Quasi tutte le spose còrse vanno fornite di un compiuto abito nazionale, del quale noterò le faldette[511], il telu e il mandile. Le faldette o fallette sono un'acconciatura di seta o di filo nero o celeste scuro che copre il capo a guisa del velo comunemente chiamato mesere. Si attacca alla vita con delle cordelline, è piuttosto ampio, tanto da poter ricoprire le braccia e le mani. Il telu è una specie di faldetta, ma più piccolo, e non essendo attaccato alla vita somiglia più al mesere. Il mandile è un fazzoletto che le popolane portano, come le donne di Procida, attorcigliato al capo ed annodato con bel garbo da parte. In casa lo tengono talvolta anche le signore. E di toilette basti. Ho voluto far cenno delle faldette perchè tengono frequentemente luogo del velo nuziale e della cuffia bianca arricciata che portano le novelle spose.
Veniamo ora al giorno solenne, giorno di gioia pura, di universale allegrezza, nel quale anche le inimicizie talvolta cessano, o per lo meno fanno tregua, perchè nulla turbi la santità del rito.
In molti villaggi la sposa trova sui gradini dell'altare un cestello ricolmo di fiori e di frutte che suol tenere in mano durante la benedizione.
Salutati dagli spari dei masculi (mortaletti) e dalle acclamazioni del popolo, gli sposi escono di chiesa, e nei paesi più ricchi di cereali, lungo la via si suol gettare in capo alla sposa riso, grano e farro, come augurio di fecondità.
Oltre quest'uso che ricorda le cerimonie nuziali indiane, greche e latine ve ne sono altri parimente di origine antichissima. Tutte le volte che la sposa passa vicino ad un torrente vi tuffa le mani e prega il Signore che le mantenga l'anima e il corpo puri come quella limpida onda.
In alcuni villaggi dei distretti di Ajaccio e di Sartène, nei monti di Coscione, e nella Valle del Niolo si suol fare lungo corteggio alla sposa. Gli uomini che spesso a cavallo l'accompagnano al villaggio dello sposo, sono chiamati nel dialetto oltramontano Mudracchèri e nel cismontano Mugliacchèri (da mulier). Arrivati a mezza strada, s'incomincia una bizzarra pantomima. I parenti della sposa si fingono corrucciati e risoluti di riportarla seco; ella stessa mostra di non voler proseguire il cammino. Lo sposo domanda il perchè. Si risponde che la fanciulla deve ritornare alla casa paterna. Egli allora la prende bravamente per un braccio, e, forte dell'autorità del Vangelo, le comanda di seguirlo. I parenti cercano opporsi, gridano, minacciano, si dà mano ai bastoni e alle schioppette. La sposa si mostra perplessa, frattanto vengono i paceri: la pace è presto fatta e ricomincia l'allegria con forti grida e schioppettate all'aria. Talvolta il contrasto è mosso dalle parenti e dalle amiche della sposa, e non occorre dire che in tali casi il baccano è maggiore, come infiniti sono i dispettucci che la malizia di tutte quelle donne immagina per far disperare il povero sposo.
Anche presso i Romani i genitori della sposa si fingevano pentiti di lasciare la figliuola partire dalle pareti domestiche per andare in altra casa. Alcuni viaggiatori narrano di aver trovato una simile costumanza presso gli abitatori della Polinesia. Ma non allontaniamoci tanto.
Oltre i Mudracchèri anche i Frinèri fanno parte del corteggio nuziale, anzi lo precedono. Si chiamano così alcuni giovani che portano una conocchia (Frenu) ornata di nastri e fiocchi e con un fazzoletto pendente dalla cima a guisa di banderuola.
Spesso si usa fare la Travata e Parrata detta anche Spallèra, specie di siepe o serraglio, che s'inalza nelle vie per cui passa il corteggio, e si fa dalla gente del villaggio in cui la sposa va a prender dimora. Quello dei Mudracchèri che riporta il trionfo del vanto[512], cioè galoppando giunge primo alla parrata, ha il diritto di offrire alla sposa su di un canestro pieno di fiori le chiavi della casa coniugale, congratulandosi con poesie, come ad esempio questa:
«Che mai cerchi, o peregrina,
In un lido a te straniero?
Non più oltre t'incammina,
Chè vietato t'è il sentiero.
Ma se sei la sposa amante,
Di colui che t'è dappresso,
Deh! t'arresta un solo istante
E avrai libero l'ingresso.
Ora accetta, o bella, in dono
Di bei fior questo mazzetto,
Fior che dolci pegni sono
Di un fraterno e puro affetto.
Poi del tetto conjugale
Prendi tu le chiavi ancora,
In cui scevra di ogni male
Possa far lunga dimora.
Ora il cielo benedica,
Cara sposa, il vostro imene
E con man prodiga e amica,
Vi ricolmi di ogni bene!»