Richiusi dispettosamente, e chiamai Giuseppe, e ordinai il soprabito per uscire.

Avevo temuto che Pietro osservasse:

—Sei pazzo con questa sera d'inferno? Io non esco.

Invece si levò per accompagnarmi; e ciò mi procurò un indicibile sollievo. Dopo d'essermi soffermato a rimirarlo mentre s'avvolgeva nel suo mantello e s'accendeva una sigaretta, sentii con un secreto fremito di gioia il suo braccio che passava attorno al mio e vi si attaccava.

—Coraggio!—mormorò lui sulla soglia, quasi a sè stesso, come vide aperto l'unico ombrello. E un giocondo sorriso lo illuminò.

Nel fitto buio il vento ci salutò con un fiero assalto. La pioggia ci investì, ci sferzò, ci inondò.

—È tremendo—gridò Pietro con accento ilare.

E mi fece abbassar l'ombrello per riparar meglio la pioggia obliqua, e mi raccomandò che badassi a' piedi, per non isdrucciolare. Ce n'era infatti bisogno, scendendo la lunga scala di mattoni che allacciava il terrazzo al piano inferior del giardino, poichè l'acqua improvvisa e abbondante non trovando sufficiente sfogo nelle docce del terrazzo si precipitava per essa come in un fossato.

I miei piedi eran già tutti immollati, quando toccammo il fondo; tuttavia non mi passò nemmen per il capo l'idea di tornare indietro. Era così dolce, così commovente, così consolante tutto ciò!

Nell'affacciarci fuori del cancello ricevemmo un altro formidabile saluto. Qui il libeccio, libero da ostacoli, imperversava come mille diavoli scatenati. E il mare laggiù, sotto la rupe, rombava con un fragore immenso.