Finito il bagno, l'antica sposa indiana rilasciava le sue vesti sudicie al procolo (ordinariamente lo suocero od il prete) recitandosi questo versetto: «Quanto di cattivo e d'impuro sarà accaduto nelle nozze e nel trasporto della sposa, lo scuotiamo sovra il procolo». Il procolo levava i panni sudici con un bastone di udumbara, e andava ad appenderli nella selva ad un albero, a fine di purificarli; intanto la sposa si ornava e vestiva di nuovo, mentre le si recitavano versetti d'augurio, per la fecondità e un vivere lungo e felice. Quindi le si applicava un pettine di giunco a cento denti, con augurii perchè il sudicio cadesse. Al qual uso, oltre il romano dell'asta[283], con cui si pettinava dagli astanti la sposa, mi piace richiamare il russo, per cui ciascuno de' convitati a cena dà un colpo di pettine alla sposa già pettinata e depone una moneta sul vassoio che le sta innanzi.

Tra i canti albanesi di Sicilia[284] è questo che accompagna la sposa, quando essa viene condotta al bagno; e la menzione che vi è fatta della neve e del ghiaccio, mi fa supporre che il canto sia più antico della migrazione degli Albanesi in Sicilia, e nato veramente tra i monti dell'Epiro:

Fiocca neve e fa pioggia
E la bella andò a lavare.
Ruppe il ghiaccio col piede
E la neve con la mano.
Spirò un venticello dritto dritto
Che le tolse il velo delicato,
E glie lo raccolse il di lei vecchio padre,
E col velo ritornarono a casa.

In Russia pure, il canto accompagna la cerimonia del bagno, fatto per traspirazione, così dallo sposo come dalla sposa. Nella stanza del bagno si scherza, si ride e si canta; le compagne lavano la giovine sposa, la quale, uscendo dal bagno, canta melanconicamente così:

Io, pervenuta all'ultimo, prego Dio,
Lo stesso Cristo del cielo,
La Santa Madre di Dio,
Nella mia bellezza di vergine,
Con le mie care giovani compagne,
O larga strada, luce mia,
O larga strada aperta ai sollazzi,
Ho finito di camminare sopra di te,
Ho finito di sollazzarmi
Con le mie care giovani compagne,
Nella mia bellezza di vergine.
Vicini miei, cari vicini a me più prossimi,
Non ricordatevi de' miei dispettucci e delle mie insolenze;
Attribuite, miei cari vicini,
Le insolenze alla semplicità della vergine,
I piccoli dispetti alla bellezza della vergine;
Amara lamentatrice, mi accosto
Alla mia pulita camera,
Al mio vasto cortile,
Alla nuova porta,
Agli intagliati pilastri.

E, mentre le viene intrecciata la chioma, essa rivolta ad una compagna le dice tutta carezzante:

Tu, mia cara sorella, tortorella,
N. N.
Intrecciami la mia treccia castagna,
Che sia fortissima, che sia finissima.
Intrecciami un nastro rosso,
Legami, tortorella mia,
Tre nodi,
Tali che mai non si disfacciano.

Presso gli Albanesi di Calabria incontriamo pure canti, che ricreano la fidanzata, mentre essa vien pettinata, mentre le vien messa la keza, specie di cuffia o berretta, mentre le si indossa la tzoga o gonnella nuziale, e le si attacca alla keza, un velo con uno spillone sormontato da colomba[285]. Ma invece di essere la sposa quella che canta, cantano le compagne ora unite, ora divise in due cori che alternativamente si rispondono. Si apre il canto così:

O tu sposa, avventurata sposa!
È venuta l'ora che vai sposa.
Va sposa questa signora
Al fianco di un signore:
Voi dunque, signore e vicine,
Pettinatele bene la treccia,
Intrecciategliela mollemente, e fatene palla;
Non le spezzate alcun filo,
Sì che le sia grave quest'ora.

Allora il primo dei cori incomincia: