Ma de' più solleciti a violarlo furono per l'appunto imperatori romani. È celebre la risposta che la matrigna di Antonino Caracalla diede al figliastro, che l'ammirava ignuda[184]: detto e fatto scelleratissimi, che la legge avrebbe puniti, se non si chiamava col nome poco onesto di Augusto l'iniquo incestuoso; poichè di Augusto, Caligola si compiaceva narrare che il suo incesto con la figlia Giulia avea dato il giorno alla madre di lui, mostro. Nè potè valere a Claudio il suo espediente, per sottrarsi ad ogni biasimo, quando sposata la propria nipote Agrippina, diede a tutti il permesso di fare il medesimo; egli non riuscì a trovare altri imitatori all'infuori di due suoi adepti; ed apparve così alla storia, come uno stupido violator di leggi.
In Grecia le nozze erano solo vietate fra ascendenti e discendenti; non tra collaterali; quindi «non fu cosa turpe, come scriveva Emilio Probo nel proemio al suo libro[185], non fu cosa turpe a Cimone, sommo personaggio ateniese, l'avere per moglie una sua sorella germana; ma ciò, per gli usi nostri, è delitto»; e Caligola che, presso i Romani stupra una dopo le altre tutte le sue sorelle, credo nove, riesce una mostruosa eccezione. E Alcibiade è un'altra mostruosa eccezione presso i Greci, siccome quello che dormì con la propria figlia[186]; egli vuole, com'è noto, far parlare ad ogni costo di sè; ed è con questo intendimento ancora ch'egli, secondo Ateneo, sale sul talamo del re di Sparta, desideroso che si finisca di vantare i re di Sparta come discesi da Ercole, e si incominci col dire che discendono da Alcibiade. Ma ciò ch'era licenza, abuso, delitto per Alcibiade in Grecia, in Persia avea religiosa consacrazione. Più il matrimonio era fatto tra persone intime e migliore si riconosceva. Il Vispered[187] lo dice esplicito: «Io amo quelli che sono sposati con parenti»; e se i parenti erano padre e figlia, madre e figlio, meglio; il matrimonio riusciva privilegiato.
Devoti alle antiche tradizioni, anche gli odierni Parsi riconoscono tali matrimoni come gli ottimi.
XIII.
Come la fanciulla si domanda.
Dove la scelta non è libera tra gli sposi, dove non si celebra il matrimonio, come dicono nell'India, alla maniera de' gandharvi[188], dove insomma interviene l'autorità de' parenti e la festa non è solamente della giovine coppia, ma più forse delle loro rispettive famiglie, ha importanza la cerimonia della chiesta nuziale.
Conosciamo già l'uso che corre in Sardegna; in generale, l'uso italiano è questo, che dapprima si manda innanzi un terzo per esplorare se non vi sia pericolo di rifiuto; quindi muove il padre stesso dello sposo a fare la domanda; in Sicilia, come appare dai canti popolari e dalle informazioni del Pitrè, assume piuttosto un tale ufficio la madre.
Abbiamo, di fatto, un canto siciliano che dice:
— Arsira[189] me' matruzza[190] mi spiau[191]
E mi dissi unni[192] vai, figghiuzzu miu?
— Matruzza, unni la zita mi nni vaju[193]
Ca cc'è 'na bedda[194] di geniu miu.