XI.
Monogamia, poligamia e poliandria.

Come il celibato, per chi non faccia professione di astinenza[163], è un delitto contro la società, così la poligamia, la quale, se non distrugge intieramente, pregiudica assai il principale elemento della società ch'è la famiglia. L'uso indo-europeo, rispettando la santità della famiglia, si fonda sopra la monogamia; ma, come non vi ha legge che non si violi, così non vi ha, si può dire, uso che non diventi abuso. L'abuso cerca giustificarsi con pretesti; e non mancano ai poligami pretesti mitologici. Gli Olimpi sono pieni di apparenti contraddizioni e anomalie; prese queste apparenze come leggi alla vita terrena si rischia di spostare ogni principio di economia sociale. Il dio od eroe si presenta alcuna volta con una donna sola, per la quale mette in moto e scompiglio cielo e terra; talvolta invece si abbandona ad ogni nuova figura della bellezza, ora schiavo alle lusinghe di una donna, ora suo instabile seduttore.

Ove sono poligami gli dêi, è naturale trovare poligami anche gli eroi che appaiono come la loro seconda forma. Nel Ràmàyana, sono illustri le due mogli di Daçaratha; nel Mahàbhàrata, le due mogli di Pàndu; e le due mogli epiche appaiono per lo più come rivali. I Nibelunghi e le Edda, con la leggenda delle due donne amate da Sigifredo-Sigurd, e rivali, sembrano avere alcuna coscienza della poligamia eroica. La stessa rivalità si manifesta nella leggenda semitica delle due mogli di Abramo, e, come parmi, anche delle due mogli di Giacobbe.

Ma la poligamia non è necessaria nel mito, dove anzi vediamo, per lo più, l'eroe fedele all'unica sua sposa, la quale ora egli muove a conquistare, ora a ritogliere dalle mani del suo rapitore; nell'uso, la poligamia è proscritta, e la legge la condanna, sebbene talora lo stesso legislatore abbia peccato o pecchi in contrario. Questo è il caso di Augusto, il quale, come abbiamo da Svetonio, per impedire la troppo frequente mutazione di matrimonii, pose un freno alla facoltà del divorzio, mentre egli stesso nella sua vita diede esempii affatto contrarii. Bigamo fu Antonio, secondo il racconto di Plutarco[164]. E l'imperatore Carino menò ben nove mogli, come ci riferisce Flavio Vopisco[165]. Giulio Cesare aveva conceduto per legge il diritto d'esser poligamo ai soli Quiriti; ma la legge, comunicata ad Elio Cinna tribuno della plebe, non ebbe l'onore della promulgazione[166].

Della poligamia presso gli Ateniesi, discorre Ateneo[167]; egli cita pure l'esempio dell'eroe Priamo poligamo, senza che Ecuba se l'abbia per male; ma non si parla qui propriamente di più mogli, sì bene di concubine, oltre la moglie. Così, ragionandosi delle donne di Teseo, si dice ch'egli rapì Elena, Arianna, Ippolita e le figlie di Cercione e di Sinide, e sposò invece legittimamente Melibea madre di Aiace. Più mogli effettive ebbe invece Filippo il Macedone; e così parecchi altri sovrani, i quali si fanno lecito e legittimo ogni arbitrio. È famosa, fra tutte, per le sue conseguenze, la poligamia di Arrigo VIII d'Inghilterra. Alfonso X, re di Spagna, voleva, alla maniera degli odierni Parsi, sostituire alla prima moglie che gli pareva sterile una seconda capace di far figliuoli; ma, mentre le nozze si combinavano, la prima moglie s'ingravidò; preoccupato soltanto della successione, il re lasciò andare la nuova sposa, che, dotata, consegnò al proprio fratello.

Il trovare in parecchi de' nostri Statuti un articolo a posta per punire i poligami, ci prova come spesso in Italia si dovesse, nel medio evo, infrangere l'uso della monogamia. Negli Statuti di Trento[168], i bigami sono multati, e se non pagano, frustati; in quelli di Rovigno[169], frustati, spodestati ed esiliati; in quelli di Civitavecchia, se non pagano, bruciati vivi; in quelli draconiani di Lugo, multati senz'altro nel capo, purchè il matrimonio siasi consumato[170].

Meno frequenti, invece, i casi di poliandria; ma pure ad essi accenna alcuno de' nostri Statuti[171], e presso gli antichi Britanni, per memoria di Giulio Cesare[172], e presso gli Spartani, per memoria di Senofonte e Polibio, volendosi accennare ai soli Indoeuropei, intieramente conformi all'uso. Nelle leggende indiane, sono famose una ninfa che sposò dieci fratelli, Gàutamì che sposò sette sapienti, Dràupadì che sposò i cinque fratelli panduidi[173]; ma è preziosa la confessione dello stesso Mahàbhàrata che riferisce tali casi di poliandria, e li dice contrarî alle usanze ed alle leggi vediche[174]. Di maniera che sembra doversi supporre qualche ragione fisica ed economica aver solamente determinato i Britanni e gli Spartani ad uscire dalla legge generale. Il Wilson lasciò scritto: «Fra gli abitatori del Butan, una famiglia di fratelli possiede una moglie in comune, ed osservando la sterilità del paese in cui prevale usanza siffatta, non è troppo necessario il domandarsi qual sia il motivo di un tale accomodamento. Egli è probabilmente lo stesso motivo, quello cioè, d'uno scarso nutrimento, che portò fra gli Sciti la stessa usanza, secondo che ci insegna Erodoto. Meno agevolmente si spiega per qual ragione la tribù de' Nairi del Malabar segua un tale costume; pure, poichè vi son traccie di parentela, quantunque omai dissipate, fra questi e la gente dell'Himàlaya, esse traccie indicano che i Nairi poterono venir dalle montagne e portare con sè quell'usanza»[175]. Al che il professore Foucaux, il quale ha riportato le parole del Wilson[176], soggiunge il nome dei Dardi, tribù montanara del Kaçmira, ove una sola donna è moglie di più fratelli, e quello degli isolani di Lancerote, nelle Canarie, ove, secondo l'informazione di Béthencourt, viaggiatore del secolo decimoquinto, ciascuna donna, per lo più, bastava per tre mariti.


XII.
Nozze fra parenti.