Sul trono del padronato
Ora leggiadramente acconcia il crine
Colla keza fulgente,
Coll'animo altero del tuo signore,
O decoro delle donzelle,
Levati, chè tardasti assai.
Il secondo coro risponde:
Non fu tardo alcuno,
Chè solo tardò la signora madre
A comprarle la tzoga,
Acciò non le s'involasse ratta;
Ora che volete affrettarla
In quest'ultima ora?
Appena folgora il sole.
Tutte le donne insieme intuonano finalmente il canto:
O sorella e signora sposa,
Ecco il difuori per te si chiude,
Il difuori e tutto il mondo estraneo.
Come la colomba dei cieli
Coll'amore del compagno tuo
Tu felice sotto la pioggia,
E al fragore delle quercie,
Abbi decoro, sorella mia,
Come il sole quando sorge,
Come il sole nelle saliere,
Come la torta in sulle tovaglie.
Quando la sposa era vestita, si riteneva dai Romani come ottima consuetudine ch'ella si coricasse sul letto con gli abiti nuziali[286], forse per la stessa cagione che in Russia si siedono innanzi di imprendere gravi negozii o lunghi viaggi. Nessun negozio più grave, di fatto, e nessun viaggio più lungo di quello che imprende la giovine sposa. Ella viaggia da un mondo ad un altro, da una vita all'altra; così ella potesse, nel suo ultimo sonno di vergine dimenticare quanto abbandona, e risvegliarsi ricca di liete speranze!