Nei dintorni di Bolzano, si balla dagli sposi, prima di aprire le danze, quello che, nel Trentino, si chiama la tudeschina, e consiste in una serie di movimenti graziosi fatti a piacere, ma, a tempo di musica, per i quali lo sposo insegue danzando la sposa, e le si avvicina, ma non la raggiunge mai.

La danza nuziale tra il popolo si fa all'aperto; tra la gente che ha nome di civile, invece, entro sale splendidamente illuminate. Il popolo danza per lo più di giorno; la gente civile di notte; ond'è per essa il divieto di prolungare le danze oltre le tre di sera, che s'incontra negli Statuti di Firenze del 1415[372]. Esso finisce veramente le feste nuziali con le danze, ed è, dalla sala delle danze, quando si danza, che, secondo il Codice del Cerimoniale francese, gli sposi che sanno vivere, devono, inosservati, scivolare, l'uno dopo l'altro, al talamo[373].


XIX.
Sulla soglia.

Le soglie della porta, nella dimora dello sposo, si ornavano pel ricevimento della sposa. In Grecia, secondo Plutarco, le si coprivano di rami d'ulivo e di alloro; in Roma, con bende di lana e fiori, dopo averle unte con grasso di lupo e di porco. Lo sposo indiano, giunto con la sposa alla casa maritale, le diceva: «Io sono IL, e tu sei LA, io sono il Saman e tu sei la Ric', io il cielo, tu la terra; uniamoci e facciamo figliuoli[374].» Presso i Romani, già notammo come la sposa con la formola: ubi tu Gaius, ibi ego Gaja, che recitava pure alla soglia della casa maritale, intendesse significare la sua parte di dominio; e si cita presso la Zeitschrift del Wolf[375], l'antica formola tedesca, che diceva: «Dove io sono l'uomo, là tu sei la donna, e dove tu sei la donna, là io sono l'uomo.» È notevole poi l'uso comune fra Roma antica e l'India, che lo sposo o chi per lui sollevava di peso sopra il limitare della casa la sposa, la quale non doveva nè toccare le soglie, nè esserne toccata. Per l'India vedica, ricordano quest'uso l'Atharvaveda e il Kàuçikasütra; per Roma antica, Plauto[376], Catullo[377], Lucano[378].

Non ripetendosi la medesima cerimonia per le vedove, parrebbe quasi che le soglie toccate dalla sposa dovessero toglierle quello che le rimaneva di più prezioso; gli antichi tuttavia preferivano vedere in tale cerimonia un nuovo simbolo del rapimento; e ad essi si accosta Augusto Rossbach, il dotto illustratore degli usi nuziali di Roma antica[379].

Nella Grecia moderna, il signor Zecchini osservò l'uso seguente: «Quando la giovane è giunta alla porta, su d'un crivello distendesi un tappeto, e sopra esso la si fa camminare nell'atto che si approssima al marito. Se il crivello non si rompesse sotto i suoi piedi, ned essa manca di pesarvi con tutto il suo corpo, nutrirebbesi in suo danno alcuni sospetti che allarmerebbero lo sposo.»