Quando Giuseppe entrò con un mozzicone di candela e lo posò sulla tavola, apparvero sulle pareti le nostre ombre, mostruose.

—Ancora una candela!—ordinai, agitato da quella vista.

E fu portata un'altra candela; e la stanza si riempì di luce.

Allora Pietro mi guardò rischiarato, quasi rasserenato anch'esso. Poi, subitamente accendendosi, mi fece:

—Vuoi un soggetto di quadro? Un soggetto semplice e grandioso insieme?—Immagina. Una nobile figura d'uomo su cui or ora s'è posata l'ala della morte. Giace supino sul suo bianco letto: le braccia lungo i fianchi, e le mani distese in un dolce atto di riposo e di calma. Il viso, che la morte non ha deformato nè contratto nè oscurato, è ancora fresco, ancora roseo. Vi è sopra diffuso come un pacato splendore, lo splendore d'una luce interiore immensamente pura. Poichè qui, intorno all'Immacolato, tutto è mondo, tutto candido, tutto puro. Anche il lino del letto, anche la luce che inonda la stanza, anche l'aria mattutina che entra per la finestra spalancata, anche l'orizzonte laggiù su cui s'inarca il concavo azzurro. La morte, così, l'esecrata morte non ha più nulla di ributtante, di osceno, di orrendo. Nulla. È il riposo dopo compiuta la giornata di lavoro: una giornata piena di nobili, generose, feconde fatiche; e soprattutto piena di candore.—Intendi?—Devi far questo quadro. Promettimi che lo farai!

A stento io abbozzai un sorriso e annuii.

Allora egli mi tese quella mano scarna.

—Giuralo sul nome dei nostri poveri morti!

Ed io strinsi quella mano; e giurai, con un brivido.

—Se tu sapessi,—riprese lui dopo una breve pausa,—se tu sapessi come detesto tutto quanto ho scritto fino a ieri! Come ne ho rossore, sdegno, ira!