La stessa pompa si nota nelle antiche e moderne nozze di tutto l'Oriente, ove il massimo lusso di vesti, bardature e carri è sfoggiato. Nell'India poi, lungo il viaggio, gli sposi solevano recitar varie formole di augurio per la fecondità e felicità e di scongiuro contro le malattie e contro i ladri che si potessero incontrare per via. Tali formole ci sono, nella massima parte, conservate dall'Atharvaveda. Così gli sposi romani in viaggio si raccomandavano alla Iuno domiduca o iterduca.
Secondo gli Statuti di Modena, sopra citati, la deductio in pubblico era il vincolo vero del matrimonio; così la traduttione, che vale il medesimo, secondo gli Statuti di Lucca[367]. Forse per questa ragione, e per evitare maggiori scandali, gli Statuti di Narni e di qualche altra città italiana stabiliscono che la sposa non possa essere menata via di notte.
È uso ancora in alcune parti d'Italia[368] che la comitiva nuziale, nel tornar dalla chiesa, faccia il giro alle case de' prossimi parenti ed amici, ov'è rallegrata di cibi e di bevande. A Riva di Chieri, talora, innanzi a tali case, s'improvvisano le danze, al suono degli istrumenti portati dai musici che precedono la comitiva.
XVIII.
Danze nuziali.
Come non mancano il canto e il suono, raro è che manchi la danza ad una festa nuziale. Lo stesso Buddha, che dichiara di non amare nè la musica, nè i profumi, nè i banchetti, nè le danze, nè il vino, nelle sue proprie nozze, per operare secondo gli usi del mondo[369], si lascia vedere in mezzo ad ottantaquattro mila donne e si abbandona ai giuochi, ai piaceri, ai suoni e ai canti.
Nell'India vedica, secondo l'Atharvaveda, appena la sposa era partita, le sue sorelle e compagne, nella casa paterna, intrecciavano le danze, le quali dovevano aver carattere molto somigliante a quello delle danze funebri. La danza era dell'uso e non capricciosa; e tale è rimasta nell'uso moderno, se bene si vada pure perdendo. Nell'Heideboden, in Ungheria, l'uno de' due paraninfi suol dire: «Siamo noi pure qui, io ed il mio compagno, e non vogliamo lasciar cadere quest'uso, anzi più tosto promuoverlo[370].» Il paraninfo invita, per conto dello sposo, la sposa alla danza, e le danze son tre, la prima con lo sposo; ma gli sposi non si toccano; essi toccano soltanto, l'uno da una parte l'altro dall'altra, il lembo d'uno stesso fazzoletto; e così danzano; le altre due danze sono della sposa coi due paraninfi.
Noi vedemmo il caso di Riva di Chieri, in Piemonte, ove, mentre si mena via la sposa, si danza; lo stesso avviene nella pompa nuziale dell'India odierna; a Templin si danzava alla mezzanotte del primo giorno di festa dalla sposa con uomini travestiti da donna. Ma per lo più le danze sono l'ultima cerimonia della festa, e, dove la festa dura tre o più giorni, si rimandano all'ultimo giorno. In Grecia, al terzo giorno «le parenti e le amiche vanno con la sposa alla fonte, ed ella attinge in brocca nuova ch'ha seco e butta nella fonte cose da mangiare e minuzzolini di pane; poi ballano in tondo; e quella è l'ultima festa»[371]. Il ballo tondo usa pure in Sardegna per le nozze; e forse ci viene descritto in questi versi concitati, coi quali si conchiudono le nozze della Tancia e della Cosa, nella dotta commedia rusticale del Buonarroti:
Il ballo s'intrecci
Braccia con braccia;
Mentre un s'allaccia,
L'altro si strecci;
Qualch'un si scoppi,
Chi si raddoppi;
Poi ciascun pigli per mano
La sua dama, e andiam pian piano.