LETTURA TREDICESIMA. I DEMONII.

Per la stessa ragione, per cui nel mondo vedico originario non troviamo ancora distintamente indicato il Dio unico assoluto, e ci appaiono invece molti Dei proteiformi, il pastore vedico non concepiva ancora il Diavolo come un essere singolare, unico, potente, rivale di Dio. Vi sono Demonii come vi sono Dei; ma non vi è il Demonio unico come non v'è l'unico Dio. Quando il monoteismo appare, si manifesta pure, se così può chiamarsi, il monodemonismo; e a quel punto la religione iranica si stacca dalla indiana: l'India, nel vero, non ci offre nessun antagonismo così deciso e spiccato come quello che ci presentano i libri zendici nella lotta fra Ahura Mazda e Anhro Mainyu, l'uno genio di luce che crea le cose buone, l'altro genio tenebroso che suscita tutte le forme del male. Nell'India, invece, nel tempo stesso in cui Brahman vi assume dignità di nume supremo, esso non ha contro di sè una sola forma di demonio: com'egli non è solo nell'Olimpo, ove, prima di lui, altri numi potenti, più che imperare, operavano cose mirabili, ed ove più tardi vengono a dividere con esso il supremo potere altri due numi, Vishnu e Çiva; così i demonii mutano nomi e forme non solo secondo che mutano gli Dei, ma secondo che il Dio si trasforma: Satana e Anhro Mainyu sono sempre conformi a sè stessi, e mantengono costante il loro carattere maligno. I demonii vedici e brâhmanici, invece, partecipano di tutta la mobilità degli Dei, e, come il Dio si muove dalla forma luminosa e termina nella tenebrosa, così accade che il Demonio si muova dalla forma tenebrosa e riesca alla luminosa; il Paradiso e l'Inferno confinano fra loro; agitandosi, l'uno passa nell'altro; così il Dio e il Demonio scambiano le loro parti. L'appellativo più frequente dato al demonio vedico e brâhmanico è quello di Viçvarûpa od onniforme, e Kâmarûpa, ossia mutante forma a piacere: simili appellativi assumono pure talora gli Dei; ora si comprende come il Dio, potendo pigliare ogni forma, possa pure assumere vesti demoniache, e il Demonio del pari, nella sua capacità di trasformarsi senza fine riesca pure ad appropriarsi le forme luminose divine. Gli Dei come i Demonii sono nati insieme, e, secondo la mitologia vedica, da uno stesso padre, dal fabbro universale celeste Tvashtar.

Noi troviamo dunque perciò ordinariamente accennati al plurale i demonii vedici, o, quando essi appaiono al singolare, il loro nome è generico, indistinto, come rakshas che vuol dire mostro, oppure specifico di specie molteplici e differenti.

Uno degli appellativi plurali de' demonii vedici è Dânavas. La parola Dânavas è il plurale di Dânu e si dà come equivalente di figli di Dânu, uno de' nomi attribuiti alla moglie del mostro Vritra, ucciso da Indra, nell'inno 32º del primo libro del Rigveda, oppure di Danu, che appare come figlia di Daksha e sposa di Kaçyapa presso il Çatapatha Brâhmana. Dânu, al neutro, vale, presso gli Inni vedici, rugiada, stilla, goccia; onde i Dânavas apparirebbero gli umidi, nel loro primitivo aspetto. Ma, perdutosi l'antico originario significato della parola, in breve i Dânavas divennero i mostri demoniaci, i nemici degli Dei in genere, e tra questi mostri generici potè quindi trovar posto lo stesso Çushna, secco e disseccatore, il quale trovasi in una delle upanishad definito come un dânava. Dânunaspatî, o signori del Dânu, ossia dell'umore ambrosiaco, sono chiamati in alcuni Inni vedici i due bellissimi Açvin; in quanto i fenomeni rugiadosi dell'aurora mattutina e della primavera si rinnovino nel cielo pluvio, lo stillante divino può diventare un umido demoniaco; e quindi si può forse spiegare la leggenda epica indiana di un figlio della Dea della bellezza, Çrî, la Venere indiana, convertito nel mostruoso Dânava o demonio Kabandha presso il Râmâyana. La parola Kabandha vale propriamente barile; il mostro-barile o Kabandha del Râmâyana ha la sua origine nella nuvola kabandha, ossia nella nuvola-barile degli Inni vedici. Il figlio della Venere ambrosiaca, il figlio di Çrî, che diviene demonio Kabandha, sembra farci assistere particolarmente al fenomeno del cielo pluvio primaverile. E non solo Kabandha è figlio di Çrî, ma tutti i Dânavas sono posti sotto la particolare protezione dell'astro di Venere, del quale si mostrano particolarmente devoti, onde poi gli appellativi di dânavaguru o maestro dei Dânavas e di dânavapûg'ita o venerato dai Dânavas, dati presso l'astronomo Varâhamihira al pianeta Çukra o Venere. Il numero dei Dânavas appare infinito negli scritti brâhmanici; nell'inno 120º del decimo libro del Rigveda se ne rammentano soli sette: così da Sâyana, in nota all'inno 114º del primo libro, si danno anche gli Asurâs come figli di Diti, e si narra che Indra li distrusse in germe nell'utero materno, nel numero di sette. L'appellativo sanscrito di Dâittyâs, o Dâiteyâs, o Ditig'âs, dato, negli scritti brâhmanici, ai demonii, come figli di Diti, immaginata, come dicemmo in opposizione alla veneranda Aditi, madre de' divini Adityâs, non si trova ancora negli scritti vedici. Tuttavia, come da danu o dânu si ebbero i dânavas, si potrebbe nella parola diti riconoscere la stessa radice o dî (di), che occorre in danu o dânu; onde i dâityas sarebbero gli umidi goccianti come i dânavas, di cui uno pigliò, come dicemmo, forma di nuvola-barile.

Ma vi sono ancora altri appellativi generici de' demonii negli Inni vedici: i principali sono quelli di dâsâs, di dasyavas, di asurâs, di krishnâs, di pânayas, oltre a quello più comune di rakshasâs o mostri. Nelle parole dâsa, dasyu, parrebbe ancora potersi ritrovare la stessa radice , che occorre in danu e in diti e dâitya; e come vedemmo gli Açvin signori del dânu ambrosiaco, così, presso gli appellativi dei demonii dasyu, dâsa, troviamo quello degli Açvin dasrâu, quello d'Indra e di Agni dasma. Ma, nelle voci dâsa, dasyu, si videro poi particolarmente i distruggitori malefici, i nemici, le persone volgari. Nè solo i demonii combattuti da Indra, come, per esempio, Çambara, Çushna, C'umuri, ec., pigliano il nome di dasyu negl'inni vedici, ma ancora le anime de' morti, alle quali non è concesso di salire alle sedi beate; e però esse errano simili alle larvæ de' Latini, in una forma demoniaca, a disturbare l'opera de' devoti. Il nome di dasyu è quindi pur dato agli empii nemici degli Arii, ai ladri, ai barbari irreligiosi. Così dâsa, l'appellativo generico di parecchi demonii vinti da Indra, come, oltre Çambara, Namuc'i, Pipru, Varc'in, venne poi a significare lo schiavo, il servo, la persona vile. Nel cielo, i Dâsâs o demonii hanno spose o diavolesse, chiamate Dâsapatnis. Questo appellativo è dato particolarmente alle âpas od acque nel citato inno 32º del primo libro del Rigveda; una nuova analogia che ci dovrebbe confermare nel ravvicinamento etimologico fra dâsa o dasyu e dâitya (da diti) e dânu. Ma, in altri Inni vedici, il dasyu appare più tosto come un genio tenebroso notturno; il 5º inno del settimo libro del Rigveda ci fa sapere che Agni cacciò dalla casa i demonii (dasyûn), generando la vasta luce pel devoto (âryaya). Qui il dasyu appare una specie di fantasma notturno, di larva, di spirito, dissipato dalla luce del mattino; perciò ancora nell'inno 117º del primo libro, a dissipare i Dasyu appaiono i due Açvin, per mezzo del bakura (o vakura) che io interpreterei per carro[68] (dalla radice vedica vak, che nello stesso Rigveda, VII, 21, trovasi adoperata per esprimere il roteare del carro d'Indra comparato al muggito di vacca, tvad vavakre rathyo na dhenâ). E l'ârya varna che Indra porta innanzi, distruggendo i dasyu, nell'inno 34º del terzo libro (quantunque il dâsa, il dasyu vedico, appaia talora il nemico terreno degli Aryâs), non mi pare potersi interpretare il colore degli Arii, in opposizione al colore dei non Arii, ma semplicemente il bel colore, lo splendido colore, la luce mattutina, che, distruggendo i notturni tenebrosi Dasyu, Indra riporta nel cielo.

Il senso ambiguo che ha la parola spirito nell'Occidente latino ebbe già nell'Oriente indiano la voce asura, propriamente l'essere (cfr. asu, «alito vitale, spirito»). E come gli spiriti servirono poi particolarmente a significare i genii maligni, così gli asurâs, posti in opposizione coi devâs, rappresentarono particolarmente i demonii. E come lo spirito divenne Spiritus Sanctus, come l'asura, in zendo ahura, divenne Ahuramazda , il sommo nume dell'Iran, così, nell'India vedica, Varuna, il sommo reggitore del cielo, il cielo stesso, apparve col nome di asuras, ossia di sommo spirito, di spirito per eccellenza, di spirito onnisapiente (asura Viçvavedâs; Rigveda, VIII, 42). Ma, per lo più, l'asura o spirito rappresentò lo spirito maligno, e al plurale gli spiriti maligni, la schiera de' demonii, retta secondo il Çatapatha Brâhmana da Asita Dhânva (forse il nero del deserto, ossia la nuvola scura del cielo), secondo il Mahâbhârata da Baka o Vaka, secondo il Râmâyana da Bali Vairoc'ani, secondo il Kathâsaritsâgara da Mâyadhâra, nome che ci richiama agli Asurâs mâyinas o Demonii magici dell'Atharvaveda e alla magìa demoniaca o degli spiriti, ossia asuramâyâ dell'Atharvaveda e del Çatapatha Brâhmana. Ma, mentre, nell'India vedica, l'asuratva e l'asurya, più che l'essere demoniaco rappresentano l'essere spirituale, l'essere divino, la divinità, dopo che le leggende brâhmaniche rappresentarono gli asurâs in guerra co' devàs, per cagione specialmente dell'ambrosia, l'asura finì col prendere nell'India brâhmanica un aspetto intieramente demoniaco; nè ciò soltanto, ma esistendo l'asura come nemico dei devâs (nell'inno 85º dell'ottavo libro del Rigveda gli asurâs sono anzi chiamati adevâs), si dimenticò l'etimologia della parola (da as «soffiare, spirare, essere»), e si vide nell'a iniziale un privativo, un nemico del Sura, che valse a significare il Dio, come già di Aditi, nati gli Adityâs, nei Dâityâs non si videro già degli esseri originariamente forse non punto demoniaci, ma dei figli di una Diti nemica della divina Aditi. Così, per un duplice equivoco etimologico, sarebbe nata tutta una serie di Dei o Surâs, per un verso, e di tutta una serie di Demonii o Dâityâs per l'altro.

Ma, dal sin qui detto, parmi poter constare abbastanza, come, in origine, a quel modo stesso con cui non esisteva ancora un Dio distinto, così non esisteva neppure un distinto Demonio. Il dânu o danu, il dâsa o dasyu, l'asura, non furono originariamente appellativi di figure distinte demoniache; essi, da principio, erano comuni alle forme luminose celesti e alle tenebrose; ma, per essersi quindi con qualche maggiore insistenza attribuiti ai fenomeni tenebrosi, e per successive combinazioni mitiche e per sopravvenuti equivoci di linguaggio, servirono particolarmente a denominare le forme demoniache.

Ma come i devâs e gli asurâs appaiono quali creature d'uno stesso padre (ora Tvashtar, ora Prag'âpati), così, presso il Yag'urveda nero, essi si mostrano uguali in potenza e in dignità, e dediti entrambi alla preghiera (brahmanvantas).

Il Tâittiriya Brâhmana, ci fa sapere che la terra in principio era degli asurâs (asurânâm vai iyam agre âsit), ma che, avendo gli Dei chiesto loro un po' più di posto per sè stessi, ne ottennero tanto quanti essi avrebbero potuto circondarne. Essi si posero ai quattro angoli della terra e l'avvolsero tutta.[69] Lo stesso Brâhmana ci dice che i devâs e gli asurâs non si distinguevano gli uni dagli altri. Queste sono pel mitologo nozioni preziose. Una leggenda del Çatapatha Brâhmana[70] spiega in un modo infantile, ma moralmente interessante, il passaggio che fecero i Devâs e gli Asurâs ad uno stato di intiera opposizione. — I devâs e gli asurâs creature di Prag'âpati ottennero in sorte dal loro padre Prag'âpati la parola, il vero ed il falso; gli uni e gli altri pertanto parlavano ora il vero, ora il falso; parlanti allo stesso modo, erano uguali. I devâs, lasciando la menzogna, elessero quindi la verità; gli asurâs, lasciando la verità, adottarono la menzogna. Allora la verità che rimaneva presso gli asurâs comprese: «Gli Dei, abbandonando la menzogna, hanno scelta la verità; ch'io vada dunque a congiungermi con essa;» e così recossi presso gli Dei. La menzogna che rimaneva presso gli Dei comprese: «Gli asurâs, lasciando la verità, hanno prescelta la menzogna; io voglio dunque riunirmi con essa;» così dicendo, essa si recò presso gli asurâs. Allora gli Dei dicevano tutta la verità e gli asurâs tutta la menzogna. Dicendo intieramente il vero, gli Dei divennero come deboli e poveri. Perciò colui che dice solamente il vero diviene debole e povero; ma al fine egli riesce, come, al fine, riuscirono gli Dei. E gli asurâs, dicendo unicamente il falso, divennero prosperi e ricchi come l'aurora;[71] perciò colui che dice unicamente il falso prospera e s'arricchisce come l'aurora, ma, al fine, si rovina, poichè gli asurâs, al fine, si rovinarono. Quello ch'è vero è la triplice scienza (contenuta nei tre Vedi); gli Dei dissero: «Sacrificando, celebriamo questa verità.» — Gli Asurâs, dopo di ciò, volendo disturbare i sacrificii divini, vengono maledetti. Ma è agevole intendere come tutte queste spiegazioni leggendarie brâhmaniche siano il prodotto non più di una mitologia, ma di una filosofia scolastica; e, se noi possiamo dare ad esse alcuna importanza in questo studio, non è tanto per le conclusioni, quanto per le premesse che pongono, le quali confermano una gran verità essenziale, secondo la quale il mito vedico antico non ci presenterebbe ancora un Dio ed un Demonio spiccati, distinti ed in guerra fra loro, ma sì invece indeterminati, affini, quasi necessarii l'uno all'altro; poichè gli elementi della materia che combinandosi crea la vita non si presentano in dissidio, in lotta fra loro, ma sì invece intenti a comporsi in nuove armonie fisiche, le quali potranno divenire più tardi armonie morali. L'uomo primitivo ha, di certo, sentito momenti di terrore innanzi all'accostarsi delle tenebre della notte o tra il fragore spaventevole di una bufera sugli altipiani dell'Asia centrale; ma il più spesso egli vide e comprese come dalla tenebra vien fuori la luce, dalla morte la vita, e fu sollecito a riconoscere in quella vicenda naturale una tremenda insieme e poetica necessità della vita.

Quando poi si determinò con formole religiose, prima domestiche e poi sociali, l'entusiasmo per la luce e il terrore della tenebra, ogni fenomeno luminoso apparve divino, ogni fenomeno tenebroso demoniaco; e quando, finalmente, sopra le mitologie essendo nate le religioni, si fondarono sopra queste religioni le Chiese, queste, sollecitamente operose come nell'Iran e nella Palestina, rovesciando l'edificio mitico, stabilirono il monoteismo, o, per dir meglio, il dualismo, ove un sommo Dio d'ogni perfezione combatte contro un Demonio, autore d'ogni male. Nell'India la liturgia della casta brâhmanica arrivò, quando i miti erano già stati consegnati alla storia negli Inni vedici, prima popolari e poi, perchè popolari, in virtù della stessa prudenza brâhmanica, divenuti sacri, e quando infinite leggende mitiche correvano già di famiglia in famiglia, impossibili ad estirparsi. Il Brâhmanesimo non risale come istituzione civile oltre il quinto secolo innanzi l'êra volgare, e, prima di quel secolo, l'India aveva già percorso tutto un ciclo della sua vita storica; la casta brâhmanica si trovò innanzi ad un popolo non più giovane, anzi quasi vecchio, e con materiali leggendarii di una mole prodigiosa, sopra i quali potè bene combinare nuovi sistemi teologici e filosofici più o meno mostruosi, ma non creare sopra di essi alcun nuovo mito veramente vitale. Rivoltasi invece la religione a diventar strumento politico per costituire l'onnipotenza di una casta privilegiata, essa perdette ogni naturalezza e, come l'edera s'inalza gigante a usurpare le mura delle dimore indiane, sopra le quali si abbarbica, così, sopra la mitologia vedica che non poteva distruggere, il Brâhmanesimo s'inalzò per coprirla, e per adoperarla come fondamento della sua ragione di Stato; presso a poco quello che il Cristianesimo, ma con intento morale assai più alto e benefico, operò sopra i miti ed usi pagani, de' quali si nutrì come di sostanza vitale. Caduta, o per lo meno indebolita gravemente, l'azione morale del Cristianesimo, esso, dispogliato del suo prestigio, ci si ripresenta ora nella sua nudità, ossia nelle sua forma embrionale pagana. Così, nell'India, tolto tutto ciò che le Chiese e scuole brâhmaniche hanno aggiunto di parassito all'antica mitologia vedica, noi ci ritroviamo nel cospetto di miti naturali, così semplici, che la loro stessa semplicità potrebbe far disperare un interprete, il quale si proponesse di rappresentare gli Dei indiani non già com'essi nacquero, ma come si vorrebbero vedere, se un artista greco avesse ricevuto l'incarico di finirli e di condurli, come si dice, a pulimento. Perciò, come io non ho potuto rappresentarvi alcun Dio in un solo unico, vivace, compiuto aspetto caratteristico, così e, tanto meno, potrei rappresentarvi in una sola forma i demonii vedici; e dico, tanto meno, poichè se il Dio che riproduce un fenomeno generalmente luminoso può talora lasciarsi sfuggire la sua natura specifica, tanto minore evidenza può avere per noi il Demonio che rappresenta, per lo più, un fenomeno tenebroso e una negazione.