— Fighiuzzu, 'nsignamillu[195] ca cci vaju
Quantu tanticchia[196] mi nni preju iu[197]

— Vossia[198], cci dici; senziu nun haju[199]
Pinsannu ad idda di l'occhi nun viju[200].

In Sicilia, e per lo più anche negli altri paesi, il giorno medesimo della chiesta in cui si trattano gli affari, si fa eziandio il puntamento, ossia si fissa il giorno delle nozze. Che il medesimo a Roma si facesse lo argomento da questo brano di Terenzio[201]: «Mosso da tal fama Cremete se ne venne a me spontaneo, per dare a mio figlio in moglie l'unica sua figlia immensamente dotata. Mi piacque; feci la promessa; si fermò questo giorno alle nozze.» In questa prima cerimonia, quando le parti si trovano d'accordo, gli sposi si danno la mano; e l'aver compiuto un tale atto è un primo e forte legame, come lo era per gl'Indiani[202]. Il padre della Tancia al cittadino Pietro Belfiore, dice:

La v'ha data la man, l'è obbrigata
Non ci bisogna su nè sal nè olio[203]

Ma Cecco osserva, nell'atto quinto della commedia, come quello che conchiude è l'aver dato l'anello e detto in chiesa. Entrambi gli usi sono assai popolari e ordinariamente vanno insieme; ma fra il toccamano e il dare l'anello quello che, nella credenza comune, sembra legar più è l'aver dato l'anello della promessa, chiamato dai Latini anulus pronubus, diverso da quello che si dà ora in chiesa dal prete quando benedice le nozze omai combinate e non più possibili a rompersi senza grave scandalo. L'anello della promessa è un pegno di unione futura; l'anello che si dà in chiesa è simbolo dell'unione che si fa. L'uso dell'anulus pronubus è generale in Italia, dato «o per segno di mutuo affetto, o piuttosto affinchè per quel pegno i cuori si leghino[204]». Secondo il Diritto romano, tuttavia l'anulus pronubus non è ancora vincolo legale di matrimonio[205]; lo è invece pel diritto visigotico e longobardico[206], e più poi ne' nostri canti popolari, uno de' quali dice così:

Oh! guarda che bel fior che ha quel roso!
M'è stato detto, amor, che siete sposo.
Se siate sposo ancora non lo so;
Ancora siete a tempo a dir di no.
Se siete sposo ancor non lo so io;
Ancora siete a tempo a dirgli addio.
Quando vi vederò l'anello in dito
Allor ci piglierò pena e partito.
Quando vi vederò l'anello d'oro,
Allor ci piglierò partito e duolo[207].

Ma, checchè ne dica il canto popolare, l'anello non è sempre d'oro; anzi nell'Arpinate e a Fenestrelle è sempre d'argento e a Roma, al tempo di Plinio, era solamente di ferro. Mi piace infine notare come nell'agro Tuderte e in qualche altro luogo d'Italia che ora non mi rammento, chiamano questo anello nuziale la fede, e nel Veneto, la vera; ora vera è parola slava che vale precisamente la fede.

L'anello è dato, per lo più, direttamente dallo sposo alla sposa; ma talora può essere o mandato da esso come nel caso di Ottone I con Adelaide[208], o dato dal principe, in nome dello sposo ch'egli elegge alla sposa, come ne abbiamo un caso presso il Bandello[209], o fatto dare, come ci occorre presso il Doni[210]. Nell'India era una vecchia parente che metteva in dito ai due sposi un anello di ferro[211]. Tra principi si trova pure il caso in cui la fanciulla per ordine paterno si fidanzi per mezzo di un anello, che ella manda allo sposo destinato; e un tale invio, se non la obbliga legalmente, la stringe pur tanto che ritraendosi ella possa provocare un casus belli[212].

L'anello adunque veramente impegna; è un forte impegno morale che ne vale uno legale; si può scherzare con altro, ma coll'anello della promessa, no; esso è serio per chi lo dà e per chi lo riceve; al qual proposito mi piace rilevare, da un eccellente scritto di Dora d'Istria[213], l'uso che la dotta ed elegante scrittrice ha potuto osservare tra i Serbi: «I pesma sembrano avere inteso a rendere popolari certi assiomi che possono aiutare le fanciulle a distinguere i serii amatori da quelli che presumerebbero abusare della loro semplicità. Come pegno di amore, si dà una mela; come profumo, si dà il basilico; ma l'anello si dà soltanto agli sponsali. In tutte le tradizioni orientali, la mela vien considerata come un simbolo di seduzione. Una mela sedusse Eva, come Atalanta, e per ottenerla dalle mani di Paride, Hera, il tipo della matrona ellenica, e Athene, la vergine austera, consentirono a mostrarsi ignude come Afrodite nel cospetto di un pastor frigio. Una fanciulla serba più prudente che non fosse l'Eva della Genesi, si affretta a gettar sul naso di Mirko la mela ch'egli le offrì: «Io non ti voglio nè la tua mela», grida ella irritata. La sorella di Jovan, non meno corrucciata, manda lungi col piede la mela che Stoiano vuol farle accettare; ma colei che più risoluta sdegna un tal pegno di amore indegno di lei, dolcemente sorride sì tosto ch'ella scorge come nelle mani di Mirko risplende l'anello d'oro, l'anello della promessa.»