E 'l mio corredo, che lo lasceróe?
La mia gammurra co' nastrin di stame
E la becca[272] ch'i' ho di taffettà,
Il vezzo di coralli e 'l mio carcame[273]
S'io nol porto, a chi domin rimarrà?
E quel bell'orciolin nuovo di rame,
Le mie stoviglie bianche chi l'arà?
E' miei sei sciugatoi col puntiscritto,
E duo' lenzuol cuciti a sopraggitto?


XVIII.
Mentre la sposa si prepara.

L'essere detti, per tre volte, in chiesa, le visite fra parenti, lo scambio de' doni, i primi banchetti, le provvisioni per le nozze, gli inviti per il giorno delle nozze, tutto ciò occupa assai le nostre famiglie che stanno per fare la sposa. Lo stesso, meno le pubblicazioni in chiesa, avveniva in Roma, in Grecia, nell'India e presso gli altri popoli indo-europei. In Roma, inoltre, il dì delle nozze raccoglievansi di primo mattino in casa della sposa quanti più potevano parenti ed amici invitati. La casa dello sposo e quella della sposa si ornavano di fiori, ghirlande e tende di lana. I parenti lontani, gli amici, i conoscenti non invitati, se conoscevano le leggi della buona creanza, doveano raccogliersi nella strada, per rendere onore agli sposi; al che si riferisce il passo seguente di Giovenale[274]: «Domani, di primo mattino, ho da fare un complimento nella valle di Quirino. Perchè il complimento? Che mi domandi tu? L'amico si sposa e non vuol aver troppa gente attorno».

Nell'India antica, in uno de' tre giorni, ne' quali si dice: oggi o domani o dopo domani condurranno via la sposa, il guru o maestro spirituale dello sposo, arrivato qual messaggiero, come veniva il mattino, benedicea con acqua e purificava la fanciulla; dopo di che, alcune donne, regalate di cibi e bevande, intrecciavano una danza.

Arrivava allora lo sposo, e seguiva un lungo ricambio di doni e gentilezze, accompagnato da benedizioni e sacrifici tra le due famiglie che stavano per conchiudere il parentado.

Nell'India odierna, la notte che precede le nozze, gli sposi mangiano con i parenti del riso, e vanno quindi con lampade, riso, acqua fresca e betel in mano a visitare i vicini e far loro presenti.

Presso i Brettoni, gli inviti alle nozze si fanno, cantando, dal bazvalan, il quale, accompagnato da uno de' parenti più stretti dello sposo, si reca nelle varie case, possibilmente nel punto in cui le famiglie sogliono mettersi a tavola; egli picchia tre volte alla porta, si dichiara bazvalan o messaggiero nuziale, e viene festeggiato e fatto assidere alla mensa[275].

Nella Germania meridionale[276], il fidanzato e il suo compagno vanno pel villaggio, di casa in casa; e il fidanzato dice: «Voi siete pregati per le nozze martedì all'albergo.... Venite senza fallo; occorrendo, vi renderemo la pariglia. Non dimenticate di venire.» In ogni casa, la massaia apre la dispensa, ne leva un pane e un coltello e presenta il tutto, dicendo allo sposo: tagliate del pane. Il fidanzato taglia una fetta e la porta con sè. E qui abbiamo un'altra prova dello sposo; poichè si argomenta ch'egli riuscirà un cattivo capo di casa, ove non affetti bene il pane.

In Russia, prima che tramonti il sole del giorno che precede le nozze, la giovine fidanzata si lamenta così: