Ora, se non fosse indiscreto, vorrei domandare a me stesso di che sia in origine simbolo l'anello nuziale; mi contenterò invece soltanto di osservare come alle vedove che si rimaritano, il secondo marito non usa più offrire l'anello.
Nell'India antica, secondo i sùtra, i due messaggieri d'amore, lasciata la casa dello sposo con le benedizioni di lui, e fiori e frutti, andavano soli alla casa della sposa, si annunziavano al padre, e in presenza di tutti i parenti, esposto prima il loro mandato, scrivevano la genealogia, le virtù e gli averi dello sposo e domandavano la sposa, stando seduti verso occidente, mentre i parenti erano rivolti ad oriente, ossia verso il sole nascente, il primo, il più bello e il più ricco degli sposi. Ove si cada d'accordo, i messaggieri toccano una coppa piena di fiori, grano, frutti ed oro; la stessa coppa veniva quindi posta sul capo della sposa, come augurio di fecondità. Recitata qualche formola, lo suocero riceveva lo sposo, lo faceva sedere sopra l'erba kuça e gli dava a bere latte con miele; lo sposo presentava quindi i suoi primi doni alla sposa.
Nell'India odierna, quando un giovine, compiuti i suoi studi, manifesta il proprio desiderio di pigliar moglie, il padre di lui elegge un giorno propizio, appresta i doni e si avvia con essi alla casa della sposa. Il padre fa la promessa e presenta i doni; il padre della sposa, prima di rispondere, tenta gli augurii; e, ove egli consenta, in mezzo a molte cerimonie si fanno le promesse e si fissa il giorno solenne per le nozze. Ma fra i Bràhmani corre ancora quest'altro uso cerimonioso. Dovendo il giovine, per le nozze, purificarsi d'ogni colpa, la purificazione egli compie per mezzo di alcun dono cospicuo, fatto a qualche sant'uomo della casta. Come penitenza poi, egli assume un sacro pellegrinaggio alla Gangà. L'apparato del viaggio si fornisce in tutto punto, e il giovine fidanzato si mette in via; ma com'egli è appena giunto fuor della città o del villaggio, incontra lo suocero suo, che gli domanda ove sia diretto, e, saputolo, gli offre la figliuola in matrimonio, pur ch'egli desista dal viaggio; naturalmente, il finto pellegrino desiste e si sollecitano le nozze.
Nelle leggi della Germania settentrionale, una delle formole per le quali si facevano gli sponsali era questa: «Io sposo a te la figlia mia per l'onore e pel matrimonio e per la metà del letto, per la serratura e per le chiavi»[214], intendendosi con ciò che il matrimonio dovesse riuscire onorato e che la moglie, oltre alla partecipazione del toro maritale, dovesse assumere il dominio della casa.
In Russia (governo di Mosca), per la domanda nuziale, muove un parente dello sposo e picchia ad una delle finestre della casa dove la sposa abita. Il padre della sposa gli domanda: «Chi siete voi?» Il forestiero risponde: «Sono un mercante di passaggio ed ho buona merce, se voi la volete lasciar entrare.» Il padre lo fa entrare, e si tratta; la fanciulla origlia intanto dalla stanza vicina; se i due contraenti si mettono d'accordo e combinano le nozze, la fanciulla incomincia a levare alti lamenti ed a piangere. — Nel governo di Tver, dopo il consenso degli sposi, incominciano tra i parenti le trattative, che si fanno nel modo seguente: il padre dello sposo si reca in visita presso quello della sposa; ma innanzi di partire, come è l'uso russo, prima d'intraprendere qualunque affare d'importanza, si siede e prega Dio. Presi quindi con sè i doni, s'avvia alla casa della sposa, ove giunto, i due suoceri ripiegano in su un lembo della loro pelliccia[215], e il padre dello sposo dice: «Quello che hai immaginato, facciamolo; battiamo le mani». Allora la palma dell'uno batte su quella dell'altro, e un tale atto in Russia si chiama il battimano; i Toscani, come l'abbiamo veduto di sopra, lo chiamano il toccamano; egli è che veramente i Russi battono ove i Toscani solamente toccano; ma chi assistette alle trattative fra contadini di altre parti d'Italia avrà pure osservato come spesso il suggello de' loro contratti sia un vero battimano. Fatto il battimano, i contadini russi aggiungono: «Dio ci permetta di vivere amici e di visitarci gli uni e gli altri, di mangiare pane e sale insieme, di modo che la buona gente ci invidii.» I nostri contratti finiscono in bere; così i due suoceri russi, terminati gli accordi, si scambiano, oltre ai doni, vino e birra. Si beve, ed in quel punto si dice in Russia, che la sposa è bevuta, ossia ch'ella è fatta. Finalmente il padre dello sposo si congeda dicendo: «avete voi cavalli per portare via la sposa? Se non ne avete voi, manderemo i nostri a prendere la principessa»[216]. Il padre della sposa risponde: «Io stesso la condurrò; non vi recherò codesto disturbo». Alla sua volta, la madre della sposa presenta i suoi doni per lo sposo e pel mandatario, dicendo: «ricevete, signor mandatario, questo per le pene vostre, per averci dato un erede, e questo per il principe[217]: un fazzoletto ed un asciugamano, perchè veda il lavoro della sposa[218]». Dopo di ciò, il mandatario si alza dal proprio posto, ed il padre della sposa piglia il pasticcietto (pirog), preparato per l'occasione, col lembo diritto della pelliccia e lo passa nel lembo diritto della pelliccia del padre dello sposo, il quale, appena ricevutolo, corre, con quanta più prestezza può, verso la propria dimora, senza toccare con la mano il pasticcietto. A una tal forma di chiesta nuziale si riferisce il seguente canto popolare del distretto di Tarszok (governo di Tver), nel quale la sposa destinata dai parenti si circonda, come paurosa, a difesa, delle sue dilette compagne, dei cigni, secondo la sua poetica immagine, e dice:
Tu, mio sostentatore padre,
Non biasimarmi, non metterti in collera,
Mio sostentatore padre,
Se io ho condotto qua la schiera de' cigni,
Le mie care compagne.
Tu, mia carissima compagna N. N.,
Avvicinati a me, alla malinconia amara,
Aiutami a sopportare la mia tristezza.
Voi, mie care compagne,
Siete senza pietà;
Forse i vostri visi sono di carta,
Le ardenti lacrime di perla,
I cuori più duri della pietra.
Tu, mio sostentatore padre,
E tu, mia cara madre,
Non battete delle mani[219],
Nè il lembo contro il lembo[220].
Non impegnarmi, sostentatore padre,
Nè tu mia propria madre
Con impegni forti,
Forti, eterni.
XIV.
La sposa si accaparra.
L'anello pronubo è la prima delle caparre; ma altre ordinariamente l'accompagnano anco presso i Romani, come appare evidente da un passo di Giulio Capitolino, tra gli Scriptores Historiæ Augustæ[221]. L'uso italiano le ha continuate non contraddetto dal Diritto longobardico, la cui meta era una vera caparra[222]. La caparra in danaro o strenna (come la chiamano nel Canavese e nel Biellese) che lo sposo dà, in Piemonte, alla sposa, non eccede mai la somma di lire cinquanta[223]; se le nozze si guastano, per causa dello sposo egli perde la sua caparra; se, per causa della sposa, la caparra viene restituita a colui che la diede, raddoppiata talora, come usa nel contado di Pinerolo ed anche nell'Osimano. La caparra si dà generalmente il dì delle promesse, ossia, come dicono nel Canavese, il giorno in cui si va a baciare la sposa, poichè da quel giorno veramente i parenti dello sposo la riconoscono con un bacio. Ma non sempre la sposa accetta la caparra in danaro, a molte fanciulle sembrando offesa quel pegno; o se, come nell'Abruzzo[224], l'accettano, esse hanno cura di levare, all'unica moneta che acconsentono di ricevere, il valore di moneta; perciò, bucatala, se l'appendono al collo ad uso medaglia, quale pegno di fede promessa.
È ancora una specie di caparra la cerimonia nuziale del governo di Tver, in Russia, che si chiama bere la beltà della ragazza. In una bottiglia di acquavite si mette un'erba detta del diavolo; la si orna di nastri e candelotti ed il padre dello sposo deve riscattare questo diavolo per mezzo di cinque kapeika[225]. A tale offerta gli si dice: «La nostra principessa[226] non vale solo questo;» allora il mandatario aggiunge ancora; gli si ripete il medesimo, ed egli sempre aggiunge, finchè la somma non sia arrivata fino a cinquanta kapeika[227].