—Gli sprazzi del cognac!
E mi prese la mano, e me la strinse come in una morsa.
Oh perchè se io ebbi in quel punto il presentimento della catastrofe e l'istintivo impulso di cacciarmegli dietro e abbrancarmegli alle ginocchia gridando: «Non ti lascio più!»—perchè non mi mossi?
Come impietrato stetti a sentirlo salire su per le scale, e aprir l'uscio della camera, e richiuderlo con dolcezza. Poi, come ogni rumore fu cessato, nell'ansietà del silenzio, mi feci da Giuseppe portare i giornali illustrati, e mi misi a sfogliarli, per distrarmi.
Fu forse dopo dieci minuti che scoppiò l'orribile tuono.
Giuseppe, che stava ordinando le seggiole, levò la faccia pallida, gridando:
—Ohimè cosa succede?
Ah il terror cupo di quella corsa nell'oscurità! E il raccapriccio mortale di quella vista! Lo squarcio nero della ferita dietro l'orecchio, il sangue, il vivo sangue che colava a lordare il cuscino e il lenzuolo; e quel roco lamento che gli usciva dalla bocca bavosa; e quell'occhio, soprattutto quell'occhio spalancato, fisso nel vuoto, vitreo!
Io non ebbi, subito, la forza di far nulla. Con le mani nei capelli, pazzo, giravo per la stanza supplicando Giuseppe che facesse presto, per carità, che prendesse questo e quell'altro, che non me lo lasciasse morire. Poi tornavo a lui. Posavo il candeliere a terra accanto al braccio che spenzolava fuori dell'orlo del letto, inerte; e chiamavo «Pietro! Pietro!», tra le lagrime. Ma egli non udiva. Non moveva quel braccio, non moveva quell'occhio, quell'afflittissimo occhio sbarrato.
Alfine tolsi dalle mani di Giuseppe le strisce di tela ch'egli aveva preparate; e mi curvai sul misero, e fasciai, tremando da capo a piedi, la ferita; e sentii nelle mie mani cadere e scorrere alcune gocce di sangue.