Questo libretto che fu pubblicato, per la prima volta, senza alcuna dedica, nell'anno in cui ci siamo conosciuti, vuol essere ora dedicato a te, come pubblico pegno di un'amicizia la quale non mi ha procurato fin qui altro se non grandi e soavi consolazioni, e che io mi auguro possa, fin che vivremo, recarci conforto. Gli anni che passano fanno invecchiare ogni cosa intorno a noi, ma non i sentimenti, che, quanto più mettono radice nel tempo, più gagliardi crescono. Possa il tuo nome messo sulla prima pagina di questo libretto fortunato ricordare per molto tempo ed a molti il bene che ti vuole

Firenze, primavera del 1877.

il tuo
ANGELO DE GUBERNATIS.


PREFAZIONE
alla prima edizione

Non so se io dico una grande eresia; ma parmi che la storia si scriva molto più che non si faccia. Sopra le miriadi d'uomini che vengono ogni secolo a popolare e fecondare, da vivi e da morti, la terra, infimo è al certo il numero de' privilegiati, che, per lustro od infamia, sono eletti all'immortalità. Mentre il grosso degli uomini nasce, lavora e si estingue, martire uniforme, ne' periodi veloci di oscure generazioni, io non so se come fiore o come crusca, alla superficie, si agita e dà spettacolo di sè un'aristocratica famiglia di benefattori e di tiranni che rimorchia, in parte, le moltitudini e seco le trascina a dividere la sua pubblica fortuna. Ma, come nella prospera sorte de' così detti grandi, il pubblico beneficio, il più delle volte, è, in realtà, assai poco, per la ragione medesima, precipitando essi, il popolo alla sua volta non muore mai tutto; egli non è stato il solo autore della sua così detta nazionale grandezza, e però, quando questa appare più gloriosa, egli la gode assai male; per altro verso, egli prende pure una minima parte alla sua rovina; e, però, continuerà facilmente a vivere anche dopo che questa, o per suo vizio organico, o per alcuna violenza di interni ed esterni nemici, sia cessata. I protagonisti della storia raccomandano il nome loro alla posterità col monumento, ma periscono come le loro istituzioni; il popolo a cui nessuno innalza monumenti, per compenso e quasi direi per vendetta della natura, vive immortale come le sue tradizioni e le sue patriarcali consuetudini.

Mi pare poi che se volgessimo soltanto lo sguardo intorno a noi medesimi, per osservare come la storia odierna vada intessendo le sue fila, a traverso le quali presumeranno le generazioni future giudicare la nostra, come noi giudichiamo, senza appello, le passate, io non credo che seguiremmo con tanta passione il racconto delle gesta consegnate da autenticissimi, se si voglia, ma poco sinceri documenti, alla storia; delle gesta, io dico, le quali, per essere state pubbliche, immaginiamo universali, per essere state pompose, supponiamo importanti, per essere antiche, veneriamo.

Certo, quando si ritenga per fermo che l'arte meretricia, la quale converte spesso la ragione dell'individuo o della parte in solenne ragione di Stato, non imbelletti mai la vergogna de' grandi, quando si ritenga per fermo che lo storiografo non sia mai condotto nè da vezzo rettorico, nè da vigliacca assentazione ad esagerare, a travestire, ad inventar nulla di ciò ch'ei narra, ha pure la sua importanza la narrazione delle pubbliche vicende di un popolo costituito in proprio Stato; ma, come nello studio della natura, prima del fenomeno, vuole osservarsi la legge, così ragion vuole che si ricerchi la vita intima ed immutabile di un popolo, innanzi di rappresentarcelo nelle sue esteriori, più aperte bensì, ma assai meno complete e assai più combinate manifestazioni. Il più delle volte, il fenomeno non è la legge in atto, che appare, ma l'eccezione della legge, l'anomalia; così la storia ci riferisce della vita di un popolo molto più che il suo modo di essere costantemente, il suo modo di apparire in alcune circostanze eccezionali.

A costo pertanto di lasciar parere che io dica qui una seconda eresia, piglio la parola nel suo senso etimologico e più nobile e non chiamo la così detta storia d'un popolo altrimenti che la sua caricatura, quando pure esso non sia qualcosa di peggio, destinato a mascherarlo. Poichè, eziandio facendosi una distinzione molto larga fra la storia delle democrazie e quella delle monarchie, oligarchie e teocrazie, non può sfuggire come presso le prime ancora non di rado avvenga che il popolo, per affermarsi insieme e per consentire fiducioso con tutti, nasconda e neghi individualmente sè stesso o sia ci sottragga la sua propria e vera parte di originalità.