Ma sopra i gorgoglii e le spume dell'ebbrezza, il lampo d'una paura tragica.—E se io non potessi reggere? Se nell'estremo supremo istante ogni energia mi abbandonasse?—Che cosa dunque mio Dio sarebbe avvenuto di me? Che cosa, più nera della morte, mi si apparecchiava, ch'io non osava guardare in faccia?
Più volte già, levandomi di sul letto ove m'ero lasciato cadere esausto, ero venuto alla finestra a misurar l'altezza del sole. E m'ero dimandato s'ei non impiegherebbe tutta l'eternità a declinar fino alle spalle de' monti. E se tanta luce diffusa sarebbe davvero sparita; e se i monti, il mare, la vallicella, lo stradone, e perfino il giardino, perfino il terrazzo, tutto si sarebbe ancora immerso nel buio.
E m'ero tolto di là disperato.
Avrei voluto stendermi su quel letto come in una bara, per non rialzarmi più che a quell'ora.—E invece mi toccò accogliere con un sorriso Giovanni, e sedere a tavola con lui, e sostenere impassibile la molestia de' suoi sguardi scrutatori; e alle sue amorevoli premurose preoccupazioni perchè non assaggiavo nulla e non parlavo, opporre un altro sorriso e uno scatto di simulata allegria.
Ma l'ora si appressava, oramai.
Il fuoco del sole si spegneva dietro i monti, la selva degli olivi si velava d'ombre, la sala si oscurava.
A un momento Giovanni, che s'era messo a leggere il giornale accanto alla finestra, si alzò dicendo:—Buio via buio, buio pesto!—E pregò Giuseppe che accendesse il lume.
Fu il segnale.
Il mio cuore battè forte; e d'un colpo l'immobilità e la dimora nella sala mi diventarono insopportabili.
Quando ebbi scesa la scala del giardino e varcato il cancello, che torrente di gioia si rovesciò sul mio essere!