XX.
La suocera.

Le suocere hanno nell'opinione popolare quel posto medesimo che le matrigne: sono tristi. Quindi nel Pesarese, chiamano bacio di Giuda quello che la suocera dà alla nuora; nell'Umbria dicono: suocera e nuora, tempesta e gragnuola; nella Fiera del Buonarroti[380], un tale volendo far sacramento per qualcosa di spiacevole, grida: orbè, suocera mia! E, nella novella 227 di Franco Sacchetti, il piacevole motto di una nuora diventa proverbio «Buon per te, passera, che non avesti suocera.»

Nella bocca della suocera, suonano sempre rampogne per la nuora; e la stessa veneranda madre di Ettore presso l'Iliade[381], non fa eccezione, ne' lamenti di Elena.

Una delle pretese della suocera è di dormir più della nuora, o almeno quanto questa. La nuora, secondo il precetto di Buddha, deve andar l'ultima a dormire e levarsi la prima[382]; Draùpadì, presso il Mahàbhàrata, volendo assicurare Satyabhamà come ella compia i suoi doveri verso la suocera, osserva che il sonno suo e quello della suocera durano del pari.

È interessante ora l'udire dal nostro Regaldi[383], come, nella valle di Susa, la suocera accolga la nuora: «Quando la brigata giunge alla casa dello sposo trova chiusa la porta; la nuora picchia tre volte; al terzo picchio si apre, e in sulla soglia si affaccia la suocera burbera nel volto, colla mestola appesa alla cintura, e comincia questo dialogo con la nuora: — «Che cosa volete? — Entrare in vostra casa e obbedirvi in quanto vi piaccia di comandarmi. — Eh! voi altre ragazze leggiere e capricciose ben altro avete in capo che l'assetto della casa. — Lasciatemi provare e vedrete. — Ma qui si tratta di pascolare e mugnere gli armenti, di tagliare il fieno e lavorare i campi. — Ed io taglierò il fieno e lavorerò i campi. — Di alzarsi la prima e coricarsi l'ultima perchè la vecchia suocera possa alzarsi l'ultima e coricarsi la prima. — Ed io farò anche questo. — Ma voi verrete meno a tante fatiche. — Iddio e vostro figlio mi aiuteranno.» A queste affettuose parole, la suocera smette l'aria burbera e stringendosi amorevolmente fra le braccia la nuora: — Vieni, figlia mia, le dice, vieni e possa tu non mai scordarti delle fatte promesse. — Poi, levandosi la mestola dalla cintura, la consegna alla sposa che da quell'istante fa gli onori della casa e invita tutta la compagnia a prender posto al banchetto di nozze.»

In Calabria, segue il Regaldi, la suocera, all'entrare nella casa, avvolge un lungo nastro color di rosa dietro alle spalle degli sposi e congiungendone i capi innanzi al petto, trae seco la desiderata coppia, rappresentando così uno stretto vincolo d'amore. Poscia i parenti e gli amici, insieme con gli sposi, stendono le mani, intrecciandole a modo di corona nello spianato innanzi alla porta della casa e a suono di musiche cominciano una ridda lietissima, cantando ad un tempo in lor favella consigli e ammonimenti alla sposa.

Gli onori del ricevimento alla sposa li fa la suocera, ma prima ella vuole assicurarsi che la nuora sarà laboriosa e benevola; nel Bolognese e altrove la suocera mette la scopa attraverso alla porta; la nuora deve levarla e mettersi con quella scopa a spazzar subito le camere; se non lo fa, la suocera si mette in collera; in Lunigiana, nell'Umbria, nell'Arpinate, la suocera domanda alla nuora se porti guerra o pace; la sposa risponde pace; allora le due donne si abbracciano; a un tale dialogo si riferiscono pure due versi d'un canto popolare umbro, che dicono:

Te benedico colla palma dell'ulia (olivo)
Possi portà la pace a casa mia.

Al che la sposa risponde: «Così speriamo.» Ma non sempre la suocera vede bene le nozze, e però alcuna volta si astiene pure dai complimenti. A Pinerolo, quando essa è contraria alle nozze, se ne rimane in casa, per apprestare la cena. Lo sgarbo prenunzia evidentemente grandi battaglie fra le due donne. Così negli usi de' Brettoni, quando la madre di famiglia vede arrivare il bazvalan per trattar nozze che non le vanno, finge non vederlo e gli volta le spalle, occupandosi del fuoco.

Ma se la suocera accetta le nozze, assicuratasi coi dialoghi sovra descritti che la nuora le viene ossequente, mette il suo amor proprio nel bene riceverla ed ospitarla. Da un capitolo antecedente rilevammo l'uso di accogliere la sposa col grano per augurio di fecondità; la grazia de' Sardi, i confetti, gli zuccherini che si gettano alla sposa contengono il medesimo simbolo. Simbolo di fecondità e di ospitalità era il pane e il vino che anticamente gli sposi trovavano preparati sulla porta della loro dimora; nei dintorni di Ciamberì, in Savoia, la suocera attende alla soglia gli sposi con un pane e del sale; in Russia, mentre lo suocero presenta agli sposi la sacra immagine, la suocera solleva pure sopra le loro teste un pane con un cavo nel mezzo ripieno di sale. La suocera sarda riceve la sposa con grano e sale. La polpetta della suocera perugina e la schiacciata della suocera abruzzese suppliscono evidentemente il pane ed il grano. In Corsica, la suocera presenta alla sposa un tinedru di caghiatu[384]; l'osimana un boccale di vino. Nel Tarentino, fino al secolo decimosesto, era l'uso che la sposa, al suo ingresso nella casa, fosse imboccata con una cucchiaiata di miele, cibo sovra ogni altro accetto nelle nozze tartare.