—Miserabile!—ruggì ella, troncandomi le parole in bocca.—Perchè venivi dunque? Chi ti aveva chiamato?… Lasciami! Non toccarmi! Se sapessi che ribrezzo mi fai!

Invano tentavo, con le mie mani, di trattenerla. Ella si dibatteva, nella stretta; si divincolava con tutta la persona, come se realmente il mio materiale contatto dovesse ammorbarla.

—Per carità, Susanna, sentimi!—insistevo tra smarrito e furente.

Ma ella no. Era riuscita a sfuggirmi, s'era avventata all'uscio, teneva già la mano sulla chiave.

Nel colmo dell'esasperazione, io mi cacciai perdutamente in braccio alla mia viltà.

—Bugiarda!—le scagliai alle spalle,—ho visto chi ti aspettava stasera al solito posto!

L'offesa si rivoltò con un sibilo di belva ferita, e mi sputò in viso il suo estremo insulto. Poi s'affisse davanti a me fieramente: quasi avesse raccolto una sfida, ed attendesse l'assalto, impavida.

Ma quando si sentì abbrancare alla vita, e vide la mia mano levata nell'aria come una scure, mi si lasciò sdrucciolare a' piedi.

—Ammazzami!—soffiò.

E dette in uno scoppio di pianto.