Per fare la storia e per dare degno soggetto al filosofo di meditarla è necessario adunque qualche cosa di più profondo e di più saldo che il vago e mobile tessuto degli avvenimenti esterni, i quali esprimono imperfettamente il carattere d'un popolo come le escandescenze o le imposture quelle d'un individuo. Negli individui molte delle azioni loro si attribuiscono alla loro eccitabilità nervosa od a ragioni segrete; anche ai popoli si vuole tener conto di cosiffatta eccitabilità e di certe ragioni occulte; ma, evidentemente, nè quella nè queste non bastano di certo a lasciarci intendere quello che un popolo abbia potuto essere o quello che sia.
Ma, sotto la storia pubblica o civile o politica o convenzionale che addimandar si voglia, vi è una storia viva e perenne che si potrebbe forse chiamar domestica, poichè vive della vita delle famiglie, nel loro intimo focolare e nelle loro mutue relazioni d'ogni giorno. Questa storia accetta o subisce dalle vicende e dalle istituzioni politiche quello che le conviene o quello che non può evitare; ma conserva, a traverso le fasi della storia esterna che hanno potuto alterarla, un fondamento tradizionale, il quale è tanto più solido e puro quanto meno varia e accidentata riuscì la vita pubblica. Questa nuova specie di storia si studierà dunque meglio presso que' popoli che non ebbero storie propriamente dette. Dirò di più: sopprimendo le storie della vita dei popoli di una razza, l'unità della razza, nel legame dell'uso e della tradizione, emergerà al nostro pensiero ricreatore delle nostre origini, con una evidenza sorprendente, non risultando più altre varietà nella razza medesima, all'infuori di quelle che determinarono, ne' primi tempi, la discordia delle famiglie, la distinzione delle famiglie in tribù, e la loro dispersione, varietà che il diverso clima e la diversa regione hanno quindi potuto accrescere ed alimentare, molte consuetudini d'un popolo essendo intimamente legate con le condizioni fisiche le quali esso, nelle sue migrazioni, incontra; così che certi usi antichi si depongono per altri nuovi che sorgono; ma sempre è rimasto qualcosa che ci richiama all'unità caratteristica della razza. Questo qualcosa è nel nostro sangue; questo qualcosa può diminuire ed offuscarsi: ma non si perde. Nello stesso modo, in seno ad una famiglia, si notano diverso carattere, diverso umore, diversa maniera di favellare; e due fratelli differiranno fra loro tanto che l'uno parrà straniero all'altro; essi saranno fra loro orribilmente discordi e divisi; e pure, se noi, che ci troviamo al di fuori delle loro differenze, li osserviamo senza alcuna preoccupazione, ne scorgeremo soltanto la somiglianza e la consanguineità, li affermeremo figliuoli d'uno stesso parente. Basta una linea per dare la somiglianza ad un ritratto; ora questa linea lega tuttora il gran quadro delle famiglie alle quali diedesi il nome d'Indo-Europee. L'uso della prima famiglia patriarcale si moltiplicò nelle famiglie successive, e, nel moltiplicarsi, naturalmente prese modo differente; ma nè le varie inclinazioni che divisero per tempo le tribù di una stessa antica unica famiglia e talora persino le armarono l'una contro l'altra, nè la varietà del colore locale, nè l'incontro con altre razze, nè, mi si permetta l'espressione, il lungo uso dell'uso, hanno potuto presso alcun popolo estinguere i caratteri essenziali della primitiva sua stirpe.
Un autore indiano, alcuni secoli innanzi all'êra volgare, a proposito degli usi domestici e particolarmente nuziali dell'India, scriveva: «Varii sono gli usi secondo le regioni ed i luoghi, i quali possono osservarsi nelle nozze; noi recheremo soltanto quello che essi hanno di comune[1].» Lo stesso pressapoco debbo io qui ripetere, in questo primo saggio di una storia comparata degli usi nuziali. Ma poichè l'Italia formerà l'oggetto speciale delle mie ricerche, ho bisogno di prevenire il giudizio del lettore italiano, affinchè per avventura non s'inorgoglisca se anche, per la copia degli usi, il nostro paese sia forse sovra ogni altro ricco. Non c'è di che andare troppo superbi; questi usi non sono tutti indigeni; nella loro varietà, invece, essi provano pur troppo come l'Italia fu visitata da stranieri d'ogni nazione; Greci ed Arabi nel mezzogiorno, Celti e Germani nel settentrione hanno più largamente contribuito, invadendo la nostra contrada, e confondendosi quindi con noi, a trasformarci in parte nelle nostre consuetudini; e soltanto nell'Italia di mezzo e nella Sardegna, ove lo straniero si arrestò meno, l'antica tradizione italica può, nella sua povertà, gloriarsi di essere rimasta più originale. Converrà quindi, quando io verrò riferendo gli usi nuziali d'Italia, tener qualche conto della provincia onde li ho rilevati; quelli dell'Italia centrale, ossia di quella Italia che sta in digrosso fra l'antica Magna Grecia e l'antica Gallia Transpadana, sono, per lo più, indigeni; quelli della rimanente Italia, non di rado, importati. Il che non toglie che spesso fra usi indigeni ed importati si trovi somiglianza; poichè la somiglianza ha la sua ragione nel vincolo di parentela Indo-Europea. Solamente, dove, per esempio, nell'Italia superiore, l'uso nuziale, che sente di feudalismo, ci richiama spesso alla dominazione germanica, arrivando per tal modo a noi di seconda mano, nella media Italia, ove sente ancora il pagano, risaliamo direttamente con esso, malgrado il papa, e forse un poco a motivo di esso, all'antico e tutto nostro mondo latino.
E spiegatomi così sovra gl'intendimenti che io ebbi nel distendere il presente lavoro, non avrei altro d'essenziale che mi prema d'aggiungere, se non che, prima di offrire ai concittadini miei il povero frutto delle mie povere fatiche, mi è necessario render grazie alle cortesi persone che mi vennero in aiuto nelle ricerche. So bene che non si troveranno nel mio libro tutte le notizie relative agli usi nuziali, e che quest'opera potrà col concorso di futuri scrittori ancora centuplicarsi; io non ho quindi la pretesa d'avere punto punto esaurito il mio argomento; ma ho fiducia che il poco che ho detto possa difficilmente contradirsi, e che serva intanto come di scheletro ad opere di più ampio disegno che sopra gli usi popolari, non per appagare una lieve curiosità, ma per far parlare un solo linguaggio all'uomo Indo-Europeo, auguro vivamente possano un giorno concepirsi e mandarsi ad effetto da qualche nostro felice ingegno.
In parte vidi io medesimo, in parte udii, in parte lessi quello che io descrivo, primo forse esplorando i nostri Statuti Municipali per cavarne notizie relative all'uso popolare; ma, per l'Italia odierna, io debbo specialmente molto alla sollecitudine di due sorelle mie, della signora Carolina Bertoldo residente a Riva di Chieri, dell'ing. Giuseppe Chiaroviglio da Pinerolo, del cavalier Alerino Como da Alba, di Agostino Isola da Novi Ligure, del benemeritissimo delle storie Genovesi cav. Emanuele Celesia, di Pietro Vayra ed Antonio Bertolotti Canavesani, di monsignor Losana vescovo di Biella, di Desiderio Chilovi Tridentino, di Pietro ed Emilio Ferrari residenti nella Lunigiana, del prof. Giuliano Vanzolini da Pesaro, del cav. Marcolini da Fano, del professor Luigi Morandi Tudertino, del cav. Andrea Miotti Valtellinese, del prof. Ferdinando Santini residente ad Arpino, del cav. Gabriello Cherubini da Atri e del prof. Giuseppe Pitrè Palermitano. Per gli usi Russi, oltre all'esserne io medesimo stato testimonio oculare ed essenzial parte, mi giovarono assai le rimembranze di mia moglie e di mia suocera; e, per alcuni canti popolari Russi che illustrano l'uso nuziale del distretto di Tarszok, i lettori italiani ringrazieranno l'amabile zelo della signora Tatiana Lvoff.
Le donne hanno contribuito a questo libro quello ch'esso contiene forse di più poetico; possa ora il libro medesimo, come povero compenso a tanta gentilezza, nel venire fra le loro mani, non parere nè troppo indiscreto nè troppo pesante.
Santo Stefano di Calcinaia, 1.º settembre 1868.
Angelo De-Gubernatis.