso traverso le acque, e nel battesimo. Presso Plauto e Terenzio, il simo appare una maschera di vecchio anzichè di fanciullo; ma il delfino è pesce celebrato ancora per la sua prestezza nel crescere, nel farsi grande di piccolo che era; gli si attribuisce pure una grande longevità, dicendosi ch'ei possa vivere fino a trecento anni. Per tutte queste qualità, il delfino doveva apparire ben degno di dar forma ad uno di quegli Açvin, che hanno il potere di concedere la immortalità, l'acqua della lunga vita, ossia la giovinezza ai vecchi, e poteva pure raffigurar Vishnu, il Dio nano, che, facendosi a un tratto gigante, misurava in tre passi il mondo. Le leggende epiche e brâhmaniche del diluvio ci presentano dapprima piccolissimo il pesce salvatore, e poi di tale grandezza ch'esso possa solamente più agitarsi nell'Oceano. Ora è interessante conoscere come le voci çiçuka, çiçumaras, che denominano il delfino (ond'è, senza dubbio, derivato l'equivalente zingarico, il delfino simôrus), contengano, come idea principale, quella di çiçu che vale piccolo fanciullo, e presentino una stretta analogia con la parola kumâra che vale per l'appunto fanciullo, anzi il fanciullo per eccellenza, il fanciullo reale, il principe ereditario, che gli Spagnuoli chiamarono infante, ed i Francesi, per una singolare coincidenza storica, Dauphin, in memoria d'un giovine principe ereditario del secolo decimosecondo, che prese, per quanto si narra, come sua insegna il delfino. Il nome del delfino e quello del fanciullo furono, in lingua indiana, equivalenti; quando perciò il delfino vedico unito col toro salva il giovine Bhug'yu, salva un Kumâra, e il valore del prefisso ku e quello dell'aggettivo çiçu essendo analogo salva, per simpatia, un simile a sè stesso; l'astro lunare salva l'astro solare, ossia ringiovanisce il vecchio sole. La luna cede il posto al sole, la luna trae fuori il sole che s'era perduto nelle acque della tenebra notturna ed invernale; un Dioscuro salva l'altro. Il Dio Luno, al pari del sole, si rappresenta ora come il vecchio per eccellenza, onnipossente, che scopre tutti i segreti, ora come un nano che ha tutte le malizie; la luna cresce per fasi; il fanciullo mitico prevede tutto ed il vecchio mitico ha tutto veduto; perciò il delfino, il pesce salvatore, chiamato çiçumâra o piccolo, appare dapprima piccolo e debole, e finisce col diventare immenso ed onnipotente; così Kumâra, «il fanciullo,» divenne in sanscrito un appellativo del terribile Skanda, il Dio della guerra; il giovinetto Eros, come abbiamo già notato, ed Ares s'identificarono. Il delfino porta, ossia salva, Eros; il çiçumâras o delfino vedico e puranico trascina e salva il kumâra Bhug'yu, il figlio reale dalle acque, ossia il nuovo sole progenitore, il reale infante celeste, dalla tenebra notturna ed invernale. Ogni giorno ed ogni anno si rinnova nel cielo la leggenda cosmogonica e del diluvio: ogni giorno ed ogni anno, l'antico Manu, l'antico Noè, ed il Cristo, dopo essere divenuto pesce nelle acque dell'oceano notturno ed invernale; dopo avere ritrovato, in forma di pesce, la moneta d'oro, l'anello, la gemma, il disco solare, ossia sè stesso; dopo essere entrato come Giona ed Hanumant nel ventre del pesce, e avere così attraversato incolume l'Oceano; dopo essersi chiuso nella nave tirata dall'animale cornuto celeste; il delfino dalla testa grossa, o il toro, vien fuori ringiovanito e potente in tutto il suo splendore. È possibile che alcuni particolari del mito da me qui esposto possano ancora dichiararsi altrimenti da quello che ho fatto; ma non mi sembra che la natura mitica del diluvio possa più essere messa in dubbio, come neppure la necessità di associare oramai gli studii di mitologia biblico-cristiana con quelli della mitologia comparata indo-europea.
LETTURA DODICESIMA. IL DIO YAMA.
Noi conosciamo già il Dio che si salva dalle acque e che diviene il salvatore per mezzo dell'acqua. Ma, perchè il Dio si salvi, bisogna prima che corra pericolo, che si sacrifichi. Il Dio che risuscita deve prima necessariamente morire, se pure la sua morte non abbia ad essere che apparente. Noi diciamo del sole che alla sera è andato a coricarsi e che al mattino si leva; i Francesi chiamano coucher et lever du soleil lo scomparire del sole dal l'orizzonte e il suo riapparirvi. Dunque, nella notte, il sole dorme. Ma questo sonno del sole parve talora uno stato di morte, dopo avere attraversato un mare tenebroso. L'anima del morto celeste non sta ferma, ma viaggia occulta per un mondo misterioso, per ricongiungersi al mattino con la sua forma corporea; così, ne' sogni, l'anima nostra alata, mentre il nostro corpo giace come morto, visita mondi insoliti. Presso la Katha Upanishad citata dal Weber negli Indische Studien si paragona il mondo dei Mani al mondo che si visita nei sogni.
Il sole, nei tre tempi della notte, nei tre giorni del solstizio d'inverno, nei tre giorni dell'equinozio di primavera, par morto; pare, ed invece esso viaggia da una parte all'altra dell'orizzonte; dopo tre giorni, Lazzaro vien fuori; Cristo rompe il suo sepolcro dopo aver visitato il Limbo dei Santi Padri e liberate e guidate al Regno dei Beati le anime loro. Il vedico Yama ci offre una somiglianza mirabile con quella forma peculiare di Cristo legato che si sacrifica pel bene degli uomini, che guida le anime de' trapassati, e poi risuscita. Il sole muore la sera e rinasce al mattino, muore in autunno per nascere a Natale come fanciullo e rinascere adulto in primavera, dopo essersi battezzato nelle acque benedette, nelle acque sacre, nelle acque d'aprile che ravvivano. Noi assistiamo ogni sera ed ogni autunno allo spettacolo del sole moribondo. Yama, il Dio de' morti, non rappresentò in origine altro che il sole moribondo vespertino. La parola Yama vale propriamente il legato e l'infrenante sè stesso, ossia il legato, l'infrenato; così il vecchio Sansone legato perde la sua chioma, ossia la sua forza, e s'accieca; il sole ritira i suoi raggi, perde la sua chioma luminosa e s'accieca nella scura notte; il Cristo, il crestato, legato come malfattore, alla sua aureola luminosa sostituisce una corona di spine, e muore. Io potrei proseguire, stringendo più ancora simili raffronti; ma, poichè comparazioni così fatte non saranno ammesse se non dopo lunga discussione, io debbo tenermi pago ad accennarvi una via larghissima, feconda di belle scoperte per lo studioso che la percorra senz'altra ambizione che quella di trovare il vero e di propagarlo. Intanto cercheremo qui di rappresentare la figura del Dio Yama, quale ce la offrono gl'inni vedici.
Yama, il legato, l'infrenato, propriamente il legante, l'infrenante sè stesso, dell'età vedica, che diviene poi nell'età brâhmanica il legatore, l'infrenatore, quello che getta il collare funebre sopra i moribondi, che li lega con la sua fune per trascinarli all'inferno, si rappresenta come figlio di Vivasvant, al pari di Manu. Dunque Yama e Manu sono equivalenti mitici. Nella leggenda del diluvio, Manu figlio di Vivasvant si salva dalle acque del diluvio universale per la sua pietà; negl'Inni vedici, l'eroe è salvato dal naufragio per l'intervento degli Açvin; ma uno degli appellativi degli Açvin è pure Yamau, ossia propriamente i due congiungentisi, i due legati insieme, i due gemelli, rappresentati essi pure nell'inno 17º del decimo libro del Rigveda come figli di Vivasvant. Manu figlio di Vivasvant rinnova il vedico Yama figlio di Vivasvant; Manu figlio di Vivasvant esce dalle acque come l'eroe vedico, salvato dai Yamau, ossia dai Dioscuri. Abbiamo un gemello che va all'inferno per liberar l'altro gemello; nel mito cristiano, il Cristo scende all'inferno per liberare i morti prima; nel mito vedico dei due Açvin, liberatori dell'eroe solare, dopo la rappresentazione che abbiamo fatto di essi, è evidente che l'uno de' due Açvin si trova specialmente congiunto col sole, l'altro specialmente con la luna; la luna libera il sole, un gemello libera l'altro gemello; un Yama è liberato dall'altro Yama; i due Yama si liberano l'un l'altro; e come il Yama legato, o legante sè, divenne il Yama legatore, così il Yama liberato, o liberante sè, divenne il liberatore, per la stessa analogia, per cui vedemmo che il Cristo, il quale si salva dalle acque, a traverso le acque, per mezzo delle acque, divenne l'istitutore del battesimo, il salvatore per mezzo dell'acqua battesimale che libera dal male. Così miti apparentemente diversi trovansi, per un filo sottilissimo, congiunti. Come l'aggettivo nel divenire appellativo creò gran numero di persone mitiche; così il passivo, per mezzo del medio, divenendo attivo, diede occasione a parecchie gesta mitiche; l'equivoco del linguaggio ebbe qui ancora larghissimo potere. La vittima sacrificata o sacrificantesi diviene eroica; l'eroe che si salva è un salvatore di sè stesso; e il salvatore di sè stesso riesce quindi semplicemente un salvatore, ed il salvatore per eccellenza. Ed il linguaggio, nel compiere una tale evoluzione, seconda pure la serie de' ragionamenti che doveva fare naturalmente l'uomo primitivo nell'osservare i fenomeni della natura e specialmente i fenomeni solari. È necessario in cielo come in terra che uno muoia per tutti; guai se il sole non tramontasse mai, la terra sarebbe tutta un incendio. Il sole tramonta, il sole muore, e, morendo come risuscitando, ci salva da morte. Egli ama tutti, e muore per tutti. Il primo de' mortali è il sole, ed egli è al tempo stesso il primo di quelli che si salvano, ossia il primo de' salvatori.
Ma il primo de' mortali dovette pure essere il primo de' nati; e, pel solito frequente naturale equivoco tra il passivo, il medio e l'attivo, il primo de' generati, il primo che si genera riuscì pure il primo de' generatori. Come nella genealogia biblica Adamo è il primo dei nati e il primo destinato alla morte, così il vedico Yama appare il primo mortale. Come poi la genealogia biblica incomincia con un uomo ed una donna, ossia con due forme gemelle, figlie del creatore, delle quali l'una maschio, l'altra femmina; così, negl'Inni vedici, presso il Dio Yama, ci occorrono i due gemelli Yamau identificati con gli Açvin, e poi i due gemelli, de' quali l'uno maschio, l'altro femmina, Yama e Yamî. De' due gemelli, in natura, l'uno è, per lo più, forte, l'altro debole; dei due fratelli mitici l'uno soccorre l'altro, e il soccorritore non è sempre il più forte; un debole fanciullo, un impotente, un imbecille appare spesso come liberatore; il passivo soccorre l'attivo; la donna tiene il posto del gemello debole. Per cagione della donna l'eroe mitico si perde, talora si salva. Eva appare come peccatrice che perde l'uomo; Dalila tradisce Sansone; la Vergine Maria appare, invece, come la salvatrice degli uomini. In Yama ed in Yamî si videro il giorno e la notte; ma niente c'induce a riconoscere la notte nella Yamî, mentre Yama appare indubbiamente il sole; come, pertanto, vedemmo già l'aurora strettamente congiunta coi due Açvin, ossia coi due Yama, il Yama vespertino e il Yama mattutino, e rappresentarsi come loro sorella, non mi par dubbio che la Yamî, gemella di Yama, non sia altro che l'aurora gemella del sole e della luna. Adamo ed Eva son creature dello stesso padre, e però fratello e sorella; si uniscono, ed il loro peccato si sconta con la morte; dopo una vita dolorosa, Eva partorirà con dolore; Adamo lavorerà per la sua famiglia: la leggenda del Cristo, che con la morte sconta il peccato originale, si congiunge intimamente con la leggenda di Adamo, del quale esso appare una splendida variante mitica. Gli Inni vedici non ci rappresentano ancora la pena, ma raffigurano la colpa dell'unione d'un fratello con una sorella, la quale deve essere evitata come incestuosa. L'inno 10º del decimo libro del Rigveda ci offre un dialogo singolare tra il mortale Yama e Yamî, tra il fratello e la sorella. Come nel racconto biblico la donna fa da seduttrice, Yamî invita Yama ad unirsi con lei. Essa dice al fratello: «Gli immortali desiderano questo: un discendente di te, unico mortale; poni l'animo tuo nell'animo mio; come sposo, entra nel corpo della sposa.» Yama risponde che non vuol fare quello che finora non ha mai fatto, e che vuol conformare le opere alle parole oneste. Ma Yamî insiste, avvertendo come lo stesso Dio creatore Tvashtar onniforme li abbia creati in un solo germe, per essere marito e moglie (dampatî). Yama si rifiuta sempre, e tratta la sorella come una donna impudica; ma essa diviene provocante, avverte come in cielo ed in terra i due gemelli sono uniti e dovrebbero però girare insieme le ruote del carro, come se non fossero fratello e sorella. Yama invita Yamî a cercarsi un altro marito. Essa rimprovera il fratello di non esser buon fratello (Bhrâtar-fratello e Bhartar-marito sono due noti equivalenti che significano il sostentatore), poichè non viene in aiuto alla sorella e la lascia andare in disperazione, mentre essa è tormentata dall'amore. Yama risponde: «Io non potrei accostare il mio corpo al tuo; un peccatore chiamarono colui, il quale si unì con la sua sorella; con altri, all'infuori di me, pigliati piacere; il fratello tuo, o bella, non può desiderare codesto.» Yamî irritata risponde: «Oh tu sei un uomo da nulla, o Yama; noi non vediamo in te nè animo nè cuore; ed un'altra donna t'abbraccierà stretto, come ghirlanda, o come una liana l'albero.»
Come gli Açvin, che amano la loro sorella aurora, anzichè unirsi con essa, finirono per trovarle uno sposo e le servono da paraninfi; così Yama termina con l'augurio che Yamî possa trovare uno sposo, che la faccia felice. Quest'inno, di cui una variante trovasi pure nell'Atharvaveda, rivelasi di una composizione relativamente moderna, poichè ci richiama ad un tempo, in cui l'adagio popolare, la vox populi, sta per diventare vox Dei, ossia legge sacra: dissero peccatore, esclama il poeta, l'uomo che s'unisce con la propria sorella; la sentenza popolare consegnata nell'inno vedico diventerà, in breve, autorità religiosa, inviolabile. Ma l'inno stesso tradisce tuttavia la presenza di una tradizione, secondo la quale il primo uomo e la prima donna erano stati fratello e sorella, e la donna avea tentato l'uomo. È notevole come nell'inno vedico si faccia da Yamî l'augurio, perchè Yama ottenga un figlio, ossia dia al padre un nipotino, dopo avere attraversato il vasto oceano (tirah puru c'id arnavam g'aganvan).
In questo carattere il mito di Yama si congiunge anco più intimamente con quello degli Açvin liberatori dalle acque, e con quello del loro proprio alter ego, Manu Vàivasvata, il liberato dal diluvio universale, che, uscendo dalle acque, rigenera, dopo aver fatta molta penitenza, il mondo.
Nel sesto libro dell'Atharvaveda (citato dal Muir), Yama, identificato con Mr'ityu, «la Morte,» appare il primo che arrivò al fiume. Questo è fiume ad un tempo di perdizione e di purificazione. Nell'inno 14º del decimo libro del Rigveda son pure ricordati i vasti fiumi, ai quali arriva il re Yama, figlio di Vivasvant, ed esplora la via (panthâm) per i molti (che la dovranno percorrere). È nota l'analogia che passa tra le voci pons e pontus. Il mare, i fiumi diedero sembianza di vie; solamente, invece di percorrersi sui carri rotanti, si solcavano sulle barche remeggianti.
È singolare qui ancora la corrispondenza delle credenze vediche con le elleniche: Yama arriva primo al mare, al fiume, lo attraversa, esplora la via, la insegna agli altri; al regno de' morti, secondo il concepimento ellenico, si arrivava attraversando l'onda del fiume o della palude infernale. L'inno vedico afferma esplicitamente che Yama fu quello che morì primo, che de' mortali partì primo pel mondo di là (propriamente, per quel mondo); il primo che trovò la via per noi, dalla quale non possiamo discostarci. Le anime de' morti s'incontrano, partendo, in Yama e Varuna; Yama concede a quelle che gli appartengono, una dimora luminosa ed acquosa; le difende dai due cani nati di Saramâ, dai quattro occhi, macchiettati, insaziabili, dalle vaste narici, che stanno a guardia della via (pathirakshî), altro carattere di somiglianza tra il Regno de' morti vedico e il Tartaro ellenico guardato dal tricipite Cerbero. I due cani errano fra gli uomini, come messaggieri del Dio Yama, ossia della Morte (messaggiero di Yama nel Rigveda è pure un uccello funebre). E, come si adora il Diavolo perchè stia lontano, così si pregano i due cani di Yama, perchè lascino ancora rivedere il sole al devoto, perchè gli diano ancora in terra una esistenza felice. Ma Yama è specialmente invocato ne' funerali, perchè dia una lunga vita al devoto fra gli Dei. Evidentemente il vedico Yama si disegna già in un duplice aspetto, l'uno paradisiaco, l'altro infernale. Esso ha i suoi protetti, e quelli che caddero nella sua disgrazia; i protetti saranno beati, e quelli ch'egli non ama, erreranno incerti o dannati.