Mi sederò io, la mesta mestizia,
Su la bianca panca,
Presso la lucida finestra;
Tu, mio sostentatore padre,
Tu, mia propria madre,
Vi siete infastiditi, mio sostentatore padre,

E tu, mia propria madre,
Della mia testa balzana,
Della mia treccia castagna.
La mia bellezza, la mia vergine bellezza passerà,
Passerà, cambierà,
Si mescolerà col nero fango,
Col nero fango lutulento, vischioso.
Tu, mia aurora,
Mia aurora vespertina,
Perchè così presto, o aurora, tu arrivi?

E più l'aria si abbuia e più si fa tenero e più si dispera il canto della giovine fidanzata russa, al quale non saprei in vero contrapporre altri più delicati e più commoventi, non pur tra i dotti, ma nemmeno tra i popolari:

Il roseo sole gira.
E tu, o stella errante,
Dietro le nuvole sei passata
Lunge dalla chiara luna;
Così la nostra vergine
D'una in altra stanza è passata,
D'uno in altro tetto,
E, nel passare, s'impensierì,
E tra le lagrime, disse:
Signor mio, babbo mio,
Non sarebbe egli possibile fare altrimenti,
E me vergine non maritare?

Tanta mestizia, tanto sgomento che occupa tutti i canti popolari russi, relativi alle nozze, non toglie tuttavia che la festa delle fanciulle o dievisgnik, la sera del giorno che precede il nuziale, non riesca animata e gioconda; egli è che, più del canto, riesce a rallegrarla la copia de' cibi e delle bevande.


XIX.
Il bagno; la sposa si veste.

In Italia, non so che i bagni, i quali pure vi si fanno, per decenza, ordinariamente un giorno prima delle nozze, siano accompagnati da alcuna solennità. E pure un carattere sacro essi avevano di certo a Roma, come lo conferma un passo di Servio: «Con l'acqua e col fuoco, egli commenta, i mariti accoglievano le mogli. Onde pure oggidì si portano innanzi le faci e l'acqua attinta da una limpida fonte per mezzo di un fanciullo assortito[277] o d'una fanciulla che prende parte alle nozze, con la quale solevansi lavare i piedi agli sposi». Oggi ancora, in alcuni luoghi della Sabina, le donne maritate non possono recarsi alla fonte, per attingervi acqua; le sole fanciulle possono farlo.

Ora quest'uso del lavare i piedi agli sposi, e di levar l'acqua da una fonte particolare, non era solo romano, ma greco ed indiano.

In Grecia, l'acqua destinata al bagno nuziale deve essere di fonte o di fiume, essere acqua viva, in somma. Nella Troade, era famoso per tale uso lo Scamandro, al quale, presso Eschine, la fidanzata, che si bagna, volge questa preghiera: «togliti, o Scamandro, la mia verginità[278]; in Magnesia, godeva della stessa fama il Meandro; in Atene, la fontana Kallirhoe, intorno alla quale così informa Tucidide[279]: «d'appresso è la fontana di cui si servivano per gli usi più importanti, la quale, dopo essere stata restaurata dai tiranni, nel modo che or si vede, ha nome le Nove-bocche; e prima, quando v'erano le sorgenti scoperte, si chiamava Kallirhoe. Da cotesti tempi lontani resta anche adesso il rito di far uso di quell'acqua, prima delle cerimonie nuziali e per le altre sacre funzioni». E, in Grecia ancora, era un fanciullo che dovea levar l'acqua per lo sposo e una fanciulla l'acqua per la sposa[280].

Nell'India, il paese dalle abluzioni per eccellenza, sono innumerevoli le fonti sacre, alle quali può essere attinta l'acqua del bagno nuziale. Ma sempre, innanzi di adoperarsi, questa viene benedetta. Nell'Atharvaveda[281] si conservano parecchie formole per una tale benedizione. Nell'India odierna, lo stesso suocero lava i piedi allo sposo con acqua, latte e sterco di vacca[282]; segue la congiunzione delle mani e la libazione dell'acqua sopra le palme unite degli sposi.