INNANZI DI ENTRARE IN MATERIA
SCOPO DEL MATRIMONIO.
Dall'inno vedico al catechismo cattolico si è sempre consacrato il matrimonio per una sola potente ragione, quella di procrear figliuoli; ma la ragione fu spesso sottintesa o temperata da un naturale istinto di poesia, che non permetteva di considerare la compagna dell'uomo come un solo servile strumento di generazione. Unico il Diritto romano pose per legge e considerò come sacro[2] che il matrimonio si compie per cagione dell'ottener figli. Unico il Diritto romano distinse, per legge, la dignità della donna da quella dell'uomo, decretando che vi sia potestà sopra il maschio e che la femmina si possa dar nelle mani, ossia, ciò che torna poi il medesimo, manomettere[3]. Unico il diritto sacro romano inventò una dea Viriplaca[4], ossia placatrice del marito, alla quale s'innalzò pure un tempio a fine di comporre le contese domestiche.
La donna riuscì per tal modo, una schiava dell'uomo, e, malgrado il cristianesimo, questo barbaro sentimento penetrò ancora dal diritto romano nell'italiano. Gli statuti di Lugo, confermati nel 1520 dal duca Alfonso di Ferrara, affermano nel marito il diritto di batterla, e se adultera, di esporla sul rogo, tanto che muoia ove a lui piaccia[5]. La barbarie della legge contribuì ovunque in Italia a rendervi talora barbaro l'uso. Quindi alla legge stessa la necessità talora di correggersi e di contraddirsi per sopprimere l'uso che perseguitava la donna. Gli Statuti di Perugia, pubblicati nel 1523[6] mettono una multa ai maschi che insultino per via una donna di buona condizione e di buona fama. Un decreto del 13 maggio 1709, pubblicato dalla Repubblica di Genova[7], tenta correggere lo stesso abuso nell'isola di Corsica, ove era pur divenuto un'arte di darsi moglie. La donna si rispetta male finchè si considera da meno dell'uomo; e il diritto romano che ne proclamava la servitù contribuì non poco a rimuovere dai nostri usi quella specie di culto per la donna che prima di essere cristiano fu celtico e Germanico, quella specie di culto estetico alla madre, alla sposa, alla indovina, ossia all'essere di più delicato e più pronto sentire, che ci lascia così felicemente distinguere la donna dalla femmina. Perciò, in Italia, e, precisamente nel seno del cattolicismo, nell'Italia del papa, ossia nell'Italia della superstizione, più ostinati che altrove si mantennero gli usi fallici. Non sono molti anni che a Veroli nella Sabina si compievano ancora processioni falliche. E mi sembra simbolo di un'antica processione fallica, l'uso che vigeva, nella città di Gallese, per la festa di San Famiano, nella quale si portava attorno un talamo acceso[8]. Nel seguito di quest'operetta, ci accadrà di notare i varii usi persistenti in Italia, come augurio di fecondità alla sposa, alcuni de' quali troveremo perfettamente conformi con altri de' tempi patriarcali vedici. Qui si benedice ancora la terra perchè porti buon grano; si benedice la sposa perchè riesca feconda; ed altra virtù alla benedizione non si desidera.
La donna pel nostro popolo unicamente partorisce; resta perciò una cruda ironìa la risposta che l'epicureo imperatore Elio Vero dava alle lagnanze della moglie negletta: «Soffri ch'io mi dia piacere con altre. Perocchè il nome di moglie suona dignità e non voluttà»[9]. Elio Vero metteva così la donna al di sotto di quello che piace ai sensi: ne faceva una fredda cosa elegante.